Di Covid non si parla (quasi) più. Sembra sia tornato tutto alla normalità: una nuova normalità post pandemia. Ma è davvero così? I numeri dicono che il SarS-CoV-2 circola ancora. E infetta, con numerosi casi che necessitano di ospedalizzazione. E poi c’è il problema del Long Covid: come affrontarlo? L’immunità raggiunta coi vaccini e con l’infezione è sufficiente a proteggere le persone delle categorie fragili? Ne abbiamo parlato con il professor Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Luigi Sacco.

 

 

Dopo tre lunghi anni in cui abbiamo vissuto con l’incubo Covid, sembra sia tornato tutto alla normalità: una nuova normalità post pandemia. Ma è davvero così? I numeri dicono che il SarS-CoV-2 circola ancora.

E infetta, con numerosi casi che necessitano di ospedalizzazione.

Il Covid non è qualcosa che appartiene al passato, ma fa parte del nostro presente anche se in una forma diversa rispetto alla fase emergenziale.

Per lasciarcelo alle spalle, dobbiamo continuare a considerare ancora il COVID-19.

Cittadini, istituzioni, professionisti sanitari, aziende condividono lo stesso obiettivo: continuare la vita di sempre, affrontare in serenità la convivenza con il COVID-19 e fare tesoro dell’esperienza vissuta nei tre anni di pandemia facendo buon uso degli strumenti che abbiamo a disposizione.

L’esperienza della fase emergenziale ci ha ricordato l’importanza e necessità umana dello stare assieme/socializzare e fidarsi del prossimo – soprattutto degli operatori sanitari – passando per l’accettazione della nostra vulnerabilità verso l’impossibilità di controllare la natura.

La campagna “Affrontiamo insieme la Nuova Normalità” promossa da Pfizer ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, i media e le istituzioni sull’importanza di non abbassare la guardia sul Covid per poter continuare a vivere in questa “Nuova Normalità” di convivenza con il Coronavirus, proprio grazie all’impegno verso la prevenzione e sorveglianza epidemiologica messe in atto e che devono continuare.

Per saperne di più, abbiamo chiesto a Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Luigi Sacco, la sua opinione riguardo a questa nuova fase che ci troviamo ad affrontare.

 

Professore, siamo entrati in una nuova era, quella post pandemica: di Covid non si parla quasi più. È davvero finita l’emergenza?

“Quel che sta accadendo ricorda quanto successo con la Spagnola a inizio del secolo scorso: dopo che devastò il nostro Paese, ci fu una sorta di ‘congiura del silenzio’, era ufficialmente diventato un tema da dimenticare per decenni. Anche se su 38 milioni di abitanti in Italia all’epoca, causò 600 mila morti, più di quelli della Prima Guerra Mondiale, il cui tributo di vite umane fu di mezzo milione”.

“La Spagnola non fu compresa bene: si credeva fosse causata da un batterio e non erano chiare le modalità di diffusione. Oggi invece del Covid sappiamo molto, ma fa comodo non parlarne: appena c’è stato un calo dell’impatto – non una scomparsa si badi bene – per l’immunità indotta dalle infezioni e dai vaccini, con più di 50 milioni di italiani vaccinati, i riflettori si sono spenti. Sembra che parlare di Covid oggi sia anti patriottico, che la gente debba pensare ad altro. Ma nel 2023 ci sono stati ad oggi più di 9 mila decessi per la malattia”.

 

Inoltre, c’è ancora il problema del Long Covid, cioè delle conseguenze della malattia che si protraggono per mesi dopo che questa è scomparsa

“Penso che bisogna dimensionare in modo diverso il problema: c’è ancora molto da sapere e capire, soprattutto su aspetti biologici e patogenesi di alcune forme, ma si deve tenere presente un’importante discrimine: in molti casi la sindrome è da imputare a una situazione differente, vale a dire al trauma rappresentato dal Covid.

Per intenderci, in molti casi il Long Covid è una reazione post traumatica, quindi qualcosa che non ha origine organica, bensì psicologica. In molti casi, una depressione, già presente nei soggetti colpiti, è stata esacerbata dagli effetti della malattia, così il Covid è diventata la giustificazione del proprio malessere. Ma ciò non significa che il Long Covid non sia un problema”.

 

Il Covid è però ancora una grave minaccia per le categorie cosiddette fragili, che sono a rischio di ospedalizzazione e morte. Chi sono questi soggetti?

“Tutte le persone con età superiore a 70-75 anni sono a rischio, indipendentemente dall’avere le patologie elencate dal NHI statunitense e dal Ministero della Salute. Poi ci sono gli immunodepressi, persone con tumore, diabete, malattie autoimmuni, cardiovascolari ed epatiche croniche: in questi soggetti la risposta immunitaria è meno adeguata e prolungata”.

 

Come possono proteggersi?

“Se sono passati già sei mesi dall’ultima vaccinazione o manifestazione di Covid è bene ripetere il vaccino. Se quello inoculato in precedenza era una versione meno attuale, cioè non ancora efficace contro le nuove varianti, allora la vaccinazione va anticipata a tre mesi“.

“Bisogna inoltre evitare gente che può portare l’infezione, ed è per questo che la vaccinazione è una responsabilità sociale, oltre che individuale: se si è vaccinati si riduce la probabilità di portare la malattia a questi soggetti fragili, come nonni o parenti anziani”.

 

Cosa succederà ora, secondo lei?

“La possibile minore patogenicità di omicron e delle nuove varianti nel 2022 hanno comunque portato a 19 milioni di infezioni e 48 mila morti. Ed era la variante ‘buona’.  Ma più che il virus rabbonito, siamo noi più immunizzati. Significa che non bisogna abbassare la guardia. Le infezioni sono tante e sono più di quelle dichiarate e registrate. E saranno relativamente molti, anche se in percentuale minore rispetto agi altri anni, i casi con sufficiente gravità da causare ospedalizzazione. In numero assoluto tanti. Anche i decessi. Spesso riguardanti non vaccinati o i fragili”.