L’impossibilità per molte persone di fare attività fisica in altri luoghi le condanna alla inattività e al rischio di subire ripercussioni sulla salute.

 

L’abbiamo scritto e riscritto all’infinito: 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana sono il minimo sindacale per prevenire la maggior parte delle malattie. Tra queste annoveriamo: obesità, diabete, patologie cardiovascolari, disturbi metabolici, eventi cardiocircolatori, ipertensione e tante altre. La consigliano tutti gli esperti, in ogni campo della medicina.

Per ragioni abitative e per particolari esigenze motorie le palestre si configurano quindi come il presidio sanitario di chi non può svolgere esercizio a casa propria. La sciagurata gestione della pandemia ne ha purtroppo imposto la chiusura. Quali saranno i danni a lungo termine sulla salute pubblica e individuale? Quanto peseranno sulla sanità malattie ed eventi che si sarebbero potuti prevenire con l’attività fisica?

Non è un’inezia, basta fare il conto dei milioni di utenti costretti alla sedentarietà per oltre tre mesi. Non tutti infatti possono avere un tapis roulant, una cyclette, uno spazio in casa per un tappetino da ginnastica, la possibilità di muoversi all’aperto, gli strumenti e gli attrezzi giusti per le loro esigenze motorie. Non è questione solo di ristori ai gestori delle palestre, è un problema che riguarda la salute della popolazione, dei bambini che non giocano più in squadra a nessuno sport, dei giovani che vogliono mantenersi tali, degli adulti che hanno bisogno di muoversi per combattere i danni della sedentarietà.

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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