Tempo libero e vita quotidiana nell’antica Roma. Di Federica Guidi.

 

 

Quando Cicerone non era nel foro a perorare calorosamente un causa o quando Orazio posava lo stilo dopo aver composto sublimi versi, come passavano le ore libere? Come si svagavano e che faceva, in generale, il popolo nel “tempo libero”?

Sembra un concetto moderno, questo, ma già nell’antica Roma le ore dedicate ad attività extra lavorative erano parecchie: quasi mezza giornata, dalla “pausa pranzo” in avanti.

Almeno lo erano per una buona fetta della popolazione di ceto medio alto, escludendo ovviamente schiavi, liberti, contadini e chi svolgeva mestieri per cui era necessario profondere il proprio impegno anche quando gli altri erano dediti a momenti di distrazione.

Il tempo non speso al lavoro era il cosiddetto otium, che, si badi bene, per un popolo pragmatico come quello romano non significava affatto starsene con le mani in mano.

Anche il riposo, infatti, era usato a scopi “pratici”, come tessere pubbliche relazioni, temprare corpo e mente e dedicarsi a piaceri ristoratori.

Siamo abituati a pensare agli antichi romani come a un popolo di soldati, ligi a una ferrea disciplina, osservanti del mos maiourum, ma sapevano divertirsi, eccome.

Ecco dunque che nel pomeriggio affollavano le terme, luoghi dall’accesso libero in cui tutti avevano diritto d’entrare, dove tra una partita a palla, un bagno, un massaggio, ci si dedicava alla vita sociale, a volte solo con pettegolezzi, altre a discutere di politica e commercio.

E poi pronti per la cena: sempre in compagnia, attorniati da servitori che mescevano vino e trituravano il cibo, portato in sala in scenografiche composizioni e allietando gli ospiti con musici, attori, “attricette” e cantori.

La folla, poi, amava gli spettacoli, dalle colte tragedie fino alle più rustiche pantomime; non si trascuravano nemmeno i piaceri della carne, alla cui soddisfazione erano preposti i tanti lupanari sparsi per l’urbe e le città dell’impero.

Vacanze: chi si ritirava nella “seconda casa” di campagna per sfuggire al caos cittadino, chi si recava al mare, chi invece faceva dei veri e propri tour guidati di Grecia ed Egitto, a visitare le già allora “storiche” testimonianze di un recente passato.

E, naturalmente, i giochi: dalle corse con le bighe al Circo Massimo, alle cacce ed esecuzioni nelle arene; manifestazioni per le quali i romani perdevano letteralmente la testa e che facevano guadagnare agli sportivi dell’epoca cifre da capogiro, ineguagliate ancora oggi.

Ne emerge che, forse, tra i tanti fattori che hanno concorso alla grandezza di Roma e al perdurare del suo dominio sul mondo antico, c’era, oltre all’efficienza dell’esercito, della giurisprudenza e dell’ingegneria civile, anche la propensione – quasi una necessità – del suo popolo a immergersi in un’intensa vita sociale, rafforzando così sia i legami individuali sia il senso collettivo di appartenenza a una civiltà, che per l’epoca era davvero molto evoluta.

Insomma, a questi romani piaceva stare in compagnia e sapevano come godersi il tempo libero e come farlo fruttare al meglio, uno stile di vita unico nell’antichità.

L’autrice racconta in modo appassionante e avvincente questi aspetti della vita dei romani e come si sono evoluti nel corso della secolare storia di Roma, dissipando i tanti luoghi comuni e cliché, completamente inventati, che Hollywood ci ha purtroppo tramandato.

Non cade – quasi mai – nell’errore di comparare usi e costumi di una civiltà scomparsa 15 secoli fa con quella attuale, anche se a volte pone l’accento sulle ingiustizie sociali e di genere, omettendo però importanti capisaldi di tutela, cancellati poi alla fine dell’impero romano e ripristinati solo in epoche recenti.

Assolutamente consigliato, è un libro entusiasmante che soddisfa le curiosità sulla vita quotidiana del romano antico medio, basandosi rigorosamente su fonti letterarie e scoperte archeologiche.