Interessante studio, anche nell’ottica dell’inchiesta “Partygate” sul premier inglese, ma chiediamoci anche quanto è diventata “trasparente” la vita dei singoli.

 

 

 

Nonostante gli sforzi di Garanti della privacy, di giudici a difesa dei diritti e contro obblighi più o meno ingiustificati, di criminali tecnologici di eludere la legge impossessandosi di identità sanitarie e bancarie altrui, oggi il Grande Fratello sa tutto di noi tramite dati a 360 gradi (salute compresa), wi-fi, foto e video che riversiamo nello spazio informatico.

La trasparenza degli inconsapevoli, e la loro tracciabilità 24 ore su 24, è continua. Se a qualcuno interessasse sapere quanti soldi preleva al bancomat ogni settimana Pinco o quante volte va al bagno ogni giorno Pallino lo si può sapere.

A Singapore si può vedere che cosa ha fatto Tizio a New York quel dato giorno tramite i dati delle innumerevoli telecamere collegate via Internet e i GPS dei nostri smartphone controllano ogni nostro passo.

Un esempio? Uno studio (interessante e “innocente” fin quando si rispetta l’anonimato) sulla settimana intorno al 20 maggio, a Londra, quando Boris Johnson si dedicava ai party a Downing Street.

La domanda dello studio investigativo era: davvero tutti gli inglesi rispettavano il lockdown, mentre il loro premier se ne fregava? Mentre il personale di Downing Street si riuniva per “l’evento di lavoro” (così Boris Johnson l’ha definito) attualmente sotto inchiesta come potenziale violazione del lockdown?

Ecco cosa ci dicono i dati. Gli spostamenti registrati da Google parlano chiaro: nella settimana intorno al 20 maggio i cittadini britannici hanno passato la stragrande maggioranza del proprio tempo a casa. Pur non essendo disponibili dati precisi, Google ha potuto dare una stima dei movimenti delle persone in quel periodo basandosi sugli spostamenti registrati dai dispositivi Android o da altri software di Google, come per esempio Google Maps.

Il ricercatore Sotiris Georganas, docente di Behavioural Economics alla City University of London è l’autore dello studio che si basa proprio sui dati di geolocalizzazione forniti da Google. I dati analizzati riguardano il tempo trascorso dagli Inglesi nella settimana del 20 maggio in sei categorie di luoghi: casa, uffici e altri luoghi di lavoro, parchi, stazioni e fermate di trasporto pubblico, negozi di alimentari e farmacie, luoghi di vendita al dettaglio e ricreativi. Gli stessi dati sono stati confrontati con un periodo di cinque settimane che va dal 3 gennaio al 6 febbraio 2020, di poco precedente l’inizio della pandemia.

I dati mostrano che nei sette giorni intorno al 20 maggio, le persone hanno trascorso il 20% di tempo in più a casa rispetto al solito. Quindi, invece di trascorrervi mediamente 12 ore, come prima della pandemia, sono rimasti in casa 14-15 ore al giorno.

Considerato che alcune persone hanno dovuto comunque recarsi al lavoro e che alcune attività all’esterno erano permesse, ciò significa che la maggior parte delle persone ha trascorso la maggior parte del proprio tempo seguendo scrupolosamente le regole, ovvero restando a casa. Il tempo trascorso al lavoro è diminuito di circa il 55% in quella settimana rispetto al solito, visto che in molti lavoravano da casa.

È stato, inoltre, constatato che i cittadini britannici passavano più tempo a fare la spesa rispetto a quando erano in lockdown, ma comunque meno di prima della pandemia. Nel marzo 2020, le incursioni nei negozi erano diminuite del 35% rispetto al solito.

A maggio erano 19% in meno del normale, anche se, ricordiamolo, erano aperti solo i negozi considerati essenziali. La gente ha inoltre trascorso pochissimo tempo, quasi zero, in centri commerciali, ristoranti, bar e altri luoghi di svago per lo più chiusi a causa del lockdown.

“Sembra abbastanza chiaro dai dati sugli spostamenti registrati da Google che gli Inglesi hanno rispettato le regole nel periodo in cui a Downing Street si tenevano i famigerati party. In quella settimana, il distanziamento sociale era ancora la norma. E venire a sapere che le stesse persone che avevano stabilito quelle regole non le stessero rispettando così scrupolosamente quanto i cittadini britannici nel loro insieme è apparsa offensiva a molti di loro. Dal punto di vista della disciplina nota come behavioral economics, certe violazioni erodono la fiducia della gente nelle istituzioni rendendo così la lotta contro questa pandemia, o altre emergenze in futuro, molto più difficile”, conclude Sotiris Georganas.

Interessante studio, anche nell’ottica dell’inchiesta “Partygate”, ma chiediamoci anche quanto è diventata “trasparente” la vita dei singoli. Non certo quella di Boris Johnson, visto che serve un’inchiesta per appurarla.

 

 

Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

Riproduzione riservata (c)

.