L’Italia potrebbe essere il laboratorio per la fase 3 della pandemia.
È possibile che la quantità di virus presente influisca sulla gravità della malattia causata dall’infezione da Covid-19? Ossia: più si diffonde meno “cattivo” è? In tal caso, oltre a isolare i casi Covid-19 per inibire la trasmissione, potrebbe essere possibile inibire la gravità della malattia riducendo la carica virale.
C’è ricerca su questo? In caso contrario, ci dovrebbe essere? Ci dovrebbe essere per dare avvio a una fase 3 strategica che sia anche sperimentazione in sicurezza di un’immunità di gregge senza sorprese e in previsione di una seconda ondata quando il clima diventerà quello tipico dell’influenza stagionale.
E l’Italia potrebbe essere “laboratorio” per questa strategia. Certo servirebbero più tamponi e un buon supporto genomico. Certo non sarà possibile quello che sta facendo la Cina a Wuhan dove ad oggi sono stati effettuati in sole due settimane circa 7 milioni di tamponi su una popolazione di 11 milioni.
Essendoci stati 200 nuovi casi, ma nessun morto e nessun ricovero grave, Pechino ha deciso di fare un’azione di forza contro il virus per evitare il ritorno a un lockdown. I positivi si isolano per 14 giorni e se ci sono focolai vengono subito bloccati. Nessun Paese, però, ha il potenziale della Cina. Nemmeno gli Stati Uniti.
E anche la Corea del Sud ha ieri deciso di ripristinare il lockdown in alcune zone perché i casi sono tornati e come tamponi ne sono stati effettuati solo sull’1,5% della popolazione. Tanti ma al tempo stesso troppo pochi. In Italia, forse anche per il clima, i numeri stanno diminuendo, con piccole oscillazioni osservate con attenzione.
Ma soprattutto si sono ridotti nettamente i casi gravi e quasi azzerati i morti nei casi ricoverati, almeno in Lombardia che il vero iceberg della pandemia italiana, nelle ultime due settimane. Il distanziamento sociale, le mascherine e il lavaggio continuo delle mani sembra realmente aver “addormentato” il virus, nel senso di averlo rabbonito.
Da virus killer a “virus bell’addormentato”, per quanto possa essere bello un virus. Ovviamente questo la scienza non può dirlo, ma i fatti indicano un cambiamento in atto. I morti per Covid-19 di questi giorni sono tutti stati ricoverati durante il periodo di “focolaio” più acceso. I giovani erano in terapia intensiva da 40-50 giorni, gli anziani da un 3-4 settimane. I ricoverati dell’ultima settimana non sono nemmeno arrivati in terapia intensiva, o solo in pochi casi. Di morti tra i casi recenti non ve ne sono stati.
“Continuano a diminuire i ricoveri in terapia intensiva e negli altri reparti, i malati sono meno gravi. La cosa è cambiata drammaticamente e non solo a Bergamo e a Milano, ma ovunque. Non ci sono più le situazioni gravi di prima, ma non so il perchè, non ne ho ma minima idea”. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, lo afferma riferendosi all’evoluzione clinica della pandemia. “Farmaci nuovi non ce ne sono, anche se abbiamo una visione chiara di alcuni meccanismi come la coagulazione”, spiega.
Vuol dire che il virus si è affievolito?
“Questo non posso dirlo e non voglio dirlo. Invito comunque alla cautela considerando il rischio di una seconda ondata dell’epidemia. Ma di certo il distanziamento sociale, le mascherine e l’igiene quasi maniacale hanno funzionato”, dice Remuzzi.
C’è però chi ha la prova di un virus più “tranquillo”. Si può supporre una riduzione della carica virale?
La prova è a Brescia: nel laboratorio di microbiologa dell’Asst Spedali Civili, diretto dal presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv), Arnaldo Caruso, dove è stata isolata una “variante buona” di SARS-Cov-2. E in parallelo Brescia registra l’incremento più basso di nuovi postivi, solo 3 casi in più che portano il totale a 14.479; +48 a Bergamo, per un totale di 12.954. In netta frenata anche il numero dei morti. «Confermiamo zero decessi il 23 maggio – spiega il direttore generale di Ats Claudio Sileo – anche se la dinamica va vista nel tempo. Ieri ne risulta uno in Rsa. Ad ogni modo, il calo c’è”. Se non è frenata questa? E a Milano uguale, conferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli studi del capoluogo lombardo. Anche Caruso però smorza gli entusiasmi: “Serve cautela, perché non si sa ancora se e quanto circoli questa variante. Possiamo però dire che qualcosa sta succedendo”. A dimostrarlo c’è il calo diffuso a tutt’Italia dei ricoveri giornalieri per Covid-19 negli ospedali, passati dagli 80-120, tutti sempre con grandi difficoltà respiratorie, a zero. Lo dicono Remuzzi, Pregliasco, Caruso.
Dipende, però, dalla carica virale. O no?
“Quando è molto elevata, la malattia di solito è grave – spiega Remuzzi -. Ora non succede più, non come prima, almeno. Al punto che gli studi italiani sui farmaci per combattere il virus sono in difficoltà perché non si trovano più malati”. Ora, il virus, non raggiunge più i polmoni, dove ha provocato gravi danni nei mesi passati, ma sembra fermarsi nelle alte vie respiratorie, comportamento che potrebbe dipendere “da una carica virale inferiore”, dice Pregliasco. “Il virus uccide meno”, aggiunge Remuzzi, precisando però, che adesso c’è “un altro genere di malati”. Si tratta di “persone infettate in passato che stanno anche bene, sono curate a casa, ma hanno addosso una malattia che è diventata persistente e imprevedibile, che alterna sintomi respiratori ad altri come fragilità ossea, perdita di olfatto e sapori, stati febbrili altalenanti, e soprattutto sembra non finire mai”. Questi pazienti fanno fatica a guarire. Si tratta di persone “a casa da cinque mesi in attesa dell’esito negativo del tampone”, che si trovano in una sorta di “terra di mezzo”: non sono ricoverate in ospedale, ma non possono nemmeno essere considerate completamente guarite. E, avverte l’esperto, la prossima sfida per l’autorità sanitaria “sarà la gestione e l’assistenza di questa intera popolazione”, di malati a casa: “È su questo che si misurerà la nostra capacità di ripartire davvero”. Forse si tratta di una nuova cronicità.
Ma a un certo punto le epidemie di solito si esauriscono. È storia per i coronavirus. Non può essere che in Italia (ma attenzione per ora solo in Italia) stia verificandosi questo SARS-CoV-2?
In particolare, va ricordata la storia del coronavirus OC43 che può offrire un modello sul come evolverà questa pandemia. Tale virus provoca oggi raffreddori umani, ma la ricerca genetica dell’Università di Lovanio in Belgio ha scoperto che OC43 sarebbe stato uno spietato killer in passato. È arrivato negli esseri umani intorno al 1890 dalle mucche, che lo hanno preso dai topi, ed è stato responsabile di una pandemia che ha ucciso oltre un milione di persone in tutto il mondo nel 1889-1890, un focolaio precedentemente attribuito a un’influenza. Oggi, OC43 continua a circolare ampiamente, causa un blando raffreddore, e potrebbe essere che la continua esposizione al virus a mantenere la grande maggioranza delle persone immuni da esso.
E sulle misure di contenimento attuate in questi mesi? Erano giuste?
Remuzzi precisa: “Ci sono misure che trovo inutili, come i guanti e la sanificazione, che serve solo negli ospedali. Negli altri posti, basta lavare bene gli oggetti, come si dovrebbe fare sempre”. Allo stesso modo, anche il tamponamento di massa non è considerato necessario, perché si tratta di un esame che andrebbe usato per scopi precisi, “come la protezione degli operatori sanitari, degli anziani nelle Rsa e delle persone a contatto continuo con il pubblico”. Remuzzi si dice contrario anche alla mancata riapertura delle scuole: “Chiuderle subito era un provvedimento logico, di buon senso. Ma adesso non c’è alcuna ragione per non riaprirle”.
E le cure via via sperimentate?
Sull’utilizzo dei farmaci antivirali, Remuzzi è categorico: “Non funzionano. Ormai è dimostrato. Il discorso sull’idrossiclorochina è stato chiuso dallo studio di Lancet su 96mila pazienti che dimostra effetti collaterali importanti non solo su chi ha anomalie del ritmo cardiaco. La plasma-terapia è la più convincente e il passaggio successivo dovrebbe portare ad anticorpi ricombinanti, come il siero antitetanico per esempio”. In attesa di un vaccino.
In conclusione, quest’estate in Italia con norme di sicurezza individuali a cui ci siamo abituati, si potrebbe sviluppare un’immunità percentualmente più diffusa e tale da affrontare una seconda eventuale ondata invernale sena angoscia. Ma questo la scienza potrebbe pensarlo ma non può dirlo.
