Vari studi, tra cui uno italiano, non hanno mostrato benefici statisticamente apprezzabili nei gruppi di pazienti curati con questo trattamento.

 

Si ritorna a parlare di cure al plasma per il Covid-19 per tristi motivi di cronaca: uno dei medici italiani fautore del trattamento è morto suicida in circostanze ancora da chiarire.

Il rinnovato interesse mediatico per questa terapia, attualmente abbandonata, impone di ricordare di cosa si tratta e perché nella polemica tra i suoi sostenitori e detrattori hanno prevalso i secondi.

 

In cosa consiste la cura

Viene prelevato plasma (la parte del sangue composta da acqua, proteine e sali minerali) da persone che si sono ammalate di SARS-Cov-2, e ne sono guarite, dopodiché si infonde in pazienti malati. Nel plasma dei soggetti guariti ci deve essere un abbondante numero di immunoglobuline, anticorpi atti ad agire contro il virus impedendo a questo di proliferare e colpire altre cellule peggiorando così la malattia fino al ricovero in terapia intensiva.

Non tutti i guariti però sono idonei al prelievo: solo chi ha alti livelli di anticorpi può donare il plasma per la cura e non prima di quindici giorni dalla guarigione dei sintomi con tampone negativo. L’infusione nei malati avviene tra i sette e i venti giorni dall’esordio della patologia.

 

Da dove viene la terapia al plasma

E’ stata ampiamente utilizzata in passato per il trattamento di numerose malattie infettive. Nel 1890, Emil Adolf von Behring e Shibasaburo Kitasato per curare la difterite e il tetano sfruttarono l’immunità passiva, ottenuta con siero di animali sani esposti al contagio.

Da allora il trattamento con siero iperimmune è stato utilizzato con successo per la cura di una serie di malattie, inclusa la febbre reumatica, la scarlattina, la parotite, il morbillo, la varicella e le infezioni da pneumococco e da meningococco.

Negli anni è stato notevolmente aumentato l’impiego del plasma proveniente da persone convalescenti soprattutto in corso di epidemie causate da virus emergenti.

La prima applicazione della terapia con plasma iperimmune è avvenuta tra il 1918 e il 1920 nel corso della pandemia causata dal virus dell’influenza spagnola (H1N1). Tale utilizzo è stato rinnovato, nel 1976, durante l’epidemia da virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo e, nel 1979, in persone con il virus della febbre emorragica argentina.

Nei decenni successivi, la terapia con plasma iperimmune è stata impiegata con successo durante la pandemia da influenza suina (H1N1) nel 2009, durante l’epidemia di influenza aviaria (H5N1) nel 2003 e durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale nel 2013.

Il plasma prelevato da persone convalescenti è stato utilizzato anche nelle due precedenti epidemie da SARS-CoV, nel 2003, e MERS, nel 2012, per curare le persone colpite dai due virus ottenendo buoni risultati clinici.

 

Cosa dicono gli studi

La terapia con il plasma guarisce dal Covid? Sì, ma non maniera statisticamente rilevante rispetto a terapie standard o guarigione spontanea. Significa che sebbene i casi di miglioramento clinico e dimissioni ospedaliere ci siano stati, questi nell’ambito di studi clinici dedicati non si sono rivelati superiori rispetto a quelli ottenuti con altre cure.

Citiamo tre esempi. Il primo pubblicato sul New England Journal of Medicine a novembre 2020 è stato eseguito su 228 persone colpite da malattia e curate col plasma in riferimento a 105 soggetti trattati con placebo. Dopo 30 giorni la mortalità rilevata è stata dell’10,96% nei pazienti che avevano ricevuto plasma e dell’11,43% in quelli con placebo.

Nell’ottobre 2020 sul Britical Medical Journal è stato pubblicato uno studio condotto in India su 464 pazienti ricoverati in ospedale con sintomi moderati di Covid, di cui 235 sottoposti a cura col plasma. I risultati dopo 28 giorni sono stati i seguenti: “la progressione verso la malattia grave o la mortalità per tutte le cause a 28 giorni dopo l’arruolamento si è verificata in 44 (19%) partecipanti al braccio di intervento e 41 (18%) nel braccio di controllo”.

Queste le conclusioni: I”l plasma convalescente non è stato associato a una riduzione della progressione [] o mortalità per tutte le cause. Questo studio è altamente generalizzabile e approssima l’uso del plasma convalescente in contesti di vita reale con capacità di laboratorio limitate. La misurazione a priori dei titoli anticorpali neutralizzanti nei donatori e nei partecipanti potrebbe chiarire ulteriormente il ruolo del plasma convalescente nella gestione del covid-19”.

Infine nell’aprile di quest’anno il trial clinico randomizzato e controllato chiamato TSUNAMI, promosso da ISS e AIFA e coordinato da ISS, sul ruolo terapeutico del plasma convalescente nei pazienti che hanno sviluppato malattia COVID-19.

“Lo studio ha confrontato l’effetto del plasma convalescente ad alto titolo di anticorpi neutralizzanti (1:160), associato alla terapia standard, rispetto alla sola terapia standard in pazienti con COVID-19 e polmonite con compromissione ventilatoria da lieve a moderata. Hanno partecipato allo studio 27 centri clinici distribuiti in tutto il territorio nazionale che hanno arruolato 487 pazienti (di cui 324 in Toscana, 77 in Umbria, 66 in Lombardia e 20 da altre regioni). Le caratteristiche demografiche, le comorbidità esistenti e le terapie concomitanti sono risultate simili nei due gruppi di pazienti, 241 assegnati al trattamento con plasma e terapia standard (231 valutabili), e 246 alla sola terapia standard (239 valutabili). Non è stata osservata una differenza statisticamente significativa nell’end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva, definita da un rapporto tra PaO2/FiO2 < 150, o decesso entro trenta giorni dalla data di randomizzazione”) tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard”.

“Nel complesso TSUNAMI non ha quindi evidenziato un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni”.

L’analisi dei differenti sottogruppi ha confermato l’assenza di differenze significative tra i due trattamenti. Solo nel caso dei pazienti con una compromissione respiratoria meno grave, è emerso un segnale a favore del plasma che non ha però raggiunto la significatività statistica. Questo potrebbe suggerire l’opportunità di studiare ulteriormente il potenziale ruolo terapeutico del plasma nei soggetti con COVID lieve-moderato e nelle primissime fasi della malattia. Il trattamento è risultato complessivamente ben tollerato, anche se gli eventi avversi sono risultati più frequenti nel gruppo che ha ricevuto il plasma. I risultati dello studio TSUNAMI sono in linea con quelli della letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo”.

Quindi in sostanza si afferma che, salvo alcune eccezioni e per pazienti non gravissimi in fase precoce di malattia, non ci sono state evidenze di miglioramenti sui grandi numeri e che occorrono altri studi per capire se il plasma ha davvero un effetto terapeutico. Come dicevamo, guariti sì, ma non a livelli tali da far ritenere la terapia al plasma una cura definitiva. A meno di nuovi studi che in futuro smentiscano i precedenti.