Fino a non molto tempo fa si riteneva che con una copertura di vaccinati al 60% si sarebbe ottenuta l’immunità di gregge. Tuttavia, a causa delle varianti tale soglia sarebbe balzata all’80 percento.

 

Alla data odierna, lunedì 22 marzo 2021, in base alla mappa interattiva di Our World in Data sulle vaccinazioni anti COVID, nel mondo sono state somministrate poco meno di 450 milioni di dosi. Considerando che per la stragrande maggioranza dei farmaci approvati sino a questo momento servono due iniezioni per ottenere l’immunità completa, e che in molti Paesi non si è arrivati nemmeno all’1 percento della popolazione coperta, raggiungere l’agognata immunità di gregge a livello globale può essere una vera e propria impresa.

Gli esperti di malattie infettive sottolineano che una comunità risulterebbe protetta dalla COVID-19 con il 60 percento dei vaccinati, tuttavia, a causa della maggiore trasmissibilità delle varianti emergenti – in particolar modo di quella inglese, che lo sarebbe fino al 90 percento in più secondo un nuovo studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine -, tale percentuale non sarebbe sufficiente. Non a caso il presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei Giorgio Parisi durante un’audizione innanzi alla Commissione Igiene e Sanità del Senato ha dichiarato che servirà l’80 percento della copertura, per ottenere questo “scudo” immunitario.

A sottolineare che non sarà semplice conquistare l’immunità di gregge contro l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2 vi è un nuovo editoriale pubblicato sull’autorevolissima rivista scientifica Nature, nel quale vengono elencati i cinque ostacoli principali che ci separano da questo attesissimo traguardo. Dopo 123 milioni di contagi ufficiali, 2,7 milioni di morti (105mila solo in Italia) e oltre un anno di sofferenze fisiche, psicologiche, sociali ed economiche paragonabili a quelle di una grande guerra globale, l’immunità di gregge permetterebbe infatti di tornare a una vita relativamente normale.

Il patogeno diventerebbe di fatto endemico (non più pandemico) e dunque controllabile e “socialmente accettabile”. Ma con 20mila morti a settimana nella sola Europa, centinaia dei quali ogni giorno solo in Italia, ad oggi sembra un obiettivo ancora molto distante.

Il primo ostacolo, specifica Nature, è comprendere quanto i vaccini riescano a bloccare la trasmissione del virus. È noto che i farmaci sono molto efficaci nel bloccare la COVID-19 sintomatica, ancor più validi nell’impedire la malattia grave e totalmente protettivi dalla morte, ma sull’infezione asintomatica ci sono ancora dubbi. Diverse persone che hanno fatto le due dosi di vaccino si sono infettate (ma non ammalate), dunque potenzialmente potrebbero ancora diffondere il virus nella comunità, permettendogli altresì di evolvere e sviluppare mutazioni in grado di eludere l’efficacia degli anticorpi, come evidenziato in un certo grado per le varianti sudafricana e brasiliana

. Come spiegato da Shweta Bansal, biologa matematica della Georgetown University di Washington DC, la protezione dalla trasmissione deve essere elevatissima se si vuol puntare all’immunità di gregge senza vaccinare tutti. Altrimenti è fondamentale vaccinare tutti, ma com’è ampiamente noto, ci sono percentuali di antivaccinisti da non sottovalutare in diversi Paesi. Italia compresa.

Il secondo punto indicato da Nature è la non uniformità delle campagne vaccinali nel mondo. Se infatti alcuni Paesi come Israele, Stati Uniti e Gran Bretagna viaggiano a velocità “supersonica” con le iniezioni, altri sono incredibilmente indietro per problemi di disponibilità delle dosi e organizzativi. Bloccare il virus in un Paese e permettergli di circolare – e soprattutto mutare – altrove, magari evolvendo capacità elusive nei confronti dei vaccini, non farà altro che allungare la coda della pandemia e tenere ancora più lontana l’immunità di gregge. “Nessuna comunità è un’isola e il panorama dell’immunità che circonda una comunità è davvero fondamentale”, ha affermato su Nature la Bansal.

Il terzo punto cruciale sono le sopracitate varianti, che più sono contagiose e più elevata è la soglia per conquistare l’immunità di gregge (come indicato già balzata dal 60 all’80 percento, secondo gli esperti). Naturalmente non vanno sottovalutate le varianti emergenti come quelle dotate di mutazioni in grado di aggirare gli anticorpi neutralizzanti, sia quelli di una precedente infezione naturale che quelli del vaccino. Le varianti sudafricana e brasiliana presentano una mutazione sulla proteina S o Spike chiamata E484K che sembra garantire al coronavirus proprio una certa capacità elusiva.

Il quarto punto citato da Nature è la durata dell’immunità, sia quella offerta dall’infezione naturale che quella garantita dai vaccini. Nel primo caso si ritiene che sia di almeno 6-8 mesi, nel secondo sicuramente qualcosa in più, ma non ci sono ancora dati sufficienti per poter avere una stima precisa.

Secondo l’AIFA, sulla base delle informazioni legate ad altri coronavirus, essa potrebbe essere di 9-12 mesi. Qualunque sia questa durata, è molto probabile che le persone vaccinate in questa primissima fase della pandemia dovranno ricevere in futuro nuove dosi. Vaccinare tutti e il più velocemente possibile è dunque l’unico modo per ottenere il miglior risultato possibile.

L’ultimo punto a poter mettere in pericolo l’immunità di gregge è il cambiamento nei nostri comportamenti dopo aver ricevuto il vaccino. Dopo un periodo così lungo di restrizioni e isolamento ci si potrebbe sentire così protetti dal vaccino e desiderosi di tornare alla normalità da incontrare grandi numeri di persone, magari senza mascherine e distanziamento sociale, che come specificato dagli esperti sono fondamentali anche dopo la vaccinazione.

Poiché come indicato i vaccinati potrebbero ancora diffondere il virus, in una comunità non totalmente immunizzata i comportamenti irresponsabili potrebbero avere effetti devastanti sulla trasmissione. Come specificato da Samuel Scarpino della Northeastern University di Boston, l’influenza è “sparita” perché circa il 30 percento delle persone poteva risultare immunizzata da precedenti infezioni, un altro 30 percento si è vaccinato e le restrizioni anti COVID hanno fatto il resto.

Molto probabilmente, spiega l’esperto, la COVID-19 non è più infettiva dell’influenza, e i dati su quest’ultima dimostrano che i comportamenti delle persone possono fare una differenza notevole nella diffusione di una malattia respiratoria.

 

 

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