Vaccini covid

 

Un nuovo studio effettuato alla Washington University School of Medicine dimostra che il siero continua a far sfornare cellule immunitarie a 15 settimane dalla prima inoculazione.

 

Quando il vaccino anti Covid di Pfizer è stato approvato la casa farmaceutica ha dichiarato che in base agli studi effettuati l’immunizzazione sarebbe durata almeno sei mesi.

Il che significa che per quel periodo di tempo l’organismo dovrebbe avere una risposta immunitaria forte, in grado di ridurre sintomi ed effetti nefasti dell’infezione.

Uno studio pubblicato il 28 giugno su Nature ed effettuato alla Washington University School of Medicine di St. Louis ha voluto indagare proprio sulla durata della risposta immunitaria indotta dal vaccino a mRNA, che impiega per la prima volta una nuova tecnica per stimolare il sistema immunitario a produrre cellule contro il virus.

Da quanto è emerso si evince che anche quattro mesi dopo la prima dose nelle persone vaccinate con Pfizer continua l’attività dei centri germinali nei linfonodi. I centri germinali sono la sede dove si producono le cellule del sistema immunitario istruite a riconoscere e dirette contro il virus, i linfociti B.

Questo studio è stato quindi condotto per vedere come si sviluppa la risposta immunitaria nell’organismo nel tempo. Si ritiene che la differenza di copertura tra vaccini (alcuni durano tutta la vita altri hanno bisogno di richiami annuali) sia proprio determinata dailla funzionalità dei centri germinali, ossia da come l’organismo istruisce le cellule a combattere le infezioni.

Prima della somministrazione della seconda dose di Pfizer i ricercatori hanno estratto cellule dal corpo di 14 persone mai ammalate di Covid e in seguito a 4, 5 e 7 settimane. Da dieci di loro hanno fatto il prelievo anche a 15 settimane dalla prima dose.

Dalle analisi si è visto che i centri germinali erano attivi anche a distanza di 4 mesi e che dopo la seconda somministrazione vi era stato un picco.

Dallo studio è emerso che la vaccinazione aumenta notevolmente i livelli di anticorpi neutralizzanti soprattutto nelle persone che già hanno contratto la malattia e che sono efficaci per tre varianti, compresa quella sudafricana, o beta.

 

 

 

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