Salute delle donne: un investimento sociale ed economico e un obiettivo strategico per la Sanità.
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Donne e cuore: un binomio che può far pensare a poemi di tempi lontani, ma che oggi, nell’ambito della salute, rappresenta un ambito sul quale si deve ampliare la conoscenza e la consapevolezza.
Sì, perché proprio le donne hanno scarsa percezione del proprio rischio cardiovascolare, come mostrano diversi sondaggi, tre cui CARIN WOMEN survey, lo studio multicentrico osservazionale condotto da A.R.C.A. (Associazioni Regionali Cardiologi Ambulatoriali).
E di conseguenza anche gli screening e le misure di prevenzione (stili di vita salutari, controllo del colesterolo “cattivo”, tempo dedicato all’attività fisica) risultano non adeguati e applicati n percentuale inferiore rispetto ala popolazione maschile.
Di questi temi si è parlato ieri a Milano a “Le donne verso un cuore consapevole”, l’evento organizzato da Daiichi Sankyo Italia nella sede dell’Unione Femminile Nazionale, per promuovere il confronto tra esperti italiani di varie discipline sulle differenze di genere nelle patologie cardiovascolari, sul ruolo della prevenzione mirata e dell’innovazione digitale, affinché la salute delle donne sia riconosciuta come fondamentale investimento sociale ed economico, e la medicina di genere diventi realmente obiettivo strategico della sanità pubblica italiana.
Oltre a cardiologi, ricercatori, analisti e psicologi, anche i pazienti hanno potuto far sentire la loro voce sul tema, attraverso una tavola rotonda che ha visto il confronto dell’Associazione per la lotta all’ictus cerebrale (A.L.I.Ce. Italia ODV), del Coordinamento Nazionale Associazioni del Cuore (Conacuore ODV) e della Fondazione italiana per il cuore (FIPC).
“Per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, i dati degli ultimi dieci anni sono sconfortanti per quanto riguarda gli esami preventivi”, ha esordito Silvia Scurati, Consigliere regionale della Lombardia.
“Questo può essere imputato a un retaggio culturale e per questo dobbiamo lavorare affinché la mentalità cambi: i dati regionali ci dicono che una donna su quattro nel corso della vita incontra un problema cardiovascolare, che può essere l’ipertensione oppure qualcosa di più serio come l’infarto del miocardio, ma, sempre i dati, mostrano che l’80% di questi eventi può essere corretto e prevenuto”.
Dello stesso avviso Annarosa Racca, Presidente Federfarma Lombardia, che ha aggiunto: “oggi i farmaci più venduti sono quelli per le malattie cardiovascolari – si pensi alla cardio aspirina – ma in questo caso, differentemente da quanto si possa pensare, il problema non è l’abuso bensì il loro minore uso: per le donne l’aderenza alle terapie si dimostra molto scarsa”.
“La Lombardia è però la regione che fa maggiore prevenzione e le farmacie sono coinvolte direttamente: con la telecardiologia è possibile eseguire l’elettrocardiogramma in farmacia: il farmacista posiziona i sensori sul corpo e i dati, inviati ai più grandi ospedali lombardi, sono refertati lì da un medico”.
Joanne Jervis, Managing Director & Head of Specialty Business Division di Daiichi Sankyo Italia, che ha fortemente voluto questo incontro, ha parlato della disparità e della inadeguata rappresentazione di genere negli studi clinici, “un circolo vizioso che rispecchia ed è allo stesso tempo fonte del problema”.
“Pertanto bisogna esaminare le radici sociali e psicologiche di questa diseguaglianza e noi, come azienda, supportiamo associazioni pazienti, decisori politici e istituzionali, istituzioni sanitarie al fine di promuovere la consapevolezza del rischio cardiovascolare nelle donne”.
“Le malattie cardiovascolari sono a prima causa di morte nel mondo”, ha ricordato Adele Lillo, cardiologa e referente nazionale del Gruppo Studio Malattie CV di Genere A.R.C.A.
“Nel 2020 negli Stati Uniti il dato è del 48% nelle donne, con un incremento in costante crescita di queste patologie a livello globale dal 2017: uno studio del 2019 ha evidenziato anche che le donne sono meno sottoposte a terapie per contenere il colesterolo LDL e questo può spiegare anche l’incremento di ospedalizzazioni femminili per infarto”.
“Gli studi, inoltre, mostrano, come le donne credono che sia il cancro la prima causa di mortalità per quanto riguarda il loro genere e questa erronea convinzione è in aumento: se nel 2009 il 64% delle intervistate era consapevole del rischio cardiovascolare, dieci anni dopo la percentuale si è ridotta al 41%”.
“Ricordiamo che le patologie cardiovascolari non sono un rischio solo in menopausa, ma rappresentano un continuum lungo tutta la vita”.
Cristina Meneghin, Direttore comunicazione scientifica della Fondazione Italiana per il Cuore, ha ricordato i recentissimi dati (febbraio 2025) divulgati dall’European Society of Cardiology: in Italia le donne morte per cause cardiovascolari sono il 37%, contro il 30% per gli uomini e questo trend è in crescita.
“La maggioranza delle donne non è consapevole che la mortalità per queste patologie è 13 volte più alta rispetto a quella per il carcinoma mammario e di conseguenza ecco perché il 60% di loro interrompe la terapia per il colesterolo LDL ad appena un anno”.
Cuore e psiche: il legame tra emozioni e salute cardiovascolare
In questo contesto, particolare importanza assume la comunicazione tra medico e paziente, che attraverso un approccio empatico e personalizzato può migliorare l’adesione alle cure e alle strategie di prevenzione, rafforzando l’alleanza terapeutica e il benessere delle donne.
L’aspetto psicologico gioca, infatti, un ruolo fondamentale nel rischio cardiovascolare femminile, come ha evidenziato lessandra Gorini, psicoterapeuta e professoressa di psicologia dell’Università di Milano.
“Le patologie mentali sono in aumento nelle donne, al 37% contro il 30% pe gli uomini. Il problema della qualità del sonno, in particolare in menopausa è un grande fattore di rischio per le malattie cardiovascolari”.
“E la tristezza, ansia, solitudine e stress sono le molle che nelle donne fanno scattare l’infarto del miocardio, mostrano i dati, mentre per gli uomini alla base ci sono altri fattori, come per esempio quelli legati ai problemi finanziari”.
“Anche le fonti di stress sono differenti per le donne e danno differenti risposte fisiologiche e vi è una diversa percezione: le donne danno più peso allo stress e si sentono meno abili a gestirtlo”.
Donne e ictus cerebrale
“Una donna su cinque avrà un ictus nel corso della sua vita (per gli uomini 1 su 6) e nel corso degli ultimi anni si è evidenziato come fattori esclusivamente femminili (ormoni, gravidanza, parto, menopausa) agiscano a breve, medio e lungo termine, aumentando il rischio”, ha ammonito Nicoletta Reale, Past President A.L.I.Ce. e attuale Presidente sezione Liguria.
“Nelle donne i sintomi dell’ictus tendono inoltre ad essere sottostimati e quindi si recano in ospedale quando è ormai troppo tardi per accedere alle cure più efficaci: ogni minuto che passa. la persona colpita perde circa due milioni di neuroni”.
Salute delle donne: un investimento sociale ed economico
Le donne vivono più a lungo ma in condizioni di salute peggiori. Il 51% del carico sanitario femminile è causato da malattie comuni a entrambi i sessi, ma con maggiore prevalenza o un impatto differente sulle donne.
Circa il 60% di tutto il carico di cattiva salute, inoltre, si manifesta in età lavorativa, con conseguenze su reddito e benessere familiare, una criticità che si aggiunge ad altre differenze già presenti a livello sistemico.
Le patologie CV, insieme a quelle oncologiche, sono le principali cause di mortalità e disabilità in Italia per la popolazione femminile e per questo considerate ad alto impatto economico.
Le patologie CV hanno un costo annuale di circa 41 miliardi di euro, di cui 3/4 legati a costi diretti e 1/4 a quelli indiretti e comportano in media 59 giorni di lavoro persi.
Solo ictus e infarto pesano sul carico di cattiva salute femminile per il 10%, a dimostrazione dell’importanza di attuare politiche di prevenzione mirate al target femminile.
È questo il quadro tracciato da Irene Gianotto, consulente di The European House – Ambrosetti. “Lo stato di salute e il benessere delle donne deve diventare un parametro cruciale per misurare il benessere complessivo della società. Migliorare la salute femminile significa, da un lato, sostenere la crescita economica di ogni Paese favorendo livelli più elevati di istruzione e partecipazione alla forza lavoro delle donne, dall’altro, generare benefici intergenerazionali sia sanitari che sociali”.
“A livello globale, lo dimostra una correlazione positiva tra PIL pro capite e stato di salute femminile”, ha proseguito Gianotto.
“Investire nella Medicina di Genere non genera benefici solo per la salute delle donne. Integrando le differenze biologiche e sociali in prevenzione, diagnosi e trattamento, quest’approccio garantisce cure più appropriate per tutti, con benefici anche per gli uomini e altri gruppi quali anziani, bambini, transgender. Non dimentichiamoci infine che nel 70-80% dei casi la salute familiare è gestita dalle donne. La salute delle donne, in molti casi, è anche quella delle famiglie di cui fanno parte”.
La medicina di genere: una necessità per l’equità della cura
Purtroppo, ancora oggi la ricerca pre-clinica e clinica non tiene conto delle differenze di sesso e genere e le donne sono ancora sottorappresentate nelle diverse fasi degli studi clinici, non permettendo l’individuazione di percorsi di prevenzione, diagnosi e cura appropriati e specifici per entrambi i sessi.
Esempio paradigmatico delle differenze di sesso e genere sono le malattie cardiovascolari che sono classicamente considerate un problema maschile ma, di fatto, sono la principale causa di morte delle donne.
Alla base di questa evidenza ci sono diverse cause, quali la diversa sintomatologia (1 paziente donna su 3 presenta sintomi atipici), la sottostima dei sintomi e del rischio da parte dei medici e delle stesse donne, che porta a ritardi nella diagnosi e presa in carico, minore accesso a trattamenti terapeutici e dispositivi innovativi, con conseguente maggiore probabilità di eventi avversi.
“L’adozione della medicina di genere come strategia sanitaria è cruciale per garantire diagnosi più tempestive e percorsi terapeutici adeguati, per migliorare l’appropriatezza delle cure e ridurre il gender gap in termini di salute e aspettativa di vita in buona salute”, ha commentato Elena Ortona, Direttrice del Centro di Medicina di Genere dell’ISS.
“Considerare il sesso e il genere nelle azioni di prevenzione e di cura è necessario per promuovere l’equità e l’appropriatezza degli interventi contribuendo a rafforzare la ‘centralità della persona’ e ad applicare una medicina personalizzata”.
Prevenzione e innovazione digitale: il futuro della salute cardiovascolare femminile
Parallelamente, il digitale sta rivoluzionando la cardiologia preventiva, infatti i progressi della telemedicina, dell’intelligenza artificiale e dei dispositivi indossabili, in teoria permettono una gestione più efficiente del rischio cardiovascolare e una maggiore aderenza terapeutica, “con benefici per i pazienti, in particolare quelli affetti da cronicità che così assumono un ruolo attivo nella gestione della propria patologia e del regime terapeutico, e con un risparmio per il sistema sanitario nazionale, tuttavia tali potenzialità sono limitate da una serie di ostacoli di natura pratica, burocratica e socio-culturale”, sottolinea il prof. Enrico Caiani, Politecnico Milano – IRCCS Istituto Auxologico italiano.
Fondamentale è per esempio la scelta corretta degli strumenti hardware e software, che devono essere affidabili e sicuri, e tale scelta dovrebbe essere guidata dal medico; per contro l’integrazione di tali soluzioni nei percorsi clinici e il loro livello di adozione da parte del personale sanitario, è frenato sia dalla assenza di meccanismi di rimborso per tali dispositivi (che restano a carico dei pazienti), che dal non riconoscimento della prestazione legata al tempo necessario a rivedere i dati del paziente e a interagire con esso.
A tutto ciò si aggiunge il basso livello di competenze sanitarie della popolazione congiunto all’utilizzo di fonti di informazione online non sempre affidabili, soprattutto se generate dall’IA, e questo limita la corretta interpretazione dei propri sintomi.
