Differenze nei geni dell’antigene dei globuli bianchi umani che influenzano la risposta del sistema immunitario a virus e batteri potrebbero influenzare la gravità della malattia.

 

Covid-19, causato dal nuovo coronavirus pandemico, sembra essere stranamente, e tragicamente, selettivo. Solo alcune persone infette si ammalano e sebbene la maggior parte dei malati critici siano anziani o affetti da altre patologie, come le malattie cardiache, che abbinate all’infezione portano a una prognosi infausta, alcuni uccisi da Covid-19 erano sani e relativamente giovani.

Ci sarebbero varianti genetiche di un enzima che attiva un recettore (ACE2) sulla superficie cellulare chiave del meccanismo con cui il virus entra nelle cellule delle vie aree, differenze nei geni dell’antigene dei globuli bianchi umani che influenzano la risposta del sistema immunitario a virus e batteri, che potrebbero influenzare la gravità della malattia.

In Italia, in Lombardia, la regione più colpita dal coronavirus in Europa, c’è il caso di Ferrera Erbognone, una cittadina di poco più di mille abitanti in provincia di Pavia, in cui non risultavano contagi nel momento clou della prima ondata. Un caso eccezionale al punto da diventare oggetto di studio. L’Istituto Neurologico Mondino di Pavia, infatti, ha esaminato il sangue degli abitanti per individuare la presenza di anticorpi. Poi qualche caso è comparso, di importazione.

Ma come è possibile? È un virus nuovo, come si fa ad esserne immunizzati se non lo si è mai incontrato? Sembra proprio che nei geni vi sia una risposta a questo nuovo mistero che ci propone Covid-19. Ci stanno credendo i ricercatori dei segreti del genoma umano di tutto il mondo. E quando si parla di geni oggi si parla anche di epigenoma, ossia dell’influenza dell’ambiente, macro e micro, sui geni.

Sono molti i team al lavoro per raccogliere i genomi dei pazienti e “sezionarli” per individuare le variazioni del DNA, a caccia di questo mistero. I risultati potrebbero essere utilizzati per identificare le persone maggiormente a rischio di malattie gravi e quelle che potrebbero essere protette e potrebbero anche servire da “consulenti” genetici per la ricerca di nuovi trattamenti.

Gli studi in corso con il DNA di molte migliaia di partecipanti, alcuni infettati dal coronavirus, sono molti e attualmente si sta raccogliendo il DNA da pazienti Covid-19 in luoghi colpiti duramente come è stata l’Italia. L’obiettivo è quello di confrontare il DNA delle persone che hanno gravi casi di Covid-19, ma nessuna malattia di base come diabete, malattie cardiache o polmonari, con quello di persone che sviluppano dal contatto con il virus o nessuna malattia o una malattia lieve. L’Italia con il suo alto tasso di letalità è oggetto dell’interesse degli scienziati perché quando si trovano soggetti positivi e che stanno bene potrebbero fornire preziose risposte. A proposito di epigenoma, il software del genoma, quanto influisce sul tutto anche l’alimentazione? La dieta Mediterranea, se seguita alla lettera, sembra protettiva. Cioè potrebbe mantenere asintomatico un contagiato.

“Vediamo enormi differenze nei risultati clinici e tra i Paesi. Quanto di tutto ciò sia spiegato dalla suscettibilità genetica è una domanda aperta”, dice a Jocelyn Kaiser di Science magazine, il genetista Andrea Ganna dell’Istituto di medicina molecolare dell’Università di Helsinki (FIMM). Stiamo esaminando e mettendo al loro posto i vari tasselli emersi da questa caccia genetica, ma ci sono evidenti indizi che il gene che codifica per un enzima (ACE2) favorisce o impedisce l’ingresso del coronavirus nelle cellule delle vie aeree.

Le variazioni del gene ACE2 che alterano il recettore cellulare potrebbero rendere più facile o più difficile l’ingresso del virus nelle cellule, sostiene l’immunologo Philip Murphy del National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda, il cui laboratorio ha identificato una mutazione relativamente comune in un’altra proteina della superficie cellulare umana, la CCR5, che rende alcune persone altamente resistenti all’HIV.

Il genetista Ganna ha riunito i dati genetici dei pazienti Covid-19 da tutto il mondo. L’idea è nata “abbastanza spontaneamente” quando “tutti erano seduti al computer a studiare questa crisi pandemica”, confida Ganna, che è anche affiliato al Broad Institute, una centrale statunitense di raccolta dati genetici.

Lui e il direttore della FIMM, Mark Daly, hanno un sito Web per il progetto, la Covid-19 Host Genetics Initiative, e hanno contattato i colleghi che conducono grandi studi sulla bio-banca che seguono migliaia di volontari da anni proprio per cercare legami tra il loro DNA e la loro salute. Siamo nel mondo Big Data. Almeno una dozzina di biobanche, principalmente in Europa e negli Stati Uniti, hanno manifestato interesse a fornire dati Covid-19 a Ganna e al suo team. Tra questi ci sono FinnGen, che ha campioni di DNA e dati sanitari per il 5% della popolazione finlandese di 5 milioni di persone e la biobanca di 50.000 partecipanti presso la Icahn School of Medicine sul Monte Sinai.

La biobanca britannica, una delle più grandi al mondo con dati sul DNA per 500.000 partecipanti, ha aggiunto i dati sulla salute Covid-19 dei partecipanti al suo set di dati. E la società islandese deCODE Genetics è stata autorizzata dal governo per aggiungere dati e sintomi Covid-19 al suo database, che contiene genomi di metà dei 364.000 abitanti dell’Islanda, afferma il suo Ceo Kári Stefánsson. “Faremo del nostro meglio per contribuire al progetto”.

Un altro sforzo per identificare varianti di DNA protettive o suscettibili è il Progetto sul genoma personale guidato dalla George Church dell’Università di Harvard, che recluta persone disposte a condividere il loro intero genoma, campioni di tessuto e dati sanitari per la ricerca. Ha inviato questionari alle sue migliaia di volontari, chiedendo informazioni sul loro status Covid-19.

Altri ricercatori che collaborano con l’iniziativa di Ganna hanno reclutato pazienti Covid-19 direttamente all’interno degli ospedali. La genetista italiana Alessandra Renieri dell’Università di Siena prevede che almeno 11 ospedali italiani daranno l’approvazione al suo team per raccogliere campioni di DNA da pazienti disponibili. “Ritengo che le differenze genetiche siano un fattore chiave … per la suscettibilità alla polmonite acuta grave”.

Il ricercatore di pediatria Jean-Laurent Casanova della Rockefeller University, specializzato nell’identificazione di geni rari che possono rendere i giovani sani sensibili a determinate malattie gravi, ha attinto da una rete di pediatri in tutto il mondo per cercare relativamente pochi giovani che sviluppano Covid-19 in forma abbastanza grave da essere ricoverato in terapia intensiva.

“Studiamo esclusivamente pazienti precedentemente in buona salute” e ovviamente giovani, ma non solo bambini e adolescenti ma anche adulti fino a un massimo di 50 anni, poiché la loro grave malattia Covid-19 ha maggiori probabilità di avere una base genetica, spiega.

Insomma, i virus mutano ma anche i nostri geni sembrano reagire di conseguenza.

 

 

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