Secondo una nuova ricerca, cani e gatti sani potrebbero trasmettere ai loro proprietari batteri resistenti agli antibiotici e geni che svolgono un ruolo chiave nella resistenza batterica.

 

 

Cani e gatti sani potrebbero trasmettere ai loro proprietari batteri resistenti agli antibiotici e geni che svolgono un ruolo chiave nella resistenza batterica, secondo una nuova ricerca che sarà presentata al Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive (ECCMID) di quest’anno a Lisbona, Portogallo (23-26 aprile).

Lo studio è firmato, come primi autori, da Juliana Menezes dell’Università di Lisbona in Portogallo e da Sian Frosini del Royal Veterinary College, Regno Unito.

“I nostri risultati verificano non solo la condivisione di batteri resistenti agli antibiotici, ma anche di geni di resistenza tra gli animali da compagnia e i loro proprietari nella comunità, sottolineando la necessità di programmi di sorveglianza locale continui per identificare il potenziale rischio per la salute umana”, commenta al telefono Juliana Menezes.

Ed ecco che cosa racconteranno a Lisbona gli autori dello studio. Il ruolo degli animali da compagnia come potenziali serbatoi di batteri resistenti agli antimicrobici è una preoccupazione crescente in tutto il mondo.

I batteri Escherichia coli (E. coli) sono comuni nell’intestino di persone e animali sani. Ne esistono diversi tipi e, sebbene la maggior parte sia innocua, alcuni possono causare gravi intossicazioni alimentari e infezioni pericolose anche per la vita, inclusa l’intossicazione del sangue, con oltre 40.000 casi ogni anno nella sola Inghilterra.

Particolarmente importanti sono le infezioni causate da ceppi altamente resistenti con tipi di Enterobatteri produttori di ESBL e AmpC (AmpC-E) e di carbapenemasi (CPE), che sono resistenti a molteplici antibiotici tra cui penicillina e cefalosporine.

Ma come si diffondono questi batteri resistenti? Ed esiste un “passaggio” tra animali da compagnia sani (cioè cani e gatti) e i loro proprietari?

Per rispondere a queste domande, nello studio sono stati reclutati solo animali e loro proprietari che non avevano avuto infezioni batteriche o assunto antibiotici nei 3 mesi precedenti l’inizio della ricerca. Sono stati raccolti campioni di feci da 58 persone sane e dai 18 gatti e 40 cani che vivevano con loro in Portogallo e da 56 persone sane e 45 cani nel Regno Unito.

I campioni sono stati raccolti a intervalli mensili per quattro mesi e il sequenziamento genetico è stato utilizzato per identificare sia le specie di batteri in ciascun campione, sia la presenza di geni di resistenza ai farmaci.

Tra il 2018 e il 2020, 15 animali domestici su 103 (15%; 1 gatto e 14 cani) e 15 membri della famiglia su 114 (13%) di entrambi i Paesi sono stati portatori di batteri produttori di ESBL/AmpC. Di questi, quasi la metà dei cani e gatti (6 in Portogallo e 1 nel Regno Unito) e un terzo dei membri della famiglia (4 in Portogallo e 1 nel Regno Unito) sono stati colonizzati da almeno un ceppo multi-resistente. In nessuno dei campioni sono stati rilevati Enterobatteri o Acinetobatteri resistenti ai carbapenemi.

In quattro famiglie portoghesi, i geni di resistenza ESBL/pAMPc trovati negli animali domestici corrispondevano a quelli trovati nei campioni di feci del loro proprietario. In una famiglia, i ceppi condivisi sono stati rilevati in due momenti consecutivi suggerendo una colonizzazione persistente di batteri condivisi. Inoltre, in due delle famiglie, i microbi negli animali domestici corrispondevano ai ceppi di E. coli trovati nel campione di feci del loro proprietario, ma nelle altre due non c’era evidenza di condivisione di batteri.

“A volte i batteri possono non essere condivisi, ma i loro geni di resistenza possono esserlo”, spiega la Menezes. “Questi geni si trovano in frammenti mobili di DNA, il che significa che possono essere trasferiti tra diverse popolazioni batteriche negli animali e nell’uomo”.

E aggiunge: “Anche prima della pandemia di COVID-19, la resistenza agli antibiotici era una delle maggiori minacce per la salute pubblica perché può causare polmonite, sepsi, infezioni alle vie urinarie e in ferite. Infezioni intrattabili. Sebbene il livello di condivisione delle famiglie che abbiamo studiato sia basso, i portatori sani possono spargere batteri nel loro ambiente per mesi e possono essere una fonte di infezione per altri animali e altre persone più vulnerabili come gli anziani e le donne in gravidanza.

I nostri risultati rafforzano la necessità di praticare una buona igiene intorno agli animali domestici e di ridurre l’uso di antibiotici non necessari negli animali da compagnia e nelle persone”. Igiene e non antibiotici.

Questo studio osservazionale, ovviamente, non può dimostrare che il contatto stretto con gli animali domestici causi la colonizzazione con batteri resistenti agli antibiotici, ma suggerisce solo la possibilità che un tale effetto possa verificarsi. Gli autori sottolineano diversi limiti, incluso il fatto che coinvolgeva un piccolo numero di famiglie e che il follow-up longitudinale era limitato. E propongono studi più ampi.

 

 

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