Parla  Giorgio Palù, docente emerito di Virologia all’Università di Padova.

 

“Si abbonda con l’allarmismo, bisogna guardare i numeri obiettivamente. Positivo non significa malato e nemmeno contagioso ma la curva va tenuta bassa. Servono i test rapidi per monitorare la situazione e quello che è importante enfatizzare è l’importanza di responsabilizzare tutti”. Giorgio Palù, docente emerito di Virologia all’Università di Padova, non ama come si sta gestendo questa pandemia, questo coronavirus.

E sottolinea: “Vorrei tanta attenzione ma niente isterismi. In termini di letalità non abbiamo di fronte il virus Ebola né il virus della SARS o quello della MERS, altre due sindromi causate da coronavirus del pipistrello, la prima da un virus geneticamente simile (80% di omologia) a SARS-CoV-2 del Covid-19.

La MERS aveva una mortalità del 35% e la SARS del 10% e anche in conseguenza dell’elevata letalità si sono rapidamente estinte”. Il SARS-CoV-2 ha una letalità superiore all’influenza, certo, ma sta scendendo. “Probabilmente si sta già adattando al suo nuovo ospite umano e dal punto di vista evolutivo non ha l’interesse di ucciderlo per non estinguersi – risponde Palù -. Circolerà, ma ho fiducia nei farmaci e nei vaccini”.

In parallelo all’ultimo Dpcm sono diventate virali sui social diverse interviste, in particolare video, di Palù sui casi positivi. La sua frase chiave, quella diventata virale e ripetuta anche ieri, nonostante le critiche da parte di altri virologi e componenti il CTS è questa: “Positivo non vuol dire malato, positivo non vuol dire contagioso”.

Conferma? “Il termine sintomatico è molto chiaro, significa avere sintomi. Dovremmo parlare di positivi, positivi che contagiano, positivi che non contagiano”.  E aggiunge, calcando il concetto: “Che senso ha tracciare gli asintomatici. Se lei è asintomatico può essere tracciato solo con la ricerca che si fa durante lo screening o durante il tracciamento dei cosiddetti contatti. Se lei è asintomatico, non lo sa. Ha senso quindi inseguire e tracciare gli asintomatici?”.

Quindi? “Perseguire l’azzeramento del virus, seguendo gli asintomatici o meglio i contatti dei contatti dei contatti degli asintomatici, come si predica, non ha nessun senso né dal punto di vista scientifico né dal punto di vista operativo”.

Ma, per le sue affermazioni e convinzioni, Palù è stato attaccato sia sui social sia da diversi suoi colleghi. La sua replica: “Se uno deve parlare di virus deve conoscere la biologia del virus, come si replica, sapere che il coronavirus è diverso dagli altri virus RNA, perché c’è bisogno di un ospite intermedio, come può combinarsi infettando più persone o cambiare, perché può essere più o meno virulento, perché crea la patologia, quali sono i meccanismi, quali sono i bersagli, quali farmaci disegnare. Ecco: sono state invitate in tv tutte le persone possibili e immaginabili ma nessuna che abbia queste competenze”.

Poi continua: “Gli ultimi dati mostrano una tendenza alla stabilizzazione della curva. Occorre essere cauti, di fatto la curva si sta leggermente appiattendo. Siamo partiti dal primo ottobre con l’1% di soggetti con tamponi positivi tra i nuovi testati. Siamo saliti fino al 20 e adesso siamo al 16%. La curva flette”.

Non sembra dal numero dei casi positivi registrati dai bollettini recenti.

“Ho già detto in altre interviste che il 95 per cento delle persone che risultano positive non ha sintomi e quindi non si può definire malato. Innegabile che queste persone siano state ‘contagiate’, cioè sono venute a contatto con il virus, ma… “

Che cosa segue questo “ma”?

“Che sono venute a contatto con il virus ma non è detto che siano ‘contagiose’, cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Per dirlo occorrerebbe misurare la loro carica virale. Se alta potrebbero contagiare, ma al momento, con i test a disposizione, non è possibile stabilire la carica virale in tempi utili per evitare i contagi”.

Positivi senza sintomi, quindi, potrebbero non contagiare e tantomeno ammalarsi. Affermazione però contestata da molti che affermano che anche gli asintomatici potrebbero contagiare altri. Perché lei, invece, afferma che certi positivi non sono contagiosi?

“Vediamo. Potrebbero avere una carica virale bassa, perché portatori di un ceppo di virus meno virulento oppure perché presentano solo frammenti genetici del virus, rilevabili con il test, ma incapaci di infettare altre persone”.

Al riguardo, un inciso è d’obbligo e lo prendiamo da uno studio del CDC statunitensi, i test molecolari vanno a cercare tre proteine del virus: la F, la M e la N. Se ci sono tutte e tre non vi sono dubbi. Ma la N non è una sola: ci sono N1, N2 e N3. E la N3 è comune anche ad altri coronavirus. Con cui potremmo essere venuti in contatto in passato. Se vengono amplificate le regioni N1 e N2 del gene N, il test è valido ai fini della positività attiva. Resta da valutare il ruolo dei frammenti di virus, rilevabili dai test molecolari, ma incapaci di infettare altre persone.

Sarebbe utile chiarirlo anche per situazioni che riguardano il lavoro, la scuola, i calciatori…

Palù si scaglia contro quella che definisce “l’assurda rincorsa agli asintomatici” con i tamponi. L’arma più efficace per tenere bassa la curva dei contagi resta la prevenzione a base di mascherina, distanziamento e igienizzazione di mani e ambienti. Smorzando gli allarmismi. E ribadisce il suo mantra: “Un soggetto positivo al coronavirus non è un malato”.

Ogni 1000 positivi, 60 sono ricoverati e 5 vanno in rianimazione. Quindi?

Quindi, il 94% dei casi è asintomatico o paucisintomatico. Situazione ben diversa invece a fine marzo quando, a parità di casi positivi diagnosticati, si avevano 26 mila persone ricoverate (6 volte di più) e 4.500 ricoveri in terapia intensiva rianimazione (10 volte di più)”.

Anche il tasso di mortalità è notevolmente inferiore rispetto a quello di altre malattie come la Sars o la Mers e si aggira tra lo 0,3% e lo 0,6%.

Ciò non vuol dire che i cittadini devono abbassare la guardia, anzi “di fronte a questi numeri dobbiamo tenere bassa la curva perché più aumenta la curva e più c’è il rischio di malattie gravi“. Quello che deve essere fatto per frenare la pandemia è affidarsi alle care “vecchie” regole di prevenzione: “Uso della mascherina in presenza di altre persone” elenca, “distanziamento di almeno un metro, pulizia delle mani e sanificazione degli ambienti, niente assembramenti. E vaccini. Quello antinfluenzale, anche ai bambini, e quello per il pneumococco che è il principale agente che dà polmonite”.

Quanto al sistema di tracciamento, Palù ribadisce le sue idee: “Si dovrebbero usare di più i test rapidi che hanno un costo e un impatto minore. Questo perché spesso i tamponi molecolari, troppo precisi, rilevano un virus non più infettivo, dunque presente ma non contagioso, costringendo inutilmente diversi individui a rimanere in isolamento”.

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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