Le coppie italiane con il progetto di allargare la famiglia hanno risentito degli effetti sanitari, economici, sociali e di contesto della pandemia.

 

“Dopo mesi in cui si ipotizzava che il lockdown potesse essere un’occasione per allargare la famiglia – ricorda Federica Faustini, psicoterapeuta e responsabile dell’area Psicologia del centro B-Woman per la salute della donnaè arrivata la smentita dell’Istat che ha registrato un calo record di nascite anche se solo nei primi mesi del 2021 potremmo verificare il vero effetto Covid-19 sulla natalità. Tra le coppie più colpite, quelle con problemi di infertilità, costrette a sospendere i cicli di trattamento di fecondazione assistita quantomeno nel periodo marzo-maggio 2020. Per chi soffre di infertilità il tempo è prezioso e il fatto che nella fase iniziale di chiusura non fosse chiaro quando i centri di PMA (Procreazione medicalmente assistita) avrebbero riaperto, ha fatto sì che questo tempo diventasse ancora più indefinito e quindi stagnante”.

Molte delle coppie che erano in prossimità di iniziare un ciclo di fecondazione assistita “hanno reagito con forte rabbia, percependo l’annullamento del trattamento come una violazione dei propri diritti riproduttivi e quindi umani, altre, soprattutto coloro che avevano una storia di infertilità più lunga, hanno vissuto la chiusura con il timore che fosse stata compromessa definitivamente la loro possibilità riproduttiva, a causa di un ulteriore deterioramento della loro riserva ovarica. La maggior parte si è sentita impotente dinanzi al fatto che l’annullamento del trattamento fosse indipendente dalla loro volontà, non sono state poche, infatti, le coppie che avrebbe scelto di procedere con il trattamento anche durante la pandemia. A questo si aggiunge lo stress di tutta la situazione, che ha intensificato ulteriormente il carico emotivo di un percorso già estenuante e sempre lo stress ha accompagnato le coppie anche dopo la riapertura dei Centri, poiché l’adozione di misure precauzionali di distanziamento sociale ha costretto molte di loro a separarsi durante le visite mediche e il trattamento stesso. A tutto ciò si è aggiunta l’ipervigilanza soprattutto delle donne, costantemente in allerta per la preoccupazione di contrarre il virus che avrebbe comportato un ulteriore annullamento del trattamento. Anche le relazioni sociali hanno incrementato il disagio emotivo pre-esistente: ad esempio, il valore del tempo, così importante per le coppie infertili, è stato poco compreso da amici e parenti che l’hanno considerato molto meno importante a fronte dell’idea che la chiusura dei centri di PMA fosse l’opzione più sicura”.

Se lo scarso supporto psicologico offerto dai Centri e la poca comprensione da parte della propria rete sociale ha incrementato il sentirsi soli da parte delle coppie, “anche i social hanno contribuito a incrementare il senso di emarginazione molto comune nelle coppie con alle spalle una storia di infertilità. In un momento storico di isolamento forzato e di mancanza dei propri punti di fuga, i social hanno rappresentato l’unico momento di evasione e di connessione per gran parte della popolazione, nel periodo del primo lockdown abbiamo però assistito ad un’enfatizzazione di immagini, foto, storie ritraenti scene di menage familiare, momenti di condivisione tra cucina, giochi, passatempi. E questo ha comportato in molte coppie infertili un maggior senso di esclusione”.

Molte hanno poi subito la crisi economica mondiale, “dovendo chiedere prestiti alle rispettive famiglie d’origine per poter sostenere i costi del trattamento. Ciò che invece ha rappresentato una risorsa e un punto di forza contrariamente a quanto accaduto in altre realtà coniugali, è stata proprio la relazione di coppia: l’infertilità e i percorsi di PMA possono mettere a dura prova gli equilibri di coppia costruiti fino a quel momento, questo sia perché le reazioni emotive di donne e uomini sono molto diverse, ma anche in funzione di come si gestisce il percorso, perché spesso la donna si presenta in prima linea, ponendosi come unica responsabile del progetto generativo, a fronte di uomini che a volte vengono percepiti dalle mogli come poco partecipi e interessati. E il percorso viene poi frequentemente vissuto come una corsa contro il tempo, come un compito da assolvere. La convivenza forzata, i ritmi più lenti, per molte coppie sono stati generativi, perché hanno consentito maggiore comunicazione, ma anche maggior condivisione e intimità, questo indubbiamente ha aiutato molte di loro a controbilanciare il senso di incertezza e di solitudine di questo durissimo momento storico”.

 

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