Il trattamento con abemaciclib in associazione alla terapia endocrina riduce il rischio di recidiva del tumore al seno nelle donne con EBC HR+/HER2- ad alto rischio del 35%: un importante progresso clinico nella sopravvivenza libera da malattia invasiva, un vero e proprio cambio di prospettiva, dopo 20 anni, per queste pazienti.
Secondo GLOBOCAN, il database sui tumori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il carcinoma mammario ha ormai superato il tumore del polmone come tumore più diagnosticato al mondo.
I 2,3 milioni di nuovi casi stimati indicano che 1 tumore su 8 diagnosticato nel 2020 è un carcinoma mammario.
Con circa 685.000 decessi nel 2020, il carcinoma mammario è la quinta causa di morte per tumore nel mondo. In Italia, si stimano oltre 55.700 nuovi casi di carcinoma mammario nel 2022.
Per il tumore al seno in fase iniziale, arriva un’importante novità terapeutica, in grado di ridurre il rischio di recidiva, come è emerso dagli studi, del 35%.
Eli Lilly ha annunciato che AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha approvato, con determina n. 415/2023, la rimborsabilità di abemaciclib in associazione alla terapia endocrina per il trattamento adiuvante di pazienti adulti con carcinoma mammario in fase iniziale, positivo al recettore ormonale (HR), negativo al recettore del fattore di crescita umano epidermico di tipo 2 (HER2), linfonodo-positivo, ad alto rischio di recidiva.
Prima di spiegare di quali tipi di tumore si tratta e cosa fa il farmaco, bisogna rispondere a un’importante domanda: quando un tumore al seno è considerato in fase precoce?
“In questo stadio il cancro è presente solo nella mammella ed eventualmente nei linfonodi ascellari, ma non sono presenti metastasi a distanza” chiarisce Lucia Del Mastro, Professore Ordinario di Oncologia Medica, Università di Genova e Direttore Clinica di Oncologia Medica, IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova.
Come si procede, dunque, una volta diagnosticato? “Il trattamento prevede la rimozione con intervento chirurgico e a seguire una terapia post-operatoria, il cosiddetto trattamento adiuvante, che serve a distruggere le cellule lasciate in giro dal tumore per evitare che si formino in seguito recidive o metastasi”.
Circa il 70% di tutti i carcinomi mammari appartiene al sottotipo positivo al recettore ormonale (hormone receptor, HR), negativo al recettore del fattore di crescita umano epidermico di tipo 2 (human epidermal growth factor receptor 2, HER2), HR+/HER2-.
“Il 15% di tumori HR+/HER2- sono a rischio aumentato di sviluppare metastasi e la possibilità di offrire a queste donne un trattamento aggiuntivo alla terapia endocrina, rappresentato da abemaciclib, è una opportunità molto rilevante per le nostre pazienti” prosegue la dottoressa.
Il rischio di recidiva è maggiore intorno ai primi due anni dopo la diagnosi, soprattutto nelle pazienti il cui tumore presenta delle caratteristiche clinico-patologiche associate a un alto rischio di recidiva: dimensione del tumore ≥5 cm, grado elevato del tumore (Grado 3) e un alto tasso di proliferazione cellulare (score Ki-67 ≥20%).
Anche la positività dei linfonodi, vale a dire la presenza di cellule tumorali nei linfonodi dell’area ascellare, aumenta il rischio: sebbene le pazienti siano state sottoposte a rimozione chirurgica del tumore primitivo, nonché dei linfonodi positivi, la presenza di cellule tumorali nei linfonodi si traduce in una maggiore probabilità che il tumore si ripresenti e si diffonda.
Tale rischio rende necessaria la disponibilità di trattamenti “adiuvanti” che prevengano l’insorgenza di recidive di malattia, che siano locali o a distanza.
“Il trattamento con abemaciclib in combinazione con terapia endocrina ha dimostrato di ridurre in maniera importante il rischio di recidiva nelle pazienti con tumore al seno in stadio iniziale ma con un elevato rischio di ripresa di malattia”, dichiara Valentina Guarneri, Professore Ordinario di Oncologia Medica e Direttore della Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica, Università di Padova.
L’approvazione di AIFA è basata sui risultati del trial di Fase 3 “monarchE”, che ha raggiunto il suo endpoint primario alla seconda analisi ad interim sull’efficacia, mostrando un miglioramento statisticamente significativo nella sopravvivenza libera da malattia invasiva rispetto al trattamento standard.
“Lo studio ha valutato il farmaco in aggiunta alla terapia endocrina standard rispetto a quest’ultima da sola” spiega Guarneri.
5.637 donne con tumore al seno in fase precoce HR+/HER2- linfonodo-positivo ad alto rischio di recidiva sono state reclutate nel trial clinico.
Le pazienti sono stati randomizzati a ricevere trattamento standard con sola endocrino-terapia standard da 5 a 10 anni, in base alla scelta dello sperimentatore, in associazione o meno ad abemaciclib per 2 anni.
“Dopo un follow-up di quattro anni, si è visto che il rischio di recidiva, nel gruppo trattato con abemaciclib, si è ridotto del 35%”.
Il tasso di sopravvivenza libera da malattia invasiva a quattro anni è stato del 85,5% per i pazienti trattati con abemaciclib più terapia endocrina (ET) rispetto al 78,6% per i pazienti trattati con la sola ET, con una differenza assoluta del 6,9%.
Inoltre, il tasso di sopravvivenza libera da malattia a distanza a quattro anni è stato pari al 87,9% per i pazienti trattati con abemaciclib più ET rispetto all’81,8% dei pazienti trattati con sola ET, con una differenza assoluta del 6,1%.
Ma per quanto tempo le pazienti devono assumere queste terapie adiuvanti? “Gli studi ci hanno mostrato che il periodo ottimale va dai 5 ai 7-8 anni” afferma Guarneri. “Prolungare la terapia dopo i dieci anni non ha prodotto ulteriore beneficio”.
“È la prima novità terapeutica in questo ambito da vent’anni a questa parte” dichiara Del Mastro.
“Anche la somministrazione è semplice: si tratta di una pastiglia da assumere per bocca due volte al giorno, assieme alla terapia endocrina” continua.
Ci sono effetti collaterali? “Quelli principali sono stanchezza e diarrea, anche se in forma lieve. Per questo, nei primi due mesi di trattamento, si effettuano degli aggiustamenti al dosaggio per trovare quello più idoneo a mitigare questi affetti per la paziente” conclude.
