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Studio italiano dimostra l’efficacia di trattare i pazienti prima dell’intervento chirurgico.

 

E’ uno degli interventi chirurgici più praticati al mondo con una percentuale di rischio intraoperatorio e postoperatorio tra le più basse in assoluto. Eppure, l’intervento di cataratta, anche quando perfettamente eseguito e riuscito, comporta in circa il 30% dei pazienti l’insorgenza della sindrome dell’occhio secco che spesso genera insoddisfazione nel paziente desideroso di vedere bene dopo aver eliminato la cataratta. Uno studio italiano, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica ‘Advances in therapy, ha dimostrato che pre-trattare i pazienti prima dell’intervento di cataratta con un mix di principi attivi come vitamina D, A, omega 3 e liposomi riesce a diminuire il discomfort post-operatorio.

“La popolazione che è maggiormente colpita da occhio secco è anche quella che più spesso si deve sottoporre a intervento di cataratta”, dichiara la dottoressa Rita Mencucci, oculista presso l’Azienda ospedaliera universitaria Careggi-Firenze. “Secondo la letteratura scientifica recente, l’incidenza dell’occhio secco nei pazienti che vanno incontro a intervento di cataratta è circa del 40%, ma la maggior parte di questi non sa di esserne affetto e questo rappresenta il primo fattore di rischio per l’insorgenza di un occhio secco conclamato postchirurgico”.

“L’occhio secco che insorge dopo un intervento di cataratta – dichiara il dottor Paolo Fogagnolo, oculista presso l’Università degli studi di Milano, Ospedale San Paolo e principale autore dello studio – può essere un disturbo transitorio, ma per qualche mese il paziente subisce una serie di problematiche legate alle modifiche che l’intervento provoca sulla superficie oculare”. In genere, si prescrivono dei sostituti lacrimali che i pazienti devono utilizzare per alcuni mesi dopo l’intervento fino al ripristino della corretta idratazione oculare. Ma ora è da poco disponibile nelle farmacie un nuovo sostituto lacrimale (adatto a tutti coloro che soffrono di occhio secco) che contiene vitamina D, vitamina A, omega 3 e liposomi da utilizzare anche prima di andare in sala operatoria.

“Il ruolo protettivo della vitamina D in formulazione orale nella gestione dell’occhio secco è ormai ben codificato”, afferma la dottoressa Mencucci. “Ultimissimi studi indicano come la vitamina D in collirio possa avere un ruolo importante nel ridurre l’infiammazione corneale e aumentare i meccanismi di difesa della superficie oculare. La vitamina A promuove la produzione della componente glicoproteica e mucinosa del film lacrimale, rendendolo più stabile. Infine, gli acidi grassi Omega-3, che hanno origine algale, hanno anch’essi attività anti-infiammatoria e protettiva, migliorando la qualità del film lacrimale”.

Il nuovo collirio è stato ‘testato’ in uno studio italiano condotto su 45 pazienti con un’età media di 75 anni: “Abbiamo misurato alcuni parametri che indicano lo ‘stato di salute’ della superficie oculare come il tempo di rottura del film lacrimale e alcuni sintomi, tra cui la sensazione di corpo estraneo e il bruciore, due settimane prima della sala operatoria, il giorno dell’intervento e in seguito dopo una e poi due settimane dopo l’intervento per verificare se la somministrazione del nuovo collirio comportasse dei miglioramenti”, spiega Fogagnolo.

Per valutare la qualità della produzione lacrimale si esegue un esame che identifica il break-up time test (BUT), cioè il tempo di rottura del film lacrimale. Questo test clinico analizza il tempo che intercorre tra un ammiccamento, cioè la rapida chiusura e riapertura della palpebra, e la formazione di piccole aree asciutte nel film lacrimale. Il tempo di rottura viene ritenuto normale se il film lacrimale viene rotto dopo 10 secondi dall’ultimo battito di ciglia.

“Durante la prima visita – precisa Fogagnolo – i pazienti arruolati nello studio avevano un tempo di rottura attorno agli 8 secondi e questo valore restava stabile fino al giorno dell’intervento tra coloro che utilizzavano la ‘vitamina D topica’ mentre in chi non lo utilizzava è stata misurata una riduzione di più di mezzo secondo della rottura lacrimale”.

A peggiorare la sintomatologia dell’occhio secco nei pazienti che si sottopongono all’intervento di cataratta è anche il fatto che alcuni giorni prima devono seguire una terapia di profilassi (in genere con antibiotici) che può determinare una certa tossicità e secchezza oculare. “Anche in questo caso – prosegue Fogagnolo – abbiamo constatato che i pazienti che sono stati pre-trattati con il nuovo collirio sono arrivati all’intervento di cataratta senza i tipici effetti di tossicità dei farmaci di profilassi e quindi con caratteristiche migliori della superficie oculare rispetto a chi, invece, non aveva ricevuto lo stesso collirio”.

Dopo l’intervento, la forbice tra i due gruppi di pazienti diventa sempre maggiore: “Nel gruppo trattato con la ‘vitamina D topica’ il tempo di rottura lacrimale manteneva valori di 7.5 e 8 secondi, mentre nell’altro gruppo era sempre di 6 secondi. Inoltre, nel 95% dei casi la colorazione della superficie oculare, che indica l’entità del danno degli epiteli, era assente o lieve se il paziente riceveva il sostituto lacrimale mentre nel gruppo di controllo questa percentuale scendeva all’80%. Insomma, è evidente che la sintomatologia legata all’occhio secco si dimezza in chi utilizza questo sostituto lacrimale che ottiene anche una miglior condizione della superfice oculare nelle due settimane successive all’intervento di cataratta. Ci attendiamo risultati ancora migliori in pazienti che soffrono già di sindrome dell’occhio secco”, conclude Fogagnolo.

La cataratta interessa il 90% della popolazione oltre i 75 anni e la sua rimozione è l’operazione chirurgica più eseguita sia in Italia (con circa 600mila interventi l’anno) che nel mondo (con 5 milioni). “Talvolta – aggiunge la dottoressa Mencucci – utilizzare lacrime artificiali dopo l’intervento di cataratta può non essere sufficiente ed il nostro studio mostra come un’azione preventiva con una lacrima artificiale a base di vitamina D, A ed acidi grassi omega 3 somministrata 1 goccia 3 volte al giorno nelle due settimane prima dell’intervento e poi nel mese successivo consente di arrivare al tavolo operatorio in condizioni migliori e sia in grado di ridurre il rischio di occhio secco post-chirurgico”.

Anche la sindrome dell’occhio secco (DED) è in aumento: dopo i cinquant’anni ne soffre tra il 20 e il 30% della popolazione, con un’incidenza quasi doppia negli individui di sesso femminile. L’emergenza Coronavirus ha peggiorato la situazione tant’è vero che è stata coniata una nuova espressione ‘Mask-associated dry eye’ (MADE). La mascherina, infatti, soprattutto se indossata male, provoca un flusso di aria che risale a pressione dalla bocca verso l’occhio, aumentando la secchezza della superficie oculare. “Questo meccanismo – conclude la dottoressa Mencucci – potrebbe essere particolarmente dannoso nei soggetti a rischio, come nei videoterminalisti, nei portatori di lenti a contatto, nelle donne in menopausa. E’ importante, quindi, indossare la mascherina correttamente, in modo che aderisca perfettamente al volto, utilizzare lacrime artificiali e durante l’utilizzo del videoterminale seguire la regola del 20-20-20, cioè ogni 20 minuti fare una pausa di 20 secondi, guardando a 20 piedi (circa 6 metri), cioè lontano”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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