Preoccupazioni legate alla guerra anche per quanto riguarda la diffusione accidentale di virus letali nell’ambiente.

 

 

Alcuni report ufficiali indicano in parecchie decine gli incidenti con fuga di sostanze tossiche dai laboratori in tutto il mondo negli ultimi anni. Da qui, il timore che un’esplosione o una bomba in un centro di ricerca dove sono conservati campioni di microrganismi classificati come potenziali agenti patogeni possano innescare un’epidemia involontariamente. Ma in realtà basta molto meno.

Janet Parker è stata l’ultima persona al mondo a morire di vaiolo, nel 1978.  Non si era infettata visitando la Somalia, dove qualche anno prima c’erano ancora residui casi, prima che la malattia fosse definitivamente eradicata.

Lo prese mentre sviluppava le sue fotografie nella camera oscura all’università di Birmingham, dove lavorava come fotografa medica. La sfortuna volle che quella stanza fosse ubicata proprio sopra il laboratorio delle malattie esantematiche della facoltà di Medicina, dove alcuni ricercatori stavano studiando alcuni campioni del virus letale per sviluppare un metodo per identificare malattie simili negli animali prima che facessero il salto di specie nell’uomo.

Al destino, si sa, spesso non manca il senso dell’amara ironia: fu proprio un errore umano a trasformare quel nobile intento, per salvaguardare dalla futura diffusione di nuovi virus, in una potenziale minaccia per l’umanità.

Infatti le scarse misure di protezione per un virus, che era ormai eradicato in tutto il mondo, fecero sì che pochi frammenti dei campioni custoditi in laboratorio per lo studio sfuggissero dai condotti di areazione e andassero a infettare la Parker, ignara del pericolo, la cui camera oscura condivideva il sistema di ventilazione con quello del laboratorio sottostante.

Non vi furono altri casi: fortunatamente il virus non si ridiffuse in Inghilterra e nel mondo e l’incidente fu presto dimenticato come i milioni di morti che il vaiolo aveva causato nei secoli.

Ma se le cose non fossero andate così bene? L’evento dimostrò che esiste la concreta possibilità che i virus possano sfuggire ai laboratori di ricerca. E se anche l’origine del Covid-19 fosse ascrivibile a un errore umano simile, commesso in buona fede?

La pensa più o meno allo stesso modo Giorgio Palù, presidente dell’Aifa, che ha rilasciato un’intervista al Corriere dove esterna le sue convinzioni sull’origine del nuovo coronavirus.

“Un dato suggestivo, che andrà comunque confermato da ulteriori verifiche, è che il ceppo prototipo di Wuhan, quello che ha cominciato a manifestarsi in Cina con forme gravi di polmonite, e tutte le varianti che ne sono derivate, presentano una caratteristica peculiare. Nel gene che produce la proteina Spike (quella che il virus utilizza per agganciare la cellula da infettare) appare inserita una sequenza di 19 lettere appartenente a un gene umano e assente da tutti i genomi dei virus umani, animali, batterici, vegetali sinora sequenziati. La probabilità che si tratti di un evento casuale è pari a circa una su un trilione. Una sequenza essenziale perché conferisce al virus la capacità di fondersi con le cellule umane e di determinare la malattia”.

Secondo Palù le cose in questo caso non sarebbero andate molto diversamente da quanto successo a Birmingham nel 1978: “lo spillover con salto di specie animale-uomo potrebbe essere stato compiuto per cause accidentali da un virus del pipistrello sperimentalmente adattato a crescere in vitro. Si può ipotizzare una manipolazione effettuata per soli scopi di ricerca, non certo con intenzioni malevoleNon sarebbe la prima volta che un virus scappi per sbaglio da un laboratorio ad alta sicurezza”.

Il presidente Aifa non è nuovo nel sostenere questa ipotesi. Ne avevamo ampliamente già parlato quando aveva definitivamente scagionato il pangolino come responsabile della diffusione della pandemia nell’uomo.

“Manca la prova regina che suffraghi l’origine naturale. Per validare quale delle ipotesi in campo sia più verosimile, sarebbe auspicabile, come più volte richiesto dall’Oms e dalla comunità scientifica, la collaborazione delle autorità cinesi”.

Henry Bedson, a capo del gruppo di ricerca di Birmingham dove accadde l’incidente che causò la morte della Parker, si suicidò prima che la fotografa spirasse, mentre era in condizioni critiche.

Al momento, nessuno si è fatto avanti per assumersi eventuali responsabilità per la pandemia, sempre ammesso che sia stata causata da errori umani.

 

 

 

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