Quando si pronunciano i nomi Hiroshima e Nagasaki, la memoria corre immediatamente alla devastazione umana, all’evento che ha cambiato per sempre la percezione della guerra, della scienza e della vulnerabilità dell’uomo. Molto più raramente si racconta un’altra vicenda, silenziosa ma sorprendente: quella della natura che, contro ogni previsione, tornò a vivere. Eppure, tra macerie, cenere e distruzione, qualcosa ricominciò a crescere.

 

 

 

Lo studio che riapre il dibattito

A riportare l’attenzione su questa storia è uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Progress in Biophysics and Molecular Biology.

Il lavoro, firmato da Gian Marco Ludovici, Alba Iannotti, Colomba Russo, Fausto D’Agostino, Matilde Neble Segade, Timothy Alexander Mousseau e Andrea Malizia, introduce un concetto evocativo quanto scientificamente rigoroso: la “Phoenix Flora”, la rinascita della vegetazione dopo uno degli stress ambientali più estremi mai registrati

Non si tratta soltanto di una ricostruzione storica, ma di una rilettura moderna attraverso le lenti della radiobiologia, dell’ecologia e persino della medicina critica.

 

Un team interdisciplinare

Il gruppo di ricerca rappresenta un raro esempio di convergenza tra discipline diverse. Gian Marco Ludovici e Andrea Malizia, afferenti all’Università di Roma Tor Vergata, operano da anni nel campo della radiobiologia e della radioprotezione, studiando gli effetti delle radiazioni ionizzanti sui sistemi viventi e sugli ecosistemi.

Alba Iannotti e Colomba Russo contribuiscono agli aspetti metodologici, di validazione e revisione scientifica.

La prospettiva clinica arriva da Fausto D’Agostino, anestesista e specialista in medicina critica presso la Campus Bio-Medico University di Roma, che inserisce nel dibattito una chiave di lettura originale: il parallelismo tra trauma radiologico e paziente critico.

Il respiro internazionale è garantito da Matilde Neble Segade, ricercatrice alla Maastricht University, e soprattutto da Timothy Alexander Mousseau, biologo evoluzionista della University of South Carolina e tra le massime autorità mondiali nello studio degli effetti ecologici delle radiazioni.

 

Uno stress istantaneo e devastante

Il cuore dello studio risiede nella distinzione tra scenari profondamente diversi. Hiroshima e Nagasaki non rappresentano un caso di contaminazione cronica come i grandi incidenti nucleari moderni, ma un evento di distruzione istantanea.

Le esplosioni del 1945 generarono un insulto acuto, violentissimo e concentrato nel tempo.

L’onda d’urto rase al suolo intere aree urbane, il calore estremo provocò incendi diffusi e un impulso di radiazioni ionizzanti ad altissima dose investì organismi e materiali biologici.

Una dinamica che, osservano gli autori, richiama in modo sorprendente ciò che accade nella medicina d’urgenza, quando un organismo viene travolto da uno shock sistemico.

 

Radiazioni e danno cellulare

Radiazioni ionizzanti e trauma biologico condividono infatti bersagli profondi. Entrambi colpiscono il DNA, alterano la funzione dei mitocondri e destabilizzano l’equilibrio redox cellulare.

Il risultato è una tempesta di stress ossidativo che può rapidamente condurre alla morte cellulare.

In terapia intensiva, come nei tessuti vegetali investiti dalla radiazione, la sopravvivenza iniziale dipende dalla capacità di resistere nelle primissime fasi del danno.

 

La resilienza costitutiva

È in questo contesto che emerge il concetto di resilienza costitutiva.

Alcune piante sopravvissero non perché si adattarono dopo la catastrofe, ma perché possedevano già meccanismi di difesa particolarmente efficaci.

Sistemi di riparazione del DNA pronti ad attivarsi, robuste barriere antiossidanti, strutture anatomiche capaci di proteggere i tessuti vitali. In medicina critica, questa idea riecheggia nella nozione di riserva fisiologica: la baseline biologica spesso determina la differenza tra recupero e collasso.

 

Gli hibakujumoku, alberi sopravvissuti

La manifestazione più visibile di questa resilienza è rappresentata dagli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alle esplosioni atomiche.

Questi alberi, investiti da calore e radiazioni a distanze ravvicinate dagli ipocentri, subirono danni devastanti ma riuscirono a ricacciare dai meristemi rimasti integri.

Tra le specie simbolo spicca il Ginkgo biloba, organismo antico e straordinariamente resistente, noto per la sua longevità e per l’elevata concentrazione di composti antiossidanti.

Non si tratta solo di un simbolo botanico, ma di un possibile modello biologico di tolleranza allo stress estremo.

 

La rinascita del verde

La rinascita della vegetazione non fu un evento improvviso. Lo studio descrive un processo graduale, scandito dal ricaccio degli individui sopravvissuti, dalla germinazione dei semi protetti nel suolo e dalla colonizzazione delle specie pioniere.

Una successione ecologica che ricorda, ancora una volta, il decorso del paziente critico: stabilizzazione, riparazione, lenta riorganizzazione.

 

Archivi biologici viventi

A distanza di ottant’anni, gli hibakujumoku non rappresentano soltanto memoria storica. Sono archivi biologici viventi, testimoni di un esperimento naturale irripetibile.

Comprendere quali meccanismi cellulari e molecolari abbiano consentito la loro sopravvivenza potrebbe offrire nuove prospettive sulla biologia della resilienza, un terreno comune tra ecologia, radiobiologia e medicina.

 

Una lezione universale

Per chi lavora ogni giorno sul confine tra vita e morte, nei reparti di rianimazione come nei laboratori, la Phoenix Flora racconta una verità familiare.

La sopravvivenza precoce è decisiva, la baseline biologica conta, la resilienza spesso precede l’evento.

La natura, come il corpo umano, possiede risorse inattese.
E talvolta riesce a risorgere persino dopo l’impensabile.