Malattie neurologiche e non solo hanno un rapporto di causalità con l’inquinamento atmosferico.
A Dubai, Emirati Arabi, a fine ottobre 2019, si è tenuto il XXIV Congresso mondiale di neurologia, il summit del World Federation of Neurology (WFN, la Federazione mondiale di neurologia). Tra i vari studi presentati, una serie si è soffermata sul rapporto causale tra l’inquinamento atmosferico e l’aumento degli incidenti di ictus, il Parkinson e altre malattie neurologiche. L’impatto ambientale dei cambiamenti climatici potrebbe, in effetti, rappresentare un’emergenza per la salute del cervello.
“L’immagine pubblica dell’inquinamento ambientale è quella di un complesso industriale con alti camini che sputano nuvole scure di fumo nero – ha detto Gustav Román, dell’ospedale metodista di Houston (Houston Methodist) -. Sebbene quell’immagine sia in gran parte accurata come uno dei principali fattori del riscaldamento globale, minimizza per il pubblico il ruolo di altre forme meno evidenti di inquinamento ambientale e contaminazione che colpiscono il sistema nervoso e il cervello in particolare”.
Le persone in tutto il mondo sono esposte a inquinanti e neurotossine “invisibili” nell’aria, negli alimenti e nell’acqua piovana, inquinanti in grado anche di colpire il sistema nervoso. Uno dei risultati più significativi della ricerca sulla neurologia ambientale è che piccole particelle causate dall’inquinamento atmosferico e dall’esposizione professionale possono influenzare negativamente il cervello, potenzialmente anche in relazione allo sviluppo del morbo di Alzheimer e del morbo di Parkinson.
Alcuni dei meccanismi comuni di azione di inquinanti e tossine includono infiammazione, stress ossidativo e neuro-degenerazione. Nei bambini, tutto ciò può causare ritardi nello sviluppo cognitivo e può anche avere un collegamento con l’autismo. In effetti, uno studio scritto da Román e colleghi ha scoperto che le probabilità che un bambino sia autistico aumentano di quattro volte quando la madre soffre di una grave ipotiroxinemia – che può essere causata da interferenti neuroendocrini da sostanze chimiche ambientali come i pesticidi – durante la prima parte della gestazione. “Per proteggere la salute di adulti, bambini e nascituri, è più che mai necessario un rigoroso controllo governativo degli inquinanti industriali e delle emissioni delle automobili – ha continuato Román -. Fino a quando il ruolo degli inquinanti ambientali non sarà confermato oltre ogni dubbio, nessuna misura preventiva definitiva per controllare l’inquinamento sarà però messa in atto dai governi”.
La neurologia ambientale è un campo di ricerca specializzato dedicato alla comprensione di come i fattori esterni potrebbero avere un impatto sulla salute umana. Secondo Jacques Reis, università di Strasburgo e componente dell’Environmental Neurology Specialty Research Group del WFN, “è necessario un approccio olistico, poliedrico e traslazionale per arrivare ad una migliore e completa comprensione dell’influenza ambientale sul sistema nervoso e sulle malattie che lo colpiscono”.
“Esistono diverse condizioni che minacciano il pianeta – cambiamenti climatici, riduzione della biodiversità, inquinamento atmosferico – e devono essere affrontate per il bene del pianeta e la salute delle persone che vivono su di esso”, ha affermato Reis.
Un rapporto pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha elencato l’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici come la minaccia numero uno nel 2019. Mentre i ricercatori comprendono che quantificare gli effetti sui meccanismi globali in tempo reale è una sfida distinta, le prime ricerche suggeriscono che il legame con i cambiamenti climatici e la salute del cervello non può essere negata.
E l’inquinamento, soprattutto nelle città, non riguarda solo l’aria, l’acqua piovana e gli alimenti, ma è ben più subdolo e diffuso. Per esempio, l’inquinamento olfattivo. Non se ne è parlato a Dubai, ma a Milano. Poco noto, l’inquinamento olfattivo è un vero e proprio problema non meno importante di tanti altri tipi di inquinamento. Enrico Davoli, scienziato dell’Istituto Mario Negri di Milano, spiega come questo tipo di inquinamento sia sempre più diffuso e sottovalutato. Ad oggi la legislazione italiana non disciplina e non riconosce l’inquinamento olfattivo, eppure esso è reale. “Basti pensare agli odori che derivano dagli agenti chimici, dalle cucine, dai camini o dai ristoranti. Per esempio, è accertato che tali emissioni possono generare crisi di insonnia in taluni soggetti”, dice Davoli. E che certi odori biologici scatenano nausea. In effetti, ad oggi si investe davvero poco per porre un freno all’inquinamento olfattivo. Gli studi legati all’inquinamento olfattivo sono ancora limitati, ma ciò non ha impedito la realizzazione di una scala di attenzione agli odori. Tale scala ha evidenziato come le donne tendano a sviluppare una maggiore attenzione per gli odori, rendendole particolarmente sensibili all’inquinamento olfattivo.
C’è poi un inquinamento luminoso, in particolare in città. Anche questo tipo di inquinamento è molto sottovalutato. Eppure, l’alterazione della quantità naturale di luce presente nell’ambiente notturno provocato dalle luci artificiali ha conseguenze profonde, sugli ecosistemi e sulla nostra salute. Quante volte sarà capitato di alzare gli occhi al cielo per guardare le stelle e di riabbassarli subito dopo perché non si vedeva nulla. La colpa non è del cattivo tempo o del forte astigmatismo.
La colpa è dell’inquinamento luminoso, definito come “qualunque alterazione della quantità naturale di luce presente di notte nell’ambiente esterno e dovuta ad immissione di luce di cui l’uomo abbia responsabilità”. Anche in questo caso non c’è alcuna legge nazionale che regoli l’inquinamento luminoso. Spetta alle Regioni, che talvolta emettono apposite normative, con la conseguenza di una situazione a macchie di leopardo: Regioni ricche e più sensibili al problema e Regioni più povere e meno orientate a comportamenti eco-friendly. Una tra le più efficaci, ma anche più difficili da applicare, è la legge della regione Lombardia n. 17/2000. Secondo la stessa legge “salvo poche e ben determinate eccezioni, nessun corpo illuminante può inviare luce al di sopra del piano dell’orizzonte”.
In Lombardia nel 1997 è nata CieloBuio-Coordinamento per la protezione del cielo notturno. Si tratta di un’associazione senza scopo di lucro che cerca di tutelare il cielo e l’ambiente notturno promuovendo la cultura di un’illuminazione eco-compatibile e sensibilizzando l’opinione pubblica sul fenomeno dell’inquinamento luminoso. Al calar del sole, il crepuscolo subito si accende di nuove luci, tutte artificiali: lampioni stradali, vetrine illuminate, ristoranti scintillanti, fanali dei veicoli, fino ad arrivare all’illuminazione data da smartphone, tablet e altri dispositivi tecnologici. Grazie a loro, l’oscurità della notte viene allontanata e i cieli stellati si possono ammirare solo in aperta campagna.
Gli effetti sulla salute? Sembra concausa anche di cancro, depressione e obesità. Nuove ricerche sembrano attribuire all’inquinamento luminoso un ruolo nella diagnosi di queste patologie.
L’inquinamento luminoso ha effetti dannosi anche per gli animali migratori, come le tartarughe marine o gli uccelli. Studi scientifici hanno accertato che sono tutte queste luci cittadine a fargli perdere la bussola. È come se non ricordassero più la rotta giusta. Lo scienziato Witherington nel 1992 ha studiato la risposta comportamentale delle tartarughe di mare nella deposizione delle uova in presenza di luce artificiale. Le testuggini preferivano non nidificare là dove c’erano le luci e avevano difficoltà a trovare la strada di ritorno una volta approdate sulla spiaggia.
Anche se sono le falene che hanno la peggio perché impostano la rotta migratoria basandosi sulla luna e sulle stelle più luminose. Chi pensasse che le piante sono escluse dal problema è meglio che cambi idea. Molte piante sono costrette a fiorire a causa di esposizioni forzate a luci artificiali. E questo a discapito del fiore stesso che tende a morire prima.
Lavorando in stretta sinergia con il cervello, i nostri occhi ci consentono di percepire l’ambiente circostante con ricchezza di dettagli e minuziosità. È principalmente attraverso questi preziosi organi che riusciamo a percepire la maggior parte delle informazioni, ma nonostante ciò nella vita di tutti i giorni ci capita di trascurarli spesso senza renderci conto che la loro salute è determinata anche dal nostro stile di vita.
Il prolungamento forzato delle ore di luce, infine, sta contribuendo a modificare il normale ritmo circadiano degli organismi viventi, umani compresi, assottigliando sempre più la distinzione tra il giorno e la notte. L’effetto più grave è la riduzione della produzione di melatonina, il principale ormone regolatore del nostro orologio biologico interno. La sua secrezione, da parte della ghiandola pineale presente nel cervello, è regolata dalla presenza di luce: quando lo stimolo luminoso arriva alla retina, la secrezione di melatonina si arresta, per riprendere solo al sopraggiungere del buio.
Uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’inquinamento luminoso ha evidenziato un’incidenza di tumore al seno più alta nelle donne impegnate nel turno di notte, mentre i maschi sarebbero a rischio cancro alla prostata.
Inoltre, la mancanza di melatonina si traduce anche in difficoltà di apprendimento e memoria, abbassamento della temperatura corporea, sonnolenza, scarsa attenzione alla guida. Sono segnalati anche maggiori rischi di malattie cardiovascolari, obesità, diabete e depressione.
