Tra poche settimane la navetta DART si scaglierà contro un corpo roccioso per testare questo metodo di difesa da asteroidi pericolosi. Una sonda italiana registrerà l’evento.

 

 

Mentre tutta l’opinione pubblica è concentrata sul lancio della missione Artemis, che, sebbene senza equipaggio è il prodromo a una prossima riconquista umana della Luna, sta passando quasi inosservato un altro evento storico dell’era spaziale: per la prima volta una navicella andrà a schiantarsi (deliberatamente) contro un asteroide; avverrà presto, il 26 settembre.

Due fatti sono rilevanti per questa missione: il primo è che Dimorphos, questo il nome della roccia spaziale che sarà colpita, è una piccola luna (appena 160 metri di larghezza) di un asteroide più grande, Didymos, che misura invece 780 metri.

L’altro è che la scienza e la tecnologia italiane sono in primo piano per quanto riguarda questo evento, nello specifico sarà un oggetto costruito dall’Agenzia Spaziale Italiana il primo testimone diretto dell’evento.

Lanciata nel 2021, la navicela DART, che in inglese significa “dardo”, è anche l’acronimo di Double Asteroid Redirection Test: infatti, lo scopo della missione è proprio quelllo di verificare se una navetta spaziale lanciata a mo’ di dardo, alla velocità di 6,6 chiometri al secondo, contro un asteroide è in grado di reindirizzarne l’orbita.

Il test sarà indicativo sull’efficacia di questa metodologia di difesa nel caso venga scoperto un asteroide in rotta di collisione col nostro pianeta.

Le dimensioni di Dimorphos sono dieci volte inferiori a quelle del meteorite che colpì la Terra 65 milioni di anni fa, ma lo schianto di un corpo roccioso di quelle dimensioni potrebbe comunque come minimo vaporizzare un’intera città.

Gli eventi di collisione con rocce spaziali di una grandezza simile sono rari ma non rarissimi: parliamo di una frequenza di migliaia di anni, il che significa che un impatto del genere potrebbe capitare in futuro, dato che nel recente passato sono occorsi altri eventi di questo tipo.

Per fortuna le grandi dimensioni di questi asteroidi consentono di essere individuati con relativa facilità: ecco perché, se se ne scoprisse uno nuovo che potrebbe costituire una potenziale minaccia, ci sarebbe il tempo necessario per allestire una missione come la DART per cercare di deviarne l’orbita e scongiurare una catastrofe.

Sempre che i risultati attesi dopo il 26 settembre siano quelli previsti. Telescopi terrestri saranno puntati sul sistema binario di asteridi per misurare il cambiamento di luminosità della coppia, che darà indicazioni sulla deflessione orbitale inflitta alla piccola luna.

circa 10 giorni prima dell’impatto rilascerà un piccolo satellite chiamato LICIACube, costruito dall’Agenzia Spaziale Italiana. Cubesat osserverà lo schianto di DART in tempo reale e invierà alla Terra le immagini del nuovissimo cratere che si formerà nel luogo di impatto.

L’Agenzia spaziale europea avvierà una missione di follow-up nel 2024, chiamata Hera. Quel veicolo spaziale studierà i due asteroidi in modo più dettagliato, incluso il cratere d’impatto e la misurazione della struttura fisica e della composizione chimica della coppia di oggetti.

 

Immagine: NASA/Johns Hopkins APL/Steve Gribben