Batteri tubercolosi

 

Ogni anno c’è il rischio di veder comparire più di cinque nuove malattie infettive, ognuna delle quali potrebbe trasformarsi in pandemia.

 

La Commissione britannica per l’antibiotico-resistenza (Review on Antimicrobial Resistance) stima che nel 2050 le infezioni batteriche causeranno, a livello mondiale, circa 10 milioni di morti all’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni) I più esposti saranno i ricoverati in ospedale, dove i batteri resistenti si sviluppano con maggior frequenza, le persone immunodepresse e quelle con patologie croniche.

Una volta sviluppati, i batteri resistenti si diffondono nell’ambiente tramite le acque di scarico, per contagio fra persona e persona, per trasmissione da animali a persone, per contaminazione alimentare. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ogni anno 700mila persone nel mondo muoiono a causa di un’infezione dovuta a batteri resistenti agli antibiotici. E il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ci informa che 33mila morti causate da antibiotici resistenti si registrano nell’Unione Europea e oltre 10mila nel nostro Paese.

L’illusione di aver sconfitto le malattie infettive, grazie ad antibiotici e vaccini, è durata meno di mezzo secolo. Addirittura, si era anche smesso di studiare nuovi antibiotici. L’arroganza scientifica dell’umanità, quella che si crede invincibile e priva di dubbi, ne esce con le ossa rotte.  Perché sono arrivati i batteri resistenti agli antibiotici e nuove varietà di virus che non conoscevamo.

E fra le ragioni che favoriscono lo sviluppo di batteri resistenti c’è un’alleanza tra arroganza scientifica e interessi economici. Per esempio, l’uso eccessivo e inappropriato di antibiotici è legato in parte allo sviluppo di un mercato che esula dalla medicina. Se ne prescrivono troppi, nelle dosi sbagliate e di tipo errato, ma anche perché usati come pratica abituale negli allevamenti animali a soli fini economici. Antibiotici che poi entrano nella catena alimentare umana.

Lo studio più recente sulle nuove malattie infettive che si sono sviluppate negli ultimi decenni, risale al 2008 ed è di un gruppo di ricercatori, fra cui Jones, Patel, Levy e altri, che pubblicarono la loro ricerca sulla rivista Nature. Essi hanno appurato che dal 1940 al 2004 si sono avute 335 nuove malattie infettive, per il 54% dovute a batteri e rickettsie, per lo più batteri che avevano sviluppato resistenza agli antibiotici come lo stafilococco aureo resistente alla vancomicina.

Al secondo posto vengono i virus che rappresentano il 26% delle nuove malattie infettive. Infine, i protozoi (11%), i funghi (6%) e i vermi (3%). Ma il dato più sorprendente è che il 60% di tutte le nuove infezioni è stata causata da patogeni di origine animale (zoonosi), il 72% dei quali provenienti da animali selvatici. E se concentriamo l’attenzione sulle nuove infezioni verificatesi nel decennio 1990-2000 si scopre che le malattie provenienti da animali selvatici rappresentano il 52% del totale.

Perciò lo studio conclude che è fondamentale capire in che modo si sono intensificati i contagi da parte degli animali selvatici. Dagli animali selvatici a quelli domestici, a quelli negli allevamenti intensivi, all’uomo. Il passaggio di agenti patogeni dagli animali agli umani è noto come spill over, traducibile come salto, passaggio di specie. Il più delle volte la contaminazione si esaurisce senza conseguenze di rilievo, altre volte invece si trasforma in malattia ad alta trasmissibilità.

Un caso del genere si è verificato negli anni Settanta-Ottanta con l’Aids: un retrovirus che abitualmente parassitava scimpanzé e gorilla dell’Africa Occidentale transitò negli umani per mezzo del sangue infetto proveniente dagli animali catturati e macellati. Il virus, poi battezzato Hiv, ben si adattò alle cellule umane e il contagio continuò per trasmissione diretta da umano a umano.

Ma ancora prima, oltre un secolo prima, un virus della famiglia dei coronavirus (oggi causa del semplice raffreddore) passò dai ratti ai bovini, all’uomo. Risultato: una pestilenza causò un milione di morti in Europa in un paio d’anni. Storia analoga per la Sars, polmonite virale comparsa in Estremo Oriente nel 2002-2003 e che, grazie anche a Carlo Urbani, il medico italiano che isolò il virus e che poi ne rimase ucciso, per fortuna rimase circoscritta.

Secondo le ricerche condotte da un gruppo di ricercatori cinesi dell’Istituto di virologia di Wuhan, la malattia proveniva da alcune specie di pipistrelli che vivono in grotte della provincia dello Yunnan. E si ritiene che anche il Sars-CoV2, che scatena la malattia nota come Covid-19, sia da attribuire al pipistrello e al pangolino, mammiferi comunemente cacciati e consumati in Cina.

Non solo la caccia, o l’uso di animali selvatici per prodotti della medicina tradizionale cinese, sono responsabili. La contaminazione da parte specie selvatiche può essere anche conseguenza della deforestazione, che ha spinto la fauna selvatica fuori dall’habitat naturale per sopravvivere.

Dagli archivi dell’OMS: in Africa Occidentale il primo caso di Ebola si ebbe nel dicembre 2013 a Meliandou, un villaggio nel sud della Guinea ai confini con la foresta, che però era stata distrutta per l’80% da imprese minerarie e del legname. Di conseguenza il villaggio era stato infestato da pipistrelli fuggiti dal loro habitat distrutto. A conferma, ll primo morto di Ebola fu un bimbo di un anno e mezzo che giocava abitualmente all’ombra di alberi popolati da pipistrelli che precedentemente vivevano nella foresta.

Pipistrelli della frutta e anche la frutta venduta al mercato, se contaminata, ha rappresentato un veicolo di contagio. Del resto, non si tratterebbe neanche del primo caso di virosi disseminata da pipistrelli. Nei primi anni del nuovo millennio, in Bangladesh si ebbero circa 200 casi di Nipah, un’encefalite virale ad alta mortalità. E risultò che tutti avevano consumato linfa estratta dalla corteccia di una particolare specie di palma. Ulteriori indagini accertarono che il veicolo d’infezione era stata proprio la linfa contaminata con deiezioni di pipistrelli che si posavano sulle palme per nutrirsi anch’essi della stessa linfa.

L’IPBES, il gruppo di lavoro intergovernativo sulla biodiversità, sostiene che mammiferi e volatili sono depositi naturali di 1,7 milioni di virus che ancora non conosciamo. Circa la metà di essi potrebbe avere la capacità di infettare gli umani, se si creassero le condizioni favorenti il salto di specie, lo spill over. I serbatoi principali sono rappresentati da pipistrelli, roditori e scimmie, oltre che da alcuni uccelli (principalmente acquatici) e animali da allevamento (maiali, cammelli, pollame).

Ogni anno c’è il rischio di veder comparire più di cinque nuove malattie infettive, ognuna delle quali potrebbe trasformarsi in pandemia. La colpa, però, non è della Natura. Piuttosto, dell’impatto delle attività umane sulla Natura. Quali? L’elenco è lungo: deforestazione, espansione irrazionale delle città, agricoltura intensiva, decimazione di varietà selvatiche a scopo commerciale, riduzione della biodiversità. E, non ultimi, nella scala dell’impatto nocivo: i cambiamenti climatici dovuti all’aumento di CO2 in eccesso.

Tutto va a incidere sugli equilibri ecologici, accrescendo il rischio di spill over e, quindi, di pandemie da virus prima confinati senza far danni negli animali selvatici e poi, facendo danni, passati all’uomo. Il gruppo di lavoro IPBES ritiene che il cambio d’uso dei terreni (deforestazione e urbanizzazione) abbia contribuito da solo a oltre il 30% delle nuove malattie infettive comparse dopo il 1960. Le pandemie, quindi, si potrebbero anche prevenire ristabilendo un corretto rapporto con la Natura. A parte studiare nuovi antibiotici e nuovi vaccini.

 

 

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