Tutto quel che c’è da sapere sul trattamento col sangue dei guariti.

 

 

Mentre il mondo si unisce nella ricerca di un vaccino contro il Covid-19, la FDA negli Stati Uniti approva rapidamente il remdesivir (l’antivirale che era in studio per Ebola), nonostante i risultati delle sperimentazioni siano solo parzialmente positivi, e altri farmaci sono già in uso off label, c’è una cura che sembra molto efficace, se applicata nei tempi previsti, messa a punto in Italia. Si tratta di un’immunizzazione passiva, tramite gli anticorpi contro il coronavirus prodotti da chi è guarito e concentrati nel suo plasma sanguigno. Se iniettati in un malato che si sta aggravando e come se si iniettasse un “arrivano i nostri” che spiazzano letteralmente il virus. Tra Mantova, Pavia e Padova si sommano già circa 300 trattati con successo. C’è una sperimentazione ufficiale iniziata a fine marzo di questo trattamento dei pazienti Covid-19 nel nord Italia, ma non solo. E, a Pavia, c’è l’obbligo di non divulgarne i risultati prima della pubblicazione scientifica ormai in dirittura d’arrivo. Poi verrà detto quanti sono guariti. Ma anticipazioni ufficiose parlano di un vicino al 100%, così è almeno per i casi di Mantova dove in realtà di morti non se ne registrano da circa un mese. E quanti sono stati finora i trattati con l’”antidoto” prodotto da chi guarisce? Ottanta, ufficialmente, a fine aprile. Una terapia che non solo l’Italia sta sperimentando, ma anche gli Stati Uniti (dove la si sta usando in 116 centri universitari), il Canada e Israele.

 

Perché non è partita subito a tappeto?

Perché prima andava raccolto il plasma dei guariti, più guariti più plasma. Poi va preparato secondo un protocollo predisposto a Pavia e quindi iniettato in nuovi pazienti. Ora le dosi cominciano a essere molte, soprattutto a Pavia, dove si è partiti da subito con questa ipotesi di cura e si è proseguito vedendo i risultati. Protocolli simili per le sperimentazioni anche a Padova e a Mantova. E ora sembra che questi centri si siano ben strutturati per creare dosi e curare. La plasmaterapia in realtà sta guarendo decine di pazienti Covid-19. Il primo protocollo è stato predisposto dal servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del San Matteo, in collaborazione con le strutture di Mantova e Lodi, nonché dall’Azienda ospedaliera universitaria di Padova e da pochissimo anche da Novara. La sperimentazione porta la firma di Cesare Perotti direttore del servizio di Immunoematologia. Che, ultimato questo primo studio, si prepara ad un’altra sperimentazione, passando da 52 a 150 pazienti.

 

Ma quali risultati hanno convinto che la via era giusta?

“Alcuni pazienti affetti da Covid-19 sono guariti completamente in sole 48 ore. La trasfusione di plasma iperimmune, donato dai pazienti guariti dal Covid-19, e infuso direttamente nelle vene dei pazienti ricoverati ha dato risultati sorprendenti”, dice Massimo Franchini, responsabile dell’Immunoematologia e Medicina trasfusionale dell’ospedale Carlo Poma di Mantova.

Quali i problemi, allora?
La selezione dei donatori: “Da 100 potenziali candidati non ne ricaviamo più di 30 adatti – spiega Franchini -. Questo perché dobbiamo avere pazienti guariti da almeno 2 settimane e con tamponi negativi, che non abbiano co-morbidità e siano idonei a donare il plasma. Insomma, devono essere persone sane, che hanno contratto Covid-19 e sono guarite”.

 

Come si arriva a “creare” la dose giusta, sicura ed efficiente?

La Sars-CoV-2 è una malattia nuova ed i ricercatori hanno costruito un nuovo protocollo di studio clinico, che traccia le linee guida per la produzione di plasma iperimmune. Dall’Istituto di Padova spiegano: “Il Centro Nazionale Sangue ci ha dato l’autorizzazione a procedere a condizione che il plasma raccolto risponda a requisiti di assoluta sicurezza. Grazie alla collaborazione con il Servizio di Microbiologia sono state approntate nuove metodiche diagnostiche per la realizzazione di un’ampia gamma di test necessari a cercare gli anticorpi nel plasma degli ex pazienti e convalidare il prodotto prima che si possa trasfonderlo”. Il plasma dei donatori viene sottoposto a screening per la ricerca di virus come quello dell’HIV, dell’epatite B e C, della sifilide e, in alcuni casi a seconda del periodo anche al test del West-Nile (febbre del Nilo). E i passaggi non finiscono qui. “Questo plasma viene anche sottoposto a un processo di inattivazione tramite aggiunta di una sostanza intercalante che si insinua tra le basi dell’RNA virale – spiega Giustina De Silvestro, direttore dell’Unità Immunotrasfusionale dell’Ospedale universitario di Padova – e che esposto ai raggi ultravioletti si attiva bloccando la replicazione dei virus“.

 

Risultato di queste fasi di preparazione?

“Con questi metodi abbiamo la garanzia di evitare la diffusione di eventuali altri organismi presenti nel plasma di cui non siamo a conoscenza. Infine, il metodo scelto per l’inattivazione blocca anche altri virus della famiglia Coronavirus, ed è perciò un’ulteriore garanzia di eliminazione di tutte le particelle virali”.

 

E nei pazienti già in terapia intensiva funziona?

“Potrebbero in pazienti appena entrati in terapia intensiva, quando si è appena sviluppata una grave insufficienza respiratoria. L’esperienza dei colleghi cinesi, con cui ci siamo confrontati, ci insegna che se il paziente è ricoverato in terapia intensiva già da 8-10 giorni, questa terapia perde di efficacia“. Ma su pazienti gravi che stanno per andare in terapia intensiva sembra funzionare anche rapidamente, lasciando di conseguenza libere le rianimazioni.

 

Come avviene esattamente la somministrazione?

Sono previste infusioni da 200 e 600 millilitri di plasma iperimmune una volta al giorno per tre giorni consecutivi. Lo schema può anche essere ripetuto in quei casi in cui l’organismo offre una risposta più lenta.

 

Quante le sperimentazioni in corso?

Giuseppe De Donno, primario del reparto di pneumologia all’ospedale di Mantova: “In questo momento nel mondo sono avviati 50 progetti di sperimentazione sul plasma iperimmune. Noi abbiamo veramente aperto una strada. O meglio per primi l’hanno aperta i Cinesi, ma si sono arenati dopo 10-12 casi. Noi li abbiamo ascoltati e corretto i motivi per cui si erano arenati”. Quanto alla “materia prima” che deve necessariamente, almeno in queste fasi, arrivare dai donatori, De Donno spiega: A Mantova ogni giorno abbiamo 7-8 donatori, e abbiamo fatto una buona campagna sia mediatica sia attraverso Avis. E abbiamo una banca del plasma: non abbiamo problemi di avere i donatori, anche perché Mantova essendo stata molto colpita ha una marea di guariti e di conseguenza volenterosi di donare il plasma”. E aggiunge: “Da molte città, anche straniere, ci telefonano tutti i giorni per avere il plasma iperimmune”.

 

La terapia con plasma è, a parteCovid-19, una novità?

“La sieroprofilassi tramite somministrazione del plasma dei guariti non è una proposta nuova – spiega sul sito dell’OMAR (Osservatorio Malattie Rare) la De Silvestro -. Infatti, vi siamo ricorsi molto di recente per il trattamento di pazienti con infezione in corso da West-Nile virus e, negli anni scorsi, è stata utilizzata anche nel trattamento di casi di Ebola e di pazienti colpiti da insufficienza respiratoria legata all’infezione da Sars-CoV, nel Sud-Est Asiatico, e da MERS-CoV, diffusasi dall’area Medio-Orientale”. E ancora: “Inoltre, in Onco-ematologia pediatrica, abbiamo potuto osservare che al termine di pesanti cicli di terapia, quando i piccoli pazienti affetti da patologie leucemiche o emato-oncologiche facevano ritorno in famiglia, il loro status di immunocompromessi li rendeva più esposti a patologie, come la varicella, che contraevano spesso da fratelli o sorelle, incorrendo così nello sviluppo di polmoniti interstiziali gravissime. In assenza di altre terapie, per trattarli siamo ricorsi con buoni risultati al plasma raccolto da donatori che avevano avuto la varicella o una forma di herpes zoster”.

 

Meno morti nei centri che stanno utilizzando la plasmaterapia?

Nei centri medici dove si sta utilizzando la plasmaterapia, o l’immunizzazione passiva, non si verificano più decessi per Coronavirus da un mese e il virus sparisce dopo un trattamento che va dalle 2 alle 48 ore, eliminando ogni sintomo. “Non abbiamo un decesso da un mese. I dati sono splendidi. La terapia funziona ma nessuno lo sa”, finalmente si sbilancia Giuseppe De Donno. “Sono 80 i pazienti del Carlo Poma di Mantova curati, tra loro anche una donna incinta, uscita dal Covid-19 in poche ore”. Tra i medici del Carlo Poma guariti c’è chi dona il sangue, come Mauro Pagani, direttore della Plasmaferesi.

 

E che cosa dice il primo autore dello studio di Pavia, l’immunoematologo Cesare Perotti?

«Abbiamo concluso il protocollo rapidamente e siamo soddisfatti del risultato ottenuto».

Fino ad ora quante persone guarite (in qualsiasi modo) da Coronavirus si sono offerte di donare il plasma al Policlinico San Matteo?

“Se dovessimo contare tutti coloro che hanno telefonato al nostro laboratorio dovremmo dire che sono stati più di 400. Se invece parliamo di donatori convalescenti, da cui effettivamente abbiamo prelevato il plasma, dobbiamo parlare di 125”.

Quanti donatori occorrono per far guarire un malato Covid-19?
“Un donatore può guarire due malati”.

 

I miglioramenti si vedono in breve tempo?
“In 24-48 ore già si notano progressi”.

 

Quindi è una terapia sicura, senza effetti collaterali.
“Il trattamento al plasma iperimmune è l’unico razionale, sia biochimico sia immunologico del Coronavirus, che abbiamo in questo momento. Ha un notevole livello di sicurezza virale ed è praticamente senza effetti collaterali”.

State pensando di creare anche una “banca del plasma iperimmune”?
“Stiamo accumulando plasma per un’eventuale seconda ondata di contagi. E cerchiamo donatori. Invitiamo tutti i guariti dal Covid-19 a contattarci (telefono 0382-503086)”.

 

Perché se ne parla poco allora, perché si parla di farmaci, a volte ancora poco sperimentati o costosi?

Forse perché si tratta di una terapia legata al sangue del paziente guarito che costa meno di una trasfusione, in quanto non si ha nemmeno il problema di compatibilità dei gruppi sanguigni. E per di più non ha effetti collaterali.

“Oltre a essere efficace, non presenta problemi di reperibilità – ribadisce Franceschini dell’ospedale di Mantova – grazie alle centinaia di donatori. In questo modo, la terapia potrebbe presto arrivare ad almeno altri 500 pazienti, compresi quelli ricoverati nelle strutture lombarde che hanno richiesto di poter aderire al trial clinico. Inoltre, il plasma potrebbe essere utilizzato per prevenire la malattia nelle persone maggiormente esposte al virus, tra cui il personale sanitario. Potrebbe, infine, essere uno strumento importante il prossimo autunno, per fermare sul nascere eventuali nuovi focolai”.

 

In realtà, però, sta crescendo l’interesse delle aziende. Che cosa c’è nell’aria?

Si è formata una sorta di alleanza tra biotech come Biotest, Bio Products Laboratory (BPL) LFB e Octapharma con il binomio CSL Bhring e Takeda finalizzata allo sviluppo di una terapia di derivazione plasmatica per curare i pazienti di Covid-19. Non solo, Keldron Biopharma ha fornito ai centri trasfusionali di Mantova, Padova e Pisa i dispositivi per il trattamento del plasma proveniente dai pazienti guariti da Covid-19. E si è alleata con Kamada Ltd. per lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di un’Immunoglobulina policlonale umana (IgG) plasma-derivata Anti-SARs-COV-2 (COVID-19), come potenziale trattamento per pazienti con Coronavirus in Italia, negli Stati Uniti e in Israele.

1 commento

  1. Fantastico.. Io ringrazio i miei colleghi per il lavoro che stanno facendo. Come tutte le cose buone, e per così dire, nuove e a basso costo, saranno sempre viste come non utili e guardate con diffidenza. Ma questo fa la differenza, fra un curante e uno specialista. Il curante pensa al malato, pensa a ciò che è meglio per lui; lo specialista ha bisogno di mostrare i titoli, di politicizzarsi. Ma la grande fortuna e che esistono persone che non cedono e che certi di ciò che fanno vanno avanti. Grazie per quello che fate e per non mollare, noi curanti siamo tutti con voi.

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