Sui social è definita “la cura miracolosa”. Ma è davvero proprio così?

 

Che cosa c’è dietro il grande dibattito mediatico, soprattutto social, che ha scatenato la notizia che la plasma terapia funziona con il Covid-19? Di certo che in senso negativo sono intervenuti anche medici e ricercatori che dovrebbero conoscere sia l’uso del plasma dei guariti per cercare di salvare chi è grave e deve ancora guarire e che dovrebbero aver studiato che cos’è l’immunità passiva. E sono sembrate molto artificiose le varie critiche e prese di posizione. Il popolo del web l’ha chiamata in tanti modi: cura miracolosa, terapia solidale o del popolo (ogni malato guarito, un altro guarito), unica arma pre-vaccino, cura democratica a basso costo. E giorno dopo giorno la notorietà del Carlo Poma di Mantova, che insieme al Policlinico San Matteo di Pavia ha sperimentato con autorizzazione dell’agenzia del farmaco italiana (AIFA) la plasma terapia contro Covid-19, è cresciuta a livello internazionale.

In realtà, non è proprio così. Ed è bene chiarire che i primi a provarla sono stati i medici cinesi a Wuhan, senza però poterne divulgare scientificamente una casistica corposa. E che l’Italia, secondo Paese gravemente colpito dalla pandemia, è invece quella che ha subito raccolto plasma dai guariti, lo ha esaminato per verificarne l’efficacia e l’innocuità per altri virus, applicando un protocollo approvato dalle autorità scientifiche, ne ha creato dosi utilizzabili e ha definito i dosaggi e i tempi adatti per avere i risultati attesi. Tutto ciò ha portato agli 80 guariti su 80 a Mantova, a un numero maggiore (scritto nel lavoro scientifico che deve essere pubblicato) a Pavia, poi a Padova, a Lodi, a Novara, a Pisa. Un’estensione a macchia d’olio di chi la pratica grazie anche alle prime banche del plasma venutesi a creare in collaborazione con l’AVIS.

E, attenzione, conosciuti i dati italiani anche negli Stati Uniti sta diventando la prima cura, create le dosi, in sperimentazione: l’autorità regolatoria dei farmaci americana dal 26 aprile ha avviato la sperimentazione e richiesto agli americani guariti di donare il loro plasma. Ed è praticata ora anche in altri Paesi europei dove crescono i casi, i ricoverati e i primi guariti che possono donare il plasma. In Belgio, per esempio, nel più grande ospedale di Bruxelles racconta un’italiana che vi lavora, Chiara Maria Portas, “sono già 300 i pazienti, tra i guariti e quelli in cura, trattati con il plasma iperimmune”.

 

Come mai tanta attenzione negli Stati Uniti?

Facile dire che, dopo avere avuto le anticipazioni dai colleghi italiani, per una soluzione nota ed efficace contro il Covid-19 senza effetti collaterali, a parte la guarigione, la curiosità scientifica e clinica si è alzata. Nessuna garanzia su un’immunizzazione assicurata nel tempo ma il superamento del punto critico dell’infezione, al momento del bivio tra una risposta dell’organismo vincente e il finire attaccati al respiratore e ai monitor della terapia intensiva.

 

Poi c’è stata la star di Hollywood che ha lanciato il tema negli Stati Uniti.

Tom Hanks e sua moglie hanno donato il plasma dopo aver sconfitto il Covid-19 contratto agli inizi di marzo in Australia dove si trovava per girare il nuovo film biopic su Elvis Presley, in cui lui interpreta il manager della star Tom Parker. Tornati nella loro casa a Los Angeles a fine marzo e una volta terminata la quarantena, l’attore premio Oscar si è fatto avanti spontaneamente per fornire il prezioso plasma che già veniva utilizzato in Australia e in California come cura perché contenente gli anticorpi sviluppati dal guarito per combattere la malattia. E Tom Hanks ha condiviso sui social sia quando ha donato sia le foto dell’enorme borsa del suo plasma, nella speranza che possa contenere gli anticorpi utili ai ricercatori nella loro lotta contro il coronavirus.

Scrive su Facebook e racconta ai tabloid americani: “Appena siamo guariti ci siamo attivati. ‘C’è qualcosa che possiamo fare? E così abbiamo scoperto di avere gli anticorpi alla malattia. Ci siamo fatti avanti per donare il sangue, o meglio il plasma. Spero davvero che possa aiutare a curare delle persone”.

 

Che cos’è il plasma?

Il plasma, la parte più “liquida” del nostro sangue, composta da acqua, proteine, nutrienti, ormoni (ma privo di cellule), è molto importante perché contiene una quota di anticorpi che si sono formati dopo una battaglia vinta contro il virus. Ecco perché le cure con il plasma rimangono uno strumento a tutt’oggi preziosissimo. Si chiama plasma di convalescenza quello con gli anticorpi. La terapia al plasma di convalescenza, negli Stati Uniti, verrà sperimentata anche per rinforzare il sistema immunitario degli operatori sanitari esposti al Covid-19 e nei casi di grave insufficienza respiratoria. La Food and Drug Administration (FDA) il 23 aprile ha dato il via libera allo studio per determinare se il plasma raccolto da pazienti Covid-19, recentemente guariti, aiuta a proteggere gli operatori sanitari e ad alleviare i sintomi in coloro che sono gravemente malati dal virus. Lo studio sarà condotto presso la Columbia University di New York. Proprio la città dove il focolaio dell’epidemia da Covid-19 è il più grande più grande degli Stati Uniti. L’azienda Amazon sta sostenendo lo studio per il costo di 2,5 milioni di dollari. Steven Spitalnik è il responsabile del progetto di ricerca della Columbia e si avvale della consulenza di alcuni esperti del sistema sangue italiani. 

 

Ma la plasma terapia è un vaccino?

No. La plasma terapia è una cura, il vaccino è una prevenzione. L’immunità che dà il plasma è passiva, efficace al momento che viene somministrata al paziente e che poi probabilmente scompare sostituita dagli anticorpi che intanto crea il curato. Il vaccino viene studiato per creare un’immunità attiva che serve come scudo per non ammalarsi se si viene a contatto con il virus.

 

Quindi nessuna contrapposizione?

No, mentre però si cerca di mettere a punto un vaccino sicuro ed efficace, i malati gravi vanno curati con il sistema più efficace. Sono in sperimentazione vari farmaci, e c’è anche la plasma terapia che non è cura miracolosa ma scienza applicata. L’obiettivo non è certo quello delle liti sui social, delle speculazioni, del “siamo meglio noi” e del “noi siamo stati i primi”, ma l’obiettivo etico e scientifico è quello di non far morire per Covid-19. Poi quello di non fare più infettare, ricreando le condizioni per la normalità.

 

Quali i difetti di questa terapia allora?

Qualcuno dice ironicamente che ha tre difetti: costa poco, è efficace, non fa arricchire nessuno. Si tratta di una provocazione da web, ma in effetti è una tecnica poco costosa con pochi margini di guadagno non per questo si comprendono i tanti distinguo e i silenzi da parte delle autorità sanitarie nazionali e regionali. Fino a quando era applicata in silenzio nessuno diceva nulla, appena si è parlato dei sorprendenti risultati ottenuti sono addirittura intervenuti, a Mantova, i carabinieri del NAS.

 

E i suoi limiti?

Innanzitutto, non previene la malattia, anzi: servono malati per guarirne altri. Questo, non solo di per sé non è l’optimum, perché l’obiettivo è eradicare la malattia, ma implica la donazione di plasma in sicurezza (per cui sono necessari controlli anti AIDS, epatite C e altre patologie) e che porta a scartare i due terzi delle donazioni. Più guariti ci sono, più plasma efficace e sicuro si ottiene, più malati si salvano.

“Al servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del Carlo Poma sta procedendo a pieno regime la raccolta del plasma da pazienti guariti, con un ritmo di 6-7 prelievi al giorno. Una gara di solidarietà da parte dei donatori, ormai oltre 60, che si propongono anche da fuori provincia e da altre regioni italiane per offrire il prezioso emocomponente”, scrive a questo proposito l’ASST di Mantova. Stessa gara di solidarietà anche negli Stati Uniti dopo l’input del premio Oscar.

 

Non è tra l’altro una tecnica nuova, né in assoluto, né contro il Covid-19. Quindi perché tante critiche, che all’estero non ci sono?

Precedenti studi statunitensi e canadesi ne avevano già studiato l’efficacia. E un recente lavoro pubblicato su Journal of Infection Disease ha confermato che il trattamento deve essere somministrato nelle fasi iniziali, o meglio prima della gravità da terapia intensiva, perché perde di efficacia in quelli avanzati, rendendosi praticamente inutile se il paziente è già da tempo in terapia intensiva. La tecnica ha dato oggettivamente ottimi risultati su diversi pazienti in condizioni critiche ma non ancora disperate. In Italia, in particolare, dove il 29 aprile si è conclusa la sperimentazione condotta congiuntamente dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’ospedale Poma di Mantova.

 

Intanto però viene attaccato da alcuni il primario di pneumologia dell’ospedale di Mantova, Giuseppe De Donno. Addirittura, “oscurato” sui social. Come mai?

Attaccato e censurato. Non si trovano più da ieri i profili Facebook di De Donno, direttore dell’unità di Pneumologia e terapia intensiva dell’ospedale Poma di Mantova. Lo scrive la Gazzetta di Mantova sul suo sito online. Dando uno sguardo sul social la notizia è vera. I due suoi profili sono spariti mentre l’altro ieri erano consultabili e aperti. Il medico aveva due profili. È entrato nell’occhio del ciclone da quando la notizia del plasma iperimmune è stata data anche dai grandi giornali e tv. Lui ribadisce: “Da oltre un mese a Mantova, grazie alla siero terapia non si hanno più decessi. Nessun morto tra i nostri pazienti selezionati e trattati con il plasma. Da ministero e Iss però nessun segnale, stanno alla finestra”.

 

Cos’è e come funziona il plasma iperimmune?

Il plasma iperimmune contiene anticorpi sviluppati a seguito dell’infezione (in questo caso da SARS-CoV-2) e viene somministrato a chi ha la malattia in corso per rendere la persona in grado di rispondere all’aggressione del virus.

La Food and Drug Administration (FDA), l’autorità regolatoria americana, ha approvato l’impiego di plasma di convalescenza per il trattamento di pazienti critici con infezione da Covid-19. Il protocollo prevede la raccolta di plasma da pazienti guariti, in grado di donare sangue, che siano asintomatici da almeno 14 giorni e con i test del Covid-19 negativizzati. In Italia, a fine marzo, la Società Italiana di Medicina Trasfuzionale e Immunoematologia (SIMTI) e la Società Italiana di Emaferesi e Manipolazione Cellulare (SIdEM) avevano pubblicato un Position Paper con il quale si evidenziavano le caratteristiche e le condizioni consigliate per la somministrazione della terapia, che implicano l’infusione di plasma con volumi fino a un massimo di 600 millilitri per 1-3 giorni consecutivi (scherma ripetibile una volta se necessario). Questo nei primi 7 giorni, di buona efficacia entro i 14 giorni, comunque non oltre le tre settimane dall’esordio della malattia. Attualmente nel nostro Paese si segue il cosiddetto “protocollo San Matteo” (siglato da varie ASST lombarde, con capofila il policlinico San Matteo di Pavia), che riprende quanto approvato dall’FDA e suggerito da SIMTI e SIdEM, in base al quale possono diventare donatori i pazienti guariti che presentino nel plasma elevati livelli di anticorpi contro il coronavirus. E che, naturalmente, non presentino altre malattie trasmissibili per via sanguigna.

 

Ma da ogni donatore quante dosi efficaci si ottengono?

Anche per tre persone malate, dicono a Mantova. Di sicuro per due malati.

 

 

Negli Stati Uniti peraltro è stato messo a punto un test rapido utile anche per individuare subito donatori potenziali prima del prelievo. Come funziona?

Uno studio della Società scientifica americana di Chimica analitica (ACS) ha provato e approvato un test rapido e ad alta sensibilità per gli anticorpi contro il coronavirus nel sangue umano. Il test potrebbe aiutare i medici a monitorare l’esposizione di una persona alla malattia, nonché a confermare casi sospetti di Covid-19, risultati negativi con altri metodi. Poiché i sintomi di Covid-19 variano da lievi a gravi, con alcune persone apparentemente senza sintomi, il numero di persone che sono state infettate dal virus SARS-CoV-2 ad un certo punto è probabilmente molto più alto del numero di casi confermati. Man mano che gli Stati Uniti iniziano ad allentare le restrizioni al blocco, saranno importanti test diffusi sulla popolazione generale per identificare le persone nelle prime fasi della malattia, o le persone che non hanno sintomi ma possono comunque infettare gli altri. Inoltre, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, è possibile che le persone con anticorpi contro il virus possano essere immuni ai futuri focolai di Covid-19. Per aiutare a identificare le persone con esposizione attuale o passata a SARS-CoV-2, è stato sviluppato un test che si basa su una tecnica chiamata immunodosaggio a flusso laterale (LFA). Il test di gravidanza domiciliare è un esempio di questo tipo di analisi. I ricercatori hanno testato il nuovo test sul siero di pazienti Covid-19 e su campioni di persone risultate negative alla malattia con un test diagnostico comune. Il nuovo test ha correttamente diagnosticato tutti i campioni dei malati come positivi e ha individuato un positivo tra i negativi, in soli 10 minuti per campione. Il test immunologico potrebbe essere utile per confermare diagnosi negative, monitorare il recupero di un paziente, studiare esposizioni passate e identificare individui guariti con alti livelli di anticorpi come potenziali donatori di plasma convalescente.

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