Dal 2019 per volere di Sadiq Khan, sindaco di Londra, c’è il divieto su autobus, metropolitane, treni, taxi e relative stazioni. Secondo gli studi ha ridotto il consumo di 385 calorie a settimana per persona.

 

 

Per ridurre il consumo di junk food, del cibo spazzatura di matrice non solo industriale, e combattere l’obesità c’è uno strumento che non costa nulla e che sta sembrando estremamente efficace. Si tratta del divieto di pubblicità sui mezzi di trasporto come autobus, metropolitane, treni, taxi e relative stazioni.

Lo dimostra il caso illuminante di Londra, città che ha introdotto questo tipo di limitazioni nel 2019 per intervento del sindaco Sadiq Khan. Ora la città  può vantare risultati incoraggianti, quantificati dagli esperti della London School of Hygiene and Tropical Medicine guidati da Steven Cummins.

Come riferito nella pubblicazione su PLoS Medicine per capire se il provvedimento avesse avuto, o meno, gli effetti ipotizzati e desiderati i ricercatori hanno analizzato i consumi di un campione di 977 famiglie, selezionate casualmente dal panel sui beni di consumo di una società privata per le ricerche di mercato (il Kantar Fast Moving Consumer Goods panel).

In particolare, gli autori hanno controllato gli acquisti relativi ai prodotti definiti HFSS (da high in fat, salt and sugar, cioè a elevato contenuto di grassi, sale e zuccheri) durante un periodo di 44 settimane dopo l’entrata in vigore del divieto.

I dati sono stati confrontati con quelli delle 36 settimane prima e con quelli di famiglie del Nord dell’Inghilterra, dove non c’è alcuna limitazione. Sono stati esclusi momenti particolari come le festività natalizie, durante le quali tutti consumano più dolci e alimenti spesso poco sani.

Il risultato, emerso dall’analisi di circa due milioni di acquisti di prodotti ad alto contenuto di grassi, sale e zucchero, è stato molto positivo. Ogni famiglia ha comprato in media mille calorie in meno a settimana, valore che, considerando ogni nucleo composto in media da 2,6 persone, si traduce in 385 calorie in meno per persona a settimana (pari, per esempio, a una tavoletta e mezzo di cioccolato al latte).

Interessanti, poi, i dati relativi alle singole categorie: ogni sette giorni in ognuna delle famiglie analizzate sono stati consumati 58 grammi di grassi, 26 grammi di grassi saturi e 81 grammi di zuccheri in meno.

Il calo più evidente si è visto con il cioccolato e le caramelle, che hanno mostrato una riduzione vicina al 20% (pari a 318 calorie settimanali), corrispondente a 13 grammi di grassi, a 9 g di grassi saturi, 41 grammi di zuccheri e 0,2 grammi di sale in meno a settimana. 

Entusiastici i commenti sia dei ricercatori sia dello stesso sindaco. Cummins ha sottolineato: “Gli effetti che abbiamo visto sono più grandi di quelli riportati per la tassa sulle bevande zuccherate, e di quelli previsti per il divieto della pubblicità televisiva dei cibi HFSS prima delle 21 o per una tassa del 20% sugli snack zuccherati.

Questi risultati sono particolarmente significativi alla luce della Health Bill attualmente all’esame del Parlamento, dato che forniscono ulteriori prove dell’efficacia delle restrizioni alla pubblicità. Sono necessari ulteriori approfondimenti, ma lo studio suggerisce che questo tipo di politiche potrebbe avere un impatto significativo. Si tratta di una tipologia di intervento potenzialmente efficace anche in altre importanti aree di salute pubblica come la regolazione della pubblicità dell’alcol e del gioco d’azzardo”.

Dal canto suo, il sindaco Khan ha commentato: “È scandaloso che una città come Londra abbia tassi di obesità infantile così alti. Non si può negare che la pubblicità svolga un ruolo enorme nel porre sotto i riflettori cibi e bevande meno salutari, e sono quindi lieto di vedere l’impatto positivo che queste misure rivoluzionarie hanno avuto, portando a una reale riduzione della quantità di cibo spazzatura acquistato”.

Lavorare anche sulla pubblicità tv e su quella “mascherata” sui social network, soprattutto tramite influencer e blogger, è fondamentale perché il marketing predatorio di Big Food influenza negativamente i consumi di cibo dei più giovani, come hanno di recente denunciato anche UNICEF e OMS.

Le strategie di neuromarketing risultano efficaci sotto due aspetti che vanno al di là dell’obiettivo di vendita del prodotto specifico: aumentare le quantità di cibo ingerite subito dopo l’esposizione alla pubblicità, mediante stimolo ai consumi fuori pasto di prodotti volubili e squilibrati dal punto di vista nutrizionale; alterare le preferenze alimentari, grazie all’abbinamento di junk-food a (false) emozioni e situazioni positive e al continuo martellamento di stimoli finalizzati a quei cibi.

Si realizza così una neuro programmazione, tanto più efficace nei confronti dei più piccoli, come dimostrato in appositi studi.

 

 

 

 

 

 

 

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