Esperti fanno il punto su uno dei farmaci analgesici più utilizzato e conosciuto al mondo, passato alla ribalta delle cronache durante gli anni di pandemia, confermando la sua sicurezza.
Paracetamolo e vigile attesa. È la frase che abbiamo sentito di più in questi due anni di pandemia. Spesso usata a sproposito, molte volte fuori luogo e fuori contesto. Ma che significa realmente?
A fare chiarezza, soprattutto sul paracetamolo, sul suo impiego e sui suoi presunti effetti tossici, ci pensa un pool di esperti, medici che sono stati in prima linea durante la prima ondata di Covid e che hanno vissuto assieme ai pazienti il difficile periodo pandemico, che fortunatamente ci stiamo lasciando alle spalle.
“La raccomandazione del Ministero, probabilmente adottata da una nota dell’Aifa, è sostanzialmente pleonastica: non c’è medico che non sia vigile verso i suoi pazienti, soprattutto quando si ha a che fare con una malattia di cui si conosce poco e che evolve nel tempo” afferma Francesco Scaglione, professore orfinario di farmacologia all’Università fegli Studi di Milano.
Gli fa eco Ovidio Brignoli, medico di medicina generale ASL di Brescia e Vice Presidente Società Italiana di Medicina Generale (SIMG): “la viglile attesa significa appunto che il medico sorveglia il malato in attesa di rilevare o che gli siano comunicati nuovi sintomi, l’evoluzione della patologia o se succede qualsiasi cosa”, spiega.
E quanto al paracetamolo? “Innanzitutto bisogna premettere che questo farmaco, tra i più impiegati al mondo, è in uso dal 1941 e si utilizza senza problemi su persone da zero a qualsiasi età” dice Scaglione.
Quanto alla presunta tossicità epatica, messa in relazione con un meccanismo d’azione (la deplezione di glutadone) da alcuni studi, precisa: “circa il 5% del farmaco è metabolizzato nel fegato e ciò produce un metabolita ossidante che può essere tossico, ma il rischio di effetti collaterali può insorgere solo se si assumono dosi elevate, vale a dire 6-7 grammi al giorno, il che è ben oltre il dosaggio raccomandato dalle linee guida che è massimo 3 grammi al giorno”.
“Non ci sono evidenze cliniche di effetti avversi al dosaggio raccomandato, né esistono studi che ne dimostrino tossicità” aggiiunge Francesco Franceschi, professore ordinario di medicina interna alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Un altro luogo comune, emerso durante la pandemia, è la contrapposizione tra paracetamolo e ibuprofene. “Tutti gli studi fatti, e si parla di casistica raccolta su oltre 40 mila pazienti, hanno riguardato l’impiego dei due farmaci assieme e mai del solo ibuprofene in monoterapia” spiega Franceschi, “quindi anche in questo caso non è corretto affermare che uno sia meglio dell’altro nella cura del Covid”.
“E infatti la loro funzione non è quella di curare la malattia” aggiunge Michela Procaccini, medical department director di Angelini Pharma, “bensì di agire come ‘gregari’, per trattare i sintomi, come febbre, dolore e tutti quelli associati alla sindrome influenzale”.
Ma vediamo di conoscere meglio il paracetamolo e come funziona. L’effetto antipiretico avviene inibendo le prostaglandine resposabili del’innalzamento della temperatura, agendo a livello del termoregolatore ipotalamico.
Per quanto riguarda invece l’effetto analgesico, i meccanismi d’azione riguardano recettori nei centri del dolore del cervello. La sua durta d’azione varia tra le 4 e le 6 ore e si raccomanda l’assunzione a stomaco vuoto, in modo che la percentuale di farmaco che raggiunge il flusso sanguigno sia intorno al 90% (la presenza di cibo nello stomaco dimezza questo valore).
Differnza sostanziale con l’ibuprofene, non possiede un’attività antinfiammatoria e questo si traduce in assenza di effetti collaterali a livello gastrico e renale tipici dei FANS.
In conclusione, è un farmaco efficace nel trattamento sintomatico della febbre e del dolore e alla dose terapeutica massima, cioè 3 grammi al giono, è altamente sicuro.
