I farmaci non sembrano avere gran effetto sulla sintomatologia e prevenzione del coronavirus.

 

Uno studio condotto dai ricercatori del Massachusetts General Hospital di Boston ci dice che il tocilizumab non riduce la necessità di assistenza respiratoria con ventilazione meccanica né previene la morte nei pazienti ospedalizzati. Come ricordate è stato utilizzato in Italia, a Napoli, quando c’erano i primi casi gravi e si cercava un trattamento salva-vita. Qualcuno si esaltò alle prime risposte positive, ma per dire qualcosa bisognava effettuare uno studio reale. Con evidenze e non casualità.

Il tocilizumab, farmaco normalmente utilizzato per trattare l’artrite reumatoide e sperimentato sui pazienti con infezione da coronavirus Sars-Cov-2, non ha ridotto la necessità di assistenza respiratoria con ventilazione meccanica né la mortalità in pazienti ospedalizzati con casi moderatamente gravi.

Lo indica lo studio Usa, chiamato Bay Tocilizumab Trial, del Boston Area Covid-19 Consortium (BACC), pubblicato sul New England Journal of Medicine, che ha incluso 243 pazienti con casi moderatamente gravi di Covid-19 ricoverati presso sette ospedali di Boston.

I pazienti, con alti livelli di infiammazione e almeno due sintomi tra polmonite, bassi livelli di ossigeno nel sangue e febbre, sono stati assegnati in modo casuale a ricevere in aggiunta alla terapia standard un’infusione di tocilizumab (161) oppure di placebo (81).

Lo studio ha rilevato che pazienti trattati con tocilizumab avevano la stessa probabilità di chi aveva ricevuto infusioni di placebo di richiedere l’intubazione o morire nell’arco di quattro settimane.

Allo stesso modo, le condizioni dei pazienti in entrambi i gruppi sono migliorate o peggiorate con lo stesso andamento. Nelle quattro settimane successive, spiegano i ricercatori, 27 pazienti hanno richiesto cure intensive o sono deceduti: 17 del gruppo tocilizumab (10,6%) e 10 pazienti (12,5%) del gruppo placebo, di cui 6 sono morti senza essere intubati nel gruppo tocilizumab e 2 nel gruppo placebo.

Tra i due gruppi di trattamento, spiega sempre lo studio, nessun parametro si è significativamente discostato: il tempo mediano al miglioramento è stato di 6 giorni del gruppo tocilizumab e di 5 del gruppo placebo e nessuna particolare differenza è stata osservata nella durata mediana dell’uso supplementare di ossigeno (4 vs 3,9 giorni).

“Abbiamo dimostrato molto chiaramente che con la somministrazione di tocilizumab il blocco del recettore IL-6 non è garantito – ha commentato il reumatologo John Stone, autore principale dello studio, osservando che anche altri studi su tocilizumab somministrato a pazienti già intubati non hanno riscontrato alcun beneficio.

I pazienti Covid-19 con livelli elevati di una citochina chiamata interleuchina-6 (IL-6) hanno un maggior bisogno di ossigeno supplementare somministrato con ventilazione meccanica e un maggior rischio di morte. È possibile che il farmaco possa aiutare i pazienti con diversa gravità della malattia e quelli che già richiedono ventilazione meccanica inclusi nel BACC.

Altro studio, altra bocciatura per l’idrossiclorochina: non previene l’infezione da coronavirus negli operatori sanitari.

Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Università del Minnesota (Stati Uniti) ha dimostrato che l’antimalarico idrossiclorochina non previene la Covid-19 negli operatori sanitari. Tra i 1.500 coinvolti in uno studio randomizzato e in doppio cieco, ha contratto l’infezione circa la stessa percentuale di quelli trattati con placebo.

Ad oggi non esiste ancora una cura contro la Covid-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, ma solo protocolli terapeutici con farmaci in “uso compassionevole” o “off label” (fuori etichetta, cioè pensati per altre malattie) in grado di contrastarne sintomi e complicazioni. Col passare dei mesi, tuttavia, diversi medicinali considerati promettenti sono “caduti” a seguito degli studi clinici; tra essi anche anche l’antivirale remdesivir, che in base ai risultati del Solidarity Trial coordinato dall’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS) non offrirebbe alcun beneficio nel prevenire la morte dei pazienti.

Tra i farmaci più discussi nella lotta a questa pandemia vi è sicuramente l’idrossiclorochina, antimalarico di vecchio corso che è stato considerato efficace da alcune indagini e potenzialmente rischioso (a causa di effetti collaterali a livello cardiaco) e non utile da altre. Un nuovo studio ha appena dimostrato che l’idrossiclorochina non è efficace come trattamento per prevenire la Covid-19.

Il farmaco antimalarico, un derivato della clorochina meno tossico grazie a una modifica nella formula, è stato considerato potenzialmente utile anche per prevenire l’infezione da coronavirus, pertanto sono stati avviati degli studi randomizzati con placebo e in doppio cieco per verificarne le potenzialità. A determinare l’inefficacia preventiva è stato il team di ricerca internazionale, guidato da scienziati della Facoltà di Medicina dell’Università del Minnesota, Stati Uniti, che ha collaborato a stretto contatto con i colleghi dell’Health Centre and the Clinical Practice Assessment Unit presso il Dipartimento di Medicina dell’Università McGill, Canada.

I ricercatori, coordinati da Radha Rajasingham, infettivologo dell’università del Minnesota, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver coinvolto circa 1.500 operatori sanitari e soccorritori in prima linea nell’emergenza coronavirus, quindi particolarmente esposti

Lo studio ha avuto inizio il 6 aprile, e i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi casuali: il primo ha ricevuto una dose da 400 milligrammi di idrossiclorochina a settimana; il secondo due dosi di idrossiclorochina a settimana e il terzo un placebo. Lo studio è stato condotto in doppio cieco, cioè sia i partecipanti sia i ricercatori non sapevano chi prendeva cosa. Il periodo di follow-up è durato da un minimo di un mese a un massimo di tre mesi. Dall’analisi statistica dei dati è emerso che il 7,9 per cento di chi ha ricevuto il placebo ha sviluppato la Covid-19, contro il 5,9 per cento di chi ha assunto l’idrossiclorochina.

Una differenza del 2 per cento è considerata statisticamente non significativa, pertanto Rajasingham e colleghi hanno stabilito che il farmaco non è efficace per l’uso preventivo. Per quanto concerne gli effetti collaterali, sono stati osservati nel 21 per cento dei partecipanti trattati con placebo; nel 31 per cento del gruppo con idrossiclorochina a singola dose e nel 36 per cento del gruppo a doppia dose. Tra i sintomi più comuni rilevati vi sono nausea e problemi gastrointestinali.

Non sono stati però evidenziati problemi a livello cardiovascolare, che come detto sono stati più volte associati all’assunzione di idrossiclorochina (come per esempio le aritmie). I dettagli dello studio “Hydroxychloroquine as pre-exposure prophylaxis for Covid-19 in healthcare workers: a randomized trial” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Clinical Infectious Disiases.

 

 

Leggi anche:

Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

Riproduzione riservata (c)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.