“Grazie a questi esami otteniamo risparmi e cure piu’ personalizzate”.

 

 

I test genomici possono svolgere un ruolo sempre più importante nella personalizzazione dei trattamenti contro il tumore della mammella. La conferma arriva dal PONDx: uno nuovo studio italiano multicentrico, prospettico e osservazionale.

E’ stato condotto su 1.738 pazienti (con carcinoma mammario in maggioranza HR-positivo/HER2-negativo) in cura presso 27 centri di sei diverse regioni (Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Campania, Abruzzo e Marche). La ricerca è stata congegnata in modo che gli oncologi medici dovevano esprimere, prima dell’esecuzione del test, la decisione della terapia da somministrare. E’ stato poi evidenziato come l’utilizzo del test Oncotype DX ha ridotto complessivamente del 36% il ricorso alla chemioterapia dopo un intervento chirurgico.

“Per la prima volta è stato valutato l’impatto di questi esami sulle decisioni terapeutiche degli specialisti e di conseguenza sulla vita dei pazienti – afferma il prof. Francesco Cognetti, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e Presidente della Fondazione Insieme Contro il Cancro -. Ben il 49% delle donne per le quali prima del test era stata prevista la chemioterapia l’hanno potuta evitare, mentre circa il 12% di quelle per le quali era stata prevista l’ormonoterapia sono invece state sottoposte anche alla chemioterapia. I criteri adottati sulla base del test erano quelli antecedenti allo studio TAILOR X, successivamente pubblicato. In realtà, se guardiamo ai risultati del PONDx, tenendo contro di questi risultati, ben il 75% di tutte le partecipanti sarebbero state trattate con la sola ormonoterapia e solo il 25% avrebbe avuto bisogno anche della chemioterapia. Finora sono quattro i test genomici disponibili e Oncotype DX è l’unico che può darci informazioni predittive dirette. E’ quindi in grado di fornire risultati clinicamente rilevanti e in particolare indicare con grande precisione chi può trarre beneficio o meno dal ricorso alla chemioterapia nella fase iniziale della neoplasia mammaria. Possiamo così ridurre drasticamente il ricorso a cure inutili e di conseguenza anche gli accessi alle strutture sanitarie ospedaliere. Si evitano inoltre alle pazienti effetti collaterali sia in acuto che a lungo termine, come per esempio astenia, fenomeni di cardio tossicità, disturbi ormonali come infertilità e menopausa precoce, problemi cognitivi e neuropatie”.

Ulteriori conferme sull’utilità del test genomico Oncotype DX arrivano da una pubblicazione presentata al congresso internazionale della Società Americana di Oncologia Medica (ASCO), che si svolge in forma virtuale dal 4 all’8 giugno. Si tratta di un’analisi economico-sanitaria sui rapporti costi-benefici del test nelle donne in post menopausa, colpite da tumore del seno con linfonodi positivi.

“I risultati iniziali dello studio di fase III RxPONDER sono stati utilizzati per aggiornare il modello di costi efficacia – aggiunge il prof. Saverio Cinieri, Direttore Oncologia Medica e Breast Unit dell’Ospedale ‘Perrino’ di Brindisi e Presidente Eletto Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) -. Nella maggioranza dei casi le donne, appartenenti a questa particolare categoria di pazienti, possono evitare la chemioterapia senza aumentare il rischio di recidiva del carcinoma.  Da un punto di vista economico i risparmi di costi per cure inutili e le conseguenze degli effetti collaterali è del 50% maggiore rispetto allo scenario precedente allo studio RxPONDER e quindi all’introduzione del test. L’impatto sul rapporto costi efficacia indotti da questi esami è attualmente al centro di diversi studi condotti in tutta Europa. Le indagini devono portare a nuove conferme su quanto finora già rilevato e cioè l’importanza del ricorso al test per individuare la terapia più adeguata per il singolo paziente. Ci auguriamo quindi che, anche in seguito a queste nuove evidenze scientifiche, i test genomici, come Oncotype DX, siano quanto prima effettivamente disponibili anche in Italia”.

 

 

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