Il presidente Aifa, virologo ex presidente dell’European Society for Virology, scagiona il piccolo mammifero e indica i pericoli per future zoonosi.

 

“Meno virologi in televisione e più sul campo: è nell’ambiente animale dove si devono studiare i virus potenzialmente pericolosi per l’uomo”.

È il monito di Giorgio Palù, virologo, presidente Aifa ed ex presidente dell’European Society for Virology, lanciato da palco dell’evento Planetary Health e Antimicrobico-resistenza che si è tenuto recentemente a Roma.

L’intervento del virologo al convegno si è incentrato sulle zoonosi, cioè le malattie che dagli animali possono trasmettersi agli uomini, come è accaduto con alcuni virus, tra cui quello dell’aviaria.

Non solo da uccelli, come in questo caso, ma anche da insetti, pipistrelli, mammiferi (da allevamento, domestici, selvatici), zecche, pesci e rettili. Insomma, tutto il regno animale è potenzialmente veicolo di trasmissione di virus e batteri, nuovi o vecchi, per l’uomo.

Specialmente nelle zone di confine tra gli insediamenti umani e le aree naturali, dove animali da allevamento possono venire in contatto con quelli selvatici e prendere da loro malattie e parassiti, “una situazione che si riscontra in Cina, per esempio, dove anatre e cigni vivono vicini ad allevamenti di pollame”.

Una minaccia seria, tanto che “nell’ultimo decennio i costi diretti e indiretti per malattie zonootiche hanno superato i 220 miliardi di dollari” precisa.

Dunque, secondo il presidente Aifa, gli sforzi devono essere concentrati sulla prevenzione, evitando situazioni di convivenza tra specie selvatiche e domestiche, per evitare contagi che in seguito potrebbero estendersi all’uomo.

“Una maggiore globalizzazione e un maggiore contatto tra diverse popolazioni di persone, animali ed ecosistemi aumentano la probabilità di sviluppo di patologie infettive”.

Inevitabile il confronto con il Sars-CoV-2. All’inizio della pandemia si sospettava che il nuovo coronavirus fosse arrivato dai pipistrelli o dal pangolino, un mammifero venduto illegalmente in Cina sia come alimento sia perché usato nella medicina tradizionale, dove le sue scaglie sono ritenute, a torto, curative.

“I coronavirus sono noti già dagli anni ’60 e sono tutti di origine zoonotica” spiega Palù. “Tuttavia, i coronavirus isolati da questo animale, un residuo dell’era dell’Eocene di 30 milioni di anni fa, corrispondono solo al 90% con il Sars-CoV-2”.

L’origine del virus è dunque da cercare nei laboratori di Whuan? Il professore cita l’articolo di The Lancet dove viene escluso il coinvolgimento del pangolino nella pandemia e si lancia un appello a un oggettivo, aperto e trasparente dibattito sulla genesi del Sars-CoV-2.

E a proposito della manipolazione umana di virus ricorda le polemiche scatenate nel 2011 a seguito della creazione, in due laboratori (a Rotterdam e all’Università del Wisconsin in collaborazione con l’Università di Tokyo), di una variante molto più contagiosa del virus dell’aviaria H5N1.

Anche se lo scopo era una migliore comprensione dei meccanismi di H5N1 nell’uomo, la fuga del virus dai laboratori avrebbe potuto scatenare una pandemia letale. Che sia successa la stessa cosa con il nuovo coronavirus?