L’uso dei farmaci SGLT2i nei pazienti Covid associato a rischio maggiore di sviluppare una rara forma di chetoacidosi diabetica.

 

I pazienti diabetici contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 che assumono farmaci ipoglicemizzanti chiamati “inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio 2 (SGLT2i)” potrebbero avere un rischio maggiore di sviluppare una rara forma di chetoacidosi diabetica chiamata “euDKA”, una rara complicanza – potenzialmente letale – che spinge l’organismo a produrre ingenti quantità di acidi chiamati chetoni (corpi chetonici).

A determinare l’associazione tra la Covid-19 (l’infezione provocata dal coronavirus) e l’assunzione dei farmaci ipoglicemizzanti SGLT2i è stato un team di ricerca della Divisione di Endocrinologia, Diabete e ipertensione dell’autorevole Brigham and Women’s Hospital di Boston.

Gli scienziati, coordinati da Naomi Fisher del Dipartimento di Medicina, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver riscontrato cinque casi di “euDKA” in soli due mesi tra pazienti con diabete di tipo 2 contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2.

Negli ultimi 2 anni nello stesso ospedale erano stati registrati meno di 10 casi in tutto con questa complicanza del diabete, che si verifica quando “le cellule del corpo non riescono ad assorbire una quantità sufficiente di glucosio e compensano invece metabolizzando i grassi, creando un accumulo di acidi chiamati chetoni”.

L’impennata di casi in piena pandemia (tre dei quali in una sola settimana) ha spinto Fisher e colleghi a ipotizzare (ma è solo un’ipotesi derivata dall’osservazione) che l’uso dei farmaci SGLT2i nei pazienti Covid potesse esacerbare in qualche modo il rischio di euDKA (già presente senza infezione da coronavirus a causa dell’effetto diuretico).

Secondo i ricercatori, quando si viene contagiati dal coronavirus il patogeno può legarsi alle cellule del pancreas che producono insulina e avere un effetto tossico su di esse: “Gli studi sul precedente virus SARS-CoV-1 (il responsabile della SARS) hanno rilevato che molti pazienti infetti avevano un aumento della glicemia. È stato ipotizzato attraverso altri modelli che il virus potrebbe distruggere preferenzialmente le cellule produttrici di insulina”, ha specificato la Fisher.

Inoltre, la Covid-19 può aumentare i livelli di citochine (proteine infiammatorie) circolanti, anch’esse note per catalizzare il rischio di chetoacidosi diabetica. “Abbiamo le conoscenze di base per riconoscere che gli inibitori SGLT2 possono causare DKA ed euDKA”, ha dichiarato la Fisher. Alla luce di quanto emerso, gli autori dello studio sottolineano che “se i pazienti sono malati o hanno perdita di appetito o stanno digiunando, dovrebbero sospendere il loro trattamento e non riprenderlo finché non stanno bene e mangiano correttamente”.

Dei cinque pazienti colpiti da euDKA, tre sono stati trasferiti in strutture specializzate per la riabilitazione, uno è potuto tornare a casa mentre un altro è deceduto a causa della Sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS, un’altra delle possibili complicanze della Covid-19.

“Oltre al rischio noto di euDKA con l’uso di SGLT2i, i meccanismi specifici della Covid-19 possono includere l’effetto tossico diretto del virus sulle isole pancreatiche, una risposta infiammatoria accelerata che promuove la chetosi e l’effetto diuretico di SGLT2i in combinazione con anoressia e vomito”, si legge nell’abstract della ricerca.

Nonostante si sia trattato solo di uno studio di osservazione, la raccomandazione di Fisher e colleghi è quella di sospendere l’uso di SGLT2i in caso di malattia, come avviene normalmente con la metformina: “Se la malattia è prolungata o se la glicemia è molto alta, i pazienti possono parlare con il proprio medico di altre forme di terapia”.

“Siamo fiduciosi che con una diffusa educazione di pazienti e medici, non vedremo un altro gruppo di casi di euDKA nel caso di aumento di infezioni da Covid-19”, ha affermato la scienziata. I dettagli della ricerca “Euglycemic diabetic ketoacidosis with Covid-19 infection in patients with type 2 diabetes taking SGLT2 inhibitors” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The American Association of Clinical Endocrinologists Clinical Case Reports.

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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