Quella del 2025 è la 42° edizione del congresso “Conoscere e Curare il Cuore”. La fondazione Centro Lotta contro l’infarto, attraverso il congresso, mette a disposizione dei cardiologi italiani una “piattaforma di approfondimento e dibattito” sui temi più innovativi, con l’obiettivo di consolidare gli approcci terapeutici maggiormente efficaci per la salute dei pazienti.

Nell’edizione di quest’anno c’è un filo rosso che lega in modo coerente parole chiave significative ad alcuni tra gli interventi più stimolanti: vedere è potere, nuovi target – i giovani e gli anziani, obesità e cuore, Linee Guida ESC, tecnicalità e tecnologie, parole che già disegnano ora le dimensioni future della cardiologia italiana e le possibilità potenziate di intervento e cura per i pazienti.

Vedere è potere. Il contributo fondamentale delle tecniche di indagine, imaging e biopsia

“Per valutare l’infiammazione, in particolare quella cardiaca, si fa sovente uso della misurazione della proteina C-Reattiva (hsCRP), che si può ottenere semplicemente da un prelievo di sangue”, spiega Francesco Prati, Presidente della Fondazione Centro per la Lotta contro l’Infarto e Direttore Dipartimento Cardio-toraco-vascolare, Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, Roma.

“Da uno studio prospettico sappiamo che l’aumento di questa proteina dopo 30 anni aumenta il rischio di morte, ma al momento non c sono farmaci antiinfiammatori in grado di combatterla”.

“Tuttavia, hsCRP è aspecifica, nel senso che non è solo una predittrice dell’infarto del miocardio, ma anche altre infezioni, come un banale raffreddore, ne fanno alzare il valore”.

“Per questo, per valutare l’indice di infiammazione, è bene eseguire una TAC cardiaca, che permette di osservare il grasso del cuore, dato che sappiamo che c’è un legame ricorrente tra tessuto adiposo e infiammazione”.

La ricerca di segni di infiammazione locale (cardiaca) al posto di marker ematici sistemici può rappresentare uno strumento prognostico efficace. L’individuazione del tessuto adiposo epicardico si sta imponendo come una soluzione efficace anche per via della facilità con cui può essere rilevato e quantificato mediante ecocardiografia, tomografia computerizzata (CT) e risonanza magnetica per immagini (RMN)”.

“Il tessuto adiposo perivascolare sembra essere coinvolto nella stimolazione locale della formazione di placche aterosclerotiche. Correla inoltre con parametri della sindrome metabolica, tra cui l’aumento della circonferenza della vita, l’ipertrigliceridemia, l’iperglicemia ed infine l’aterosclerosi coronarica”.

“La TC–PET con il 68Ga-DOTATATE si propone come una soluzione molto interessante in grado di discriminare lesioni coronariche ad alto rischio”.

“Si tratta di un nuovo marcatore dell’infiammazione aterosclerotica che si lega in modo specifico a recettori dei macrofagi. Tarkin et al hanno dimostrato che il 68Ga-DOTATATE identificava in modo corretto le lesioni culprit di pazienti con sindrome coronarica acuta ed era in grado di predire la presenza di lesioni ad alto rischio secondo la valutazione CT”.

“Tra le metodiche invasive L’OCT è l’unica con una risoluzione tale da permettere lo studio dei macrofagi. Al momento la misurazione dell’infiammazione con un indice sistemico (hsCRP) è una soluzione ragionevole”.

“In un prossimo futuro tuttavia altri parametri ematici come l’interleuchina 6 potrebbero migliorare l’accuratezza nella diagnosi di infiammazione. È probabile che metodiche di imaging non invasivo TC o TC-PET potranno identificare meglio l’infiammazione coronarica, passando dal concetto di flogosi sistemica a quello di infiammazione d’organo”.

Amiloidosi cardiaca, presente e futuro della biopsia endomiocardica

L’amiloidosi cardiaca è una malattia ben riconosciuta ed è ormai diventata parte integrante delle conoscenze cliniche di tutti i cardiologi.

Sebbene il sospetto di amiloidosi possa emergere in diversi ambiti specialistici, come medicina interna, ematologia, reumatologia, nefrologia e neurologia, è sempre più nell’ambito della cardiologia che vengono effettuati i primi passi diagnostici e le successive valutazioni approfondite.

Infatti, la CA è una malattia che colpisce tutto il cuore, coinvolgendo il tessuto miocardico, le valvole, i vasi e l’epi-pericardio, con implicazioni cliniche per le miocardiopatie, l’insufficienza cardiaca (HF) – in particolare l’insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata (HFpEF) – la malattia calcifica della valvola aortica, la cardiopatia coronarica e i disturbi del ritmo.

“Questa patologia, un tempo rara, oggi è diventata molto comune, tanto che dopo i 90 anni ne è affetta una persona su tre”, afferma la prof.ssa Eloisa Arbustini, specialista in malattie genetiche cardiovascolari e responsabile del Laboratorio di Ricerca di Area Trapiantologica.

“Nelle forme senili le tecniche di imaging possono essere ambigue, per questo è necessaria la biopsia miocardica: una procedura che è semplice e non dà complicanze: i trapiantati la eseguono una volta la settimana e a Pavia ne abbiamo fatte più di 20mila in 40 anni”.

Ictus criptogenetico: troppi indiziati per trovare un colpevole? Sempre più frequente nella popolazione sotto i 45 anni

Come indica il nome stesso, le cause di questo ictus sono ancora criptiche: ha troppi indiziati per trovare una causa ed è sempre più frequente nella popolazione sotto i 45 anni.

L’ictus cerebri – di origina sia ischemica che emorragica – rappresenta un problema evidente per la sanità pubblica, l’individuo affetto e le famiglie del medesimo.

Secondo il Ministero della Salute ed i dati pubblicati dall’alleanza cardio-cerebrovascolare, in Italia l’ictus segue solo alla cardiopatia ischemica come causa di morte, risultando responsabile del 10% circa di tutti i decessi.

Ogni anno si registrano in Italia poco meno di 100.000 ricoveri per ictus cerebri, di cui circa il 20% è rappresentato da recidive.

Il 20-30% delle persone colpite da ictus cerebrale muore entro un mese dall’evento, il 40-50% entro il primo anno.

Solo il 25% dei pazienti sopravvissuti ad un ictus guarisce completamente, mentre ben il 75% sopravvive, ma con una qualche forma di disabilità.

L’ictus criptogenetico è sovente legato alla fibrillazione atriale, ma spesso anche a patologie autoimmuni, molte volte non conosciute dai pazienti stessi.

Un ictus criptogenetico può avere tanti indiziati e, non di rado, finire con nessun colpevole.

Partendo dalla definizione, le Linee Guida dell’American Heart Association e dell’American Stroke Association per la prevenzione dell’ictus in pazienti reduci da un ictus o TIA definiscono l’ictus criptogenetico come un ictus confermato e dimostratamente di origine ignota dopo aver effettuato almeno un imaging accurato, un ecocardiogramma, un monitoraggio prolungato del ritmo cardiaco e gli esami di laboratorio chiave, quali il profilo lipidico e l’emoglobina glicosilata.

Le cause da investigare, in particolare, sono numerose: pervietà del forame ovale; fibrillazione atriale occulta; trombofilia; ateromasia aortica; tumori cardiaci; dissezione arteriosa la quale, nella popolazione generale, è causa di ictus ischemico in non più del 2% dei casi.

Limitando però l’attenzione ai pazienti più giovani (<50 anni), questa percentuale può salire fino al 25%.

L’età media alla diagnosi è intorno ai 45 anni ed è in genere anticipata lievemente tra le donne, che però manifestano meno comunemente degli uomini questa patologia; neoplasie non cardiache; patologie infiammatorie coinvolgenti i grandi, medi e piccoli vasi.

Nuovi target: terapia dell’infarto NSTEMI nell’anziano: il Senior-rita trial, nuove evidenze a supporto di un approccio precocemente invasivo

L’infarto miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI) ha caratteristiche ben definite all’interno del quadro delle Sindromi Coronariche Acute (SCA).

“Il NSTEMI è più frequente nell’anziano, con una maggiore prevalenza di determinanti di rischio a lungo termine, quali diabete e insufficienza renale, pregresso infarto e rivascolarizzazioni, e con una coronaropatia più estesa”, spiega Francesco Prati.

“Il percorso verso la dimostrazione di una superiorità di una strategia precocemente invasiva con angiografia e, laddove fattibile, rivascolarizzazione nel paziente anziano con NSTEMI, iniziata nel 2008 con l’Italian Elderly ACS trial è stato molto complesso”.

In tale contesto va inserito il SENIOR-RITA trial condotto nel Regno Unito tra il 2016 e il 2023. I risultati, mostrano che solo i rischi di reinfarto e successiva rivascolarizzazione si sono ridotti significativamente con l’approccio invasivo, confermando i dati della precedente metanalisi. Nello studio SENIOR RITA, l’endpoint primario composito di morte cardiovascolare e infarto non fatale mostra un trend molto favorevole con l’approccio invasivo nei pazienti di età <80 anni, a fronte di un risultato decisamente neutro in quelli di età >80.