Tampone Covid-19

L’editoriale di Mario Pappagallo per la rivista Urbes.

 

Un aspetto positivo, se così si può dire, della pandemia dal nuovo virus SARS-CoV-2, causa della malattia denominata Covid-19, è che sembra essersi avviata un’epoca di maggior fiducia nei confronti dei vaccini. Facile dirsi contro il vaccino finché si chiacchiera, ma quando poi il vaccino arriva le teorie del complotto e no-vax perdono parecchio fascino, e tutti vogliono farsi immunizzare dal Covid-19. Questo sembrano suggerire le rilevazioni dei sondaggi internazionali di YouGov, quantomeno in tutta Europa.

I sondaggisti dell’autorevole compagnia inglese, infatti, stanno monitorando le opinioni pubbliche di tutto il mondo dall’inizio della pandemia: le paure, le contromisure adottate, la fiducia nei governi e anche – appunto – la fiducia nei vaccini e nella volontà di essere vaccinati. I numeri parlano chiarissimo: mentre a dicembre, prima che i vaccini fossero disponibili, in quasi tutta Europa le percentuali di scettici erano molto alte, da quando la vaccinazione è diventata una possibilità concreta l’opinione pubblica ha cambiato idea. I più “volubili” sono stati gli svedesi, forse anche a causa della controversa gestione dell’epidemia da parte delle loro autorità: a metà novembre solo il 45% di loro dichiarava di volersi vaccinare, oggi siamo al 66%.

Un salto analogo in Gran Bretagna, dove si è passati dal 61% all’81%. In Francia tra novembre e dicembre i favorevoli al vaccino erano addirittura scesi dal 32% al 24%, ma ora sono già al 46%. L’Italia fa forse eccezione? Assolutamente no: non più tardi del 13 dicembre solo il 53% dei nostri concittadini si dichiarava intenzionato a farsi vaccinare, e oggi siamo già al 72%. Naturalmente, ci sono diversi fattori in gioco, e questi cambiamenti non fotografano soltanto persone che hanno “cambiato idea” senza una ragione specifica: si può per esempio immaginare che la comunicazione scientifica da parte dei governi e delle case produttrici dei vaccini sia stata un successo, e che le informazioni fornite sui vaccini stessi abbiano convinto e rassicurato molti cittadini diffidenti.

Allo stesso tempo questa vicenda ci ricorda che dovremmo forse prendere con maggiore cautela le rilevazioni dei sondaggi: le persone possono dire quello che vogliono finché non c’è in gioco niente di concreto, ma di fronte alla salute propria e dei propri familiari subentra se non la razionalità un minimo di buon senso.

Da no-vax a sì-vax, almeno per quanto riguarda questo virus che il mondo fa tremare. La corsa al vaccino, però, ha messo in crisi le aziende produttrici, almeno al momento. Per la prima volta i produttori sperano che i vaccini autorizzati siano molti altrimenti non si riesce ad avere rapidamente ai miliardi di dosi necessarie a raggiungere quell’immunità di gregge tanto attesa, anche per far ripartire il mondo del lavoro, l’economia e per far risalire PIL in caduta libera.

Qualche esempio, con un vaccino efficace con due dosi, servono 590 milioni di dosi per l’immunità di gregge nell’Unione europea (295 milioni di vaccinati), 440 milioni di dosi negli Stati Uniti (per 220 milioni di vaccinati), un miliardo e 882 milioni di dosi in Cina (per vaccinare 941 milioni di persone), 79.620.000 di dosi nella sola Italia per vaccinare almeno 39 milioni e 810 mila italiani. Quindi per far il prima possibile, anche per evitare improvvise varianti guastafeste, occorrono più vaccini e produzioni affidabili. Ma mentre quello cinese è già in uso anche in Brasile, per quello cubano ci vorranno ancora mesi di sperimentazione.

Vaccinare chi è in prima linea e i lavoratori diventa una priorità, ma anche come agire rispetto alla prevenzione nel mondo del lavoro. Chiaro che serve ridisegnare strategie nell’ottica anche di possibili future pandemie. A parte i lockdown, sia rigidi sia soft, vediamo quanto ha inciso il virus tra i lavoratori nei diversi ambiti e quanto ha pesato per Inail e Welfare. L’analisi dei numeri serve a dare indicazioni che vanno colte per evitare errori futuri. E che cosa ci dicono i numeri per l’Italia? Il report Inail ci dice che sono stati 131 mila i contagi sul lavoro, tra prima e seconda ondata pandemica: soltanto lo 0,7% dei casi nel settore dell’Istruzione.

Secondo il 12esimo report nazionale sui contagi sul lavoro da Covid-19, elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Inail, le infezioni da nuovo coronavirus di origine professionale denunciate all’istituto, alla data dello scorso 31 dicembre, sono state 131.090, pari al 23,7% delle denunce di infortunio pervenute nel 2020 e al 6,2% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data.

Dallo studio emerge un incremento di 26.762 casi (più 25,7%) rispetto al monitoraggio precedente al 30 novembre, di cui 16.991 riferiti a dicembre, 7.901 a novembre e altri 1.599 a ottobre, complice la seconda ondata dell’epidemia, che ha avuto un impatto più intenso della prima anche in ambito lavorativo.

Oltre 75mila denunce, pari al 57,6% del totale, sono concentrate nel trimestre ottobre-dicembre contro le circa 50mila (38,5%) del trimestre marzo-maggio. Novembre, in particolare, con quasi 36mila denunce è il mese del 2020 col maggior numero di casi segnalati all’Istituto.

Nei mesi estivi tra la prima e la seconda ondata si era invece registrato un calo del fenomeno, con giugno, luglio e agosto al di sotto dei mille casi mensili, probabilmente anche grazie alle ferie per molte categorie di lavoratori, e una leggera risalita a settembre (poco più di 1.800 casi, pari all’1,4%), che lasciava prevedere la ripresa dei contagi dei mesi successivi.

I casi mortali denunciati al 31 dicembre sono 424 in più rispetto alla rilevazione del mese precedente e pari a circa un terzo del totale dei decessi denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno, con un’incidenza dello 0,6% rispetto ai morti da Covid-19 comunicati dall’Iss alla data del 31 dicembre.

A differenza del complesso delle denunce, per i casi mortali è la prima ondata dei contagi ad avere avuto un impatto più significativo della seconda. Quasi otto decessi su 10 (79%), infatti, sono avvenuti nel trimestre marzo-maggio contro il 18% del trimestre ottobre-dicembre. I casi mortali riguardano soprattutto gli uomini (83,2% del totale) e le fasce di età 50-64 anni (70,2%) e over 64 anni (19,9%).

Le donne più colpite dal virus rispetto agli uomini. Prendendo in considerazione il complesso delle denunce, il rapporto tra i generi si inverte. Il 69,6% dei contagiati, infatti, sono donne, la cui quota nel mese di dicembre arriva al 71,6%. L’età media dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni per entrambi i sessi. Il 42,2% delle infezioni di origine professionale denunciate riguarda la classe 50-64 anni. Seguono le fasce 35-49 anni (37%), under 34 anni (19,0%) e over 64 anni (1,8%).

Sanità, il settore lavorativo più a rischio. L’85,7% dei contagi riguarda lavoratori italiani. Il restante 14,3% ha colpito stranieri (otto su 10 donne), concentrati soprattutto tra i lavoratori rumeni (pari al 20,9% dei contagiati stranieri), peruviani (14,0%), albanesi (7,9%), ecuadoregni (4,7%) e moldavi (4,2%).

Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili – con il 68,8% delle denunce e un quarto (25,2%) dei decessi codificati precede l’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono il 9,1% delle infezioni denunciate e il 10,7% dei decessi.

Gli altri settori analizzati i sono i servizi di supporto alle imprese, come vigilanza, pulizia e call center (4,4% delle denunce) il manifatturiero, tra cui gli addetti alla lavorazione di prodotti chimici e farmaceutici, stampa, industria alimentare (3,1% delle denunce), le attività dei servizi di alloggio e ristorazione (2,5%), il trasporto e magazzinaggio (1,8%), il commercio (1,8%), le attività professionali, scientifiche e tecniche, come consulenti del lavoro, della logistica aziendale, di direzione aziendale (1,8%), altre attività di servizi, come pompe funebri, lavanderia, riparazione di computer e di beni alla persona, parrucchieri, centri benessere (1,8%).

In fondo a questa lista troviamo il settore dell’Istruzione, con un bassissimo numero di segnalazioni, lo 0,7%, a pari merito con i servizi di informazione e della comunicazione. Naturalmente bisogna anche ricordare che le scuole sono state anche chiuse per mesi, ed è stata preferita la didattica a distanza.

 

 

 

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