Il XV° Rapporto Meridiano Sanità ricorda che le malattie non trasmissibili in Italia sono responsabili del 93,3% dei decessi e del 90,2% degli anni vissuti in disabilità.

 

Tra queste, le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte in Italia, provocando nel 2018 232.000 decessi, e la causa più frequente di ricovero ospedaliero, registrando quasi 900.000 ricoveri in regime ordinario (14,3% dei ricoveri totali). I tumori sono invece la prima causa di disabilità e la seconda causa di morte in Italia.

Anche i la salute mentale rappresenta una delle sfide di sanità pubblica più rilevanti: una persona su sei, in Europa, soffre di disturbi mentali. Durante la prima ondata pandemica, la sospensione o il rinvio delle prestazioni sanitarie dedicate ai pazienti affetti da patologie croniche ha avuto ripercussioni devastanti e tutt’ora da quantificare.

In questo contesto, l’intervento di Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche presso l’AUSL di Modena e Presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), ha messo in evidenza come l’impatto psico-sociale della pandemia va differenziato rispetto alla popolazione generale, sulla quale si è rilevato un aumento rilevante di sintomi psico-somatici, in parte comprensibili e non allarmanti; e la popolazione di pazienti già affetti da disturbi della salute mentale.

Quest’ultimi, ha riportato, spesso vivono tutto l’anno in lockdown e alla distanza sociale sono abituati. Afferma poi che bisognerebbe “superare il termine cronicità quando si parla di disturbi della salute mentale, in quanto anche nelle situazioni più gravi, la modifica dei determinanti sociali e assistenziali può conseguire dei miglioramenti significativi”. Ribadisce quindi, che la prospettiva non è l’integrazione socio-sanitaria bensì la realizzazione di un sistema unitario di assistenza sanitaria e sociale, rivolto alla riabilitazione e alla reinclusione sociale.

A seguire, Carmine Pinto, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia dell’IRCCS Santa Maria Nuova di Reggio-Emilia e Presidente della FICOG, ha messo in luce gli effetti negativi della sospensione delle attività di screening e diagnosi durante la prima ondata pandemica: con una riduzione di circa il 35% delle diagnosi delle principali tipologie di tumori – in linea con gli altri Paesi occidentali. Ha ribadito però che le attività di oncologia medica non sono state sospese; non vi sono ancora evidenze per cui i pazienti oncologici sono più a rischio rispetto al virus SARS-CoV-2.

Guardando avanti, afferma che va creato un sistema in grado di gestire le cronicità fuori dalle strutture ospedaliere. Propone come soluzione di creare reti oncologiche forti che possono collegare in modo organico l’ospedale e il territorio in modo coordinato, continuo ed efficace.

Il nostro sistema sanitario funziona come una filiera, fatta di vasi comunicanti: il territorio funziona solo se funziona tutta la filiera, sono ruote di un unico ingranaggio, aggiunge Dario Manfellotto, Presidente della Società Scientifica degli Internisti Ospedalieri, coloro che tutt’ora assistono circa il 70% dei pazienti ricoverati. Richiama la necessità di garantire un’assistenza integrata e multidisciplinare anche post-ospedaliera ai pazienti positivi al COVID-19, in quanto può comportare complicanze a lungo termine, soprattutto per i pazienti affetti da multi-morbidità.

Durante la prima ondata pandemica, vi è stato un calo significativo delle ospedalizzazioni sia rispetto alle patologie cardiovascolari acute che quelle croniche dichiara il Prof. Filardi, Ordinario di Cardiologia alla Federico II di Napoli e Presidente eletto della SIC. È stata riscontrata una riduzione di circa il 50% delle ospedalizzazioni per sindromi coronariche acute.

Nel caso dell’infarto STEMI il calo ha raggiunto il -26,5%, contribuendo a un aumento significativo della mortalità, che è salita dal 4,1% al 13,7%. Una riduzione delle ospedalizzazioni anche per le patologie cardiovascolari croniche che ha raggiunto quasi il 50% nel caso dell’insufficienza cardiaca; e con strumenti limitati per supportare i pazienti in remoto – è il caso di parlare di “telefono-medicina” più che di telemedicina per ora.

Proprio di telemedicina ha parlato Francesco Gabbrielli, Direttore del Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), il quale ha affermato che durante la crisi pandemica vi è stato un utilizzo maggiore della telemedicina, anche tramite strumenti semplici, su richiesta dei pazienti e da parte dei medici per poter poterli raggiungere, superando antiche inerzie e resistenze. Le indicazioni ad interim per la telemedicina, predisposte dall’ISS, hanno risposto a tale esigenza fornendo un modello di lavoro per implementare in modo efficace ed economico dei servizi domiciliari per diverse tipologie di pazienti, inclusi i pazienti che necessitano di continuità assistenziale.

Tuttavia, ribadisce che, la tecnologia deve essere a servizio della clinica: la tecnologia deve seguire la clinica, e non viceversa. Vi è quindi necessità di rivedere i processi di lavoro clinico ai fini di poterla utilizzare, insieme ad altre tecnologie, al massimo del suo potenziale. Potenziale che potrebbe arrivare a far evolvere la medicina verso una vera e propria “precision medicine”: una medicina personalizzata, che mira ad andare verso l’estrema personalizzazione del trattamento grazie a una mole sempre maggiore di dati relativi al paziente.

Tra le sfide ancora aperte vi è la necessità di arrivare a definire un modello di valutazione di costo-efficacia per la telemedicina, adatto al contesto italiano e che permetta di definire i criteri di rimborsabilità delle prestazioni effettuate in telemedicina, che non possono avere un valore equivalente a quelle in presenza. Conferma poi che l’Istituto Superiore di Sanità sta lavorando anche su una revisione delle Linee di Indirizzo sulla telemedicina del 2014, ormai ampiamente superate.

Il dibattito si sposta sul tema della prevenzione con l’intervento di Paolo Bonanni, Coordinatore del Board del Calendario per la Vita e Professore Ordinario di Igiene all’Università degli Studi di Firenze. Il Professore Bonanni ha messo in luce come vi sia stato un calo delle coperture vaccinali nei primi mesi del 2020, aggravando un contesto italiano già caratterizzato da tassi di copertura inferiori alla soglia target del 95%. Per esempio, nella stagione 2019-2020, soltanto il 16,8% della popolazione aveva effettuato il vaccino antiinfluenzale. Inoltre, avverte che se vi è un utilizzo limitato dei vaccini in contesti ordinari, si rischia una maggiore scarsità di disponibilità durante momenti di emergenza.

L’appello del Calendario per la Vita, anche durante questa seconda ondata pandemica, è frenare il calo delle coperture vaccinali per evitare che si aggiungano danni da altre epidemie a quelli subiti a causa del COVID-19. Per fare ciò, afferma il Prof. Bonanni, bisogna: garantire le coperture vaccinali a tutti i nuovi nati e i richiami sia in età pediatrica che in quella adolescenziale; riorganizzare le modalità di offerta delle vaccinazioni: pianificare il recupero delle vaccinazioni non effettuate dopo l’inizio dell’emergenza COVID-19; predisporre delle gare per le forniture dei vaccini anti-influenzali con quantitativi idonei ad aumentare le coperture e predisporre piani di incremento delle coperture per influenza, pneumococco, richiami tetano-difterite-pertosse e herpes zoster. Il Professore ha, infine, ribadito che abbiamo bisogno di potenziare le vaccinazioni, non di abbandonarle in un momento di crisi.

A seguire, Massimo Andreoni, Professore ordinario di malattie Infettive della facoltà di Medicina e chirurgia Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, ha condiviso l’urgenza attuale di liberare risorse e posti in ospedale per far fronte ad un crescente numero di pazienti gravi. Il Prof. Andreoni ha illustrato come si stiano sperimentando il tele-monitoraggio proprio per far fronte a tale criticità: dimettendo pazienti che necessitano ancora di un periodo di osservazione, monitorandoli in remoto h24, in modo tale da intervenire se necessario, ma al contempo permettendo di liberare risorse ospedaliere.

Afferma poi che la prevenzione dell’epidemia deve prevenire non seguire l’evento e che è riconducibile a tre possibilità: vaccinazioni, prevenzione farmacologica e modifica dei comportamenti umani. La con modifica dei comportamenti umani è lo strumento più affidabile che attualmente abbiamo a disposizione per far fronte all’emergenza COVID-19.

La tavola rotonda si conclude con l’intervento di Claudio D’Amario, Direttore Generale della Sanità per la Regione Abruzzo che mette in luce come oltre al danno economico, il virus stia creando un danno al sistema salute in quanto ha reso necessario dirottare risorse, personale e competenze, da più punti del sistema sanitario per far fronte ai pazienti affetti da COVID-19. Ora, con il rischio di dover sospendere le attività non urgenti per almeno 6 mesi, bisogna trovare strategie per mantenere un setting assistenziale territoriale operativo, anche e soprattutto per i pazienti cronici complessi.

Illustra, quindi, alcuni provvedimenti messi in atto dalla Regione Abruzzo: il coinvolgimento delle strutture private-accreditate perché si facciano carico dei pazienti affetti da COVID-19 non gravi; riportare il paziente non grave al domicilio prima possibile tramite l’intervento combinato tra i Medici di Medicina Generale e le strutture di continuità assistenziale – Medici di Medicina Generale che con la dotazione di strumenti diagnostici possono riavere un ruolo che forse avevano perso in questi anni, che non è quello di generico ma generalista e di poter ridurre la necessità di ospedalizzazione dei pazienti; ed infine allargare la diagnostica del virus, andando oltre al solo tampone molecolare e coinvolgendo tutti gli attori sanitari sul territorio.

 

 

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