Dopo la pandemia aumenteranno i posti letto, anche in vista di una seconda ondata.
“L’Italia rafforza gli ospedali: dai 5.179 posti letto in terapia intensiva prima della crisi coronavirus ora si passa a 11.091 posti. Più 115%”. Parola del ministro della Salute, Roberto Speranza, che a domanda precisa che si tratta di una scelta “non solo dettata dall’emergenza”. Cioè non è stato solo il Covid-19 a influenzare questa scelta. Ma subito dopo aggiunge: “Mettiamo 192 milioni di euro per differenziare gli ingressi in Pronto soccorso e le ambulanze. Dobbiamo essere pronti all’ipotesi di una seconda ondata di Covid”. Non si parla più solo di ospedali Covid-19, in pratica tutti gli ospedali si stanno aggiornando: non saranno più come prima. Troppi errori, anche se si negano o si stemperano, sono costati probabilmente più vite di quante scientificamente attese in uno scenario diverso rispetto all’organizzazione da pandemia. Unica attenuante: la pandemia di Covid19 ha messo sotto stress il sistema sanitario italiano come non era mai successo dalla Seconda guerra mondiale. Unica aggravante: i tagli senza strategia attuati negli anni scorsi per ridurre il debito pubblico. E qualcuno direbbe: sulla sanità non si fa.
Questo il quadro a più di due mesi dal caso di Codogno, l’avvio della vera emergenza in Italia. Il peggio sembra quasi alle spalle, ma le varie Regioni hanno dovuto aumentare la capacità dei reparti di terapia intensiva altrimenti non avrebbero retto l’urto dell’emergenza.
E a pandemia terminata che faranno le Regioni dei nuovi posti letto?
Per il ministro tutto resterà in dotazione, d’altra parte si è appena recuperato il gap creatosi nella nostra sanità rispetto ad altri Paesi occidentali, netto e ingente per esempio nei confronti della Germania. In particolare, per due voci: posti letto di terapia intensiva e infermieri.
Ci sono anche statistiche che ci aiutano a fare confronti internazionali. Per i posti letto specializzati, quella di Destatis, l’ufficio di statistica della Germania, che ha messo insieme i numeri dei letti di terapia intensiva negli ospedali dei principali Paesi europei per effettuare un confronto. I dati vengono dall’Ocse e nel caso dell’Italia sono recentissimi, risalgono al 2020. E risulta che al primo marzo 2020 c’erano solo 8,6 letti in terapia intensiva su 100 mila abitanti. Poco più di 5 mila complessivamente.
Il calo dei posti letto precedenti alla pandemia hanno aggravato la situazione?
Solo in pochi altri Paesi avanzati si è assistito a tale carenza di posti nell’emergenza. In Spagna, per esempio. Ma non in Germania, nonostante ormai il numero di contagi si avvicini a quello italiano. Tra le ragioni c’è una concentrazione di letti in terapia intensiva quasi quadrupla rispetto all’Italia. In Germania, infatti, ci sono 33,9 ogni 100 mila abitanti (in questo caso l’ultimo dato aggiornato risale al 2018). Sono primi tra i Paesi più importanti d’Occidente. Segue l’Austria, con 28,9, che supera gli Stati Uniti, dove sono 25,8.
In Francia il numero di posti in terapia intensiva per abitante è la metà che in Germania, 16,3 ogni 100 mila, ma quasi doppio rispetto all’Italia. Anche la Spagna fa meglio di noi, con 9,7 posti sempre ogni 100 mila abitanti (dato aggiornato al 2017). Curiosamente due Paesi per altri versi molto avanzati, Danimarca e Irlanda, hanno meno letti dell’Italia, 7,8 e 5 sempre ogni 100 mila abitanti. Ma anche Svezia e Regno Unito ne avevano meno dell’Italia al momento dello scoppio pandemico in Nord Italia. Ma sia in Svezia sia nel Regno Unito il ruolo dei medici di medicina generale è molto più strutturato rispetto al controllo del territorio e all’assistenza a domicilio di pazienti anche infettivi.
Il che però non è bastato in Inghilterra e i posti letto in terapia intensiva sono di corsa aumentati, come in Italia.
Quale la strategia attivata in Italia?
Fare spazio ai posti letto per la terapia intensiva, in pratica raddoppiati in poco tempo, così come sono raddoppiati quelli di pneumologia e infettivologia. E in ogni Regione sono stati individuati ospedali dedicati solo ai pazienti Covid-19. Per ora molti più in Lombardia e in Nord-Italia, meno al Sud e nelle Isole. Tutte le Regioni, comunque, non devono essere colte di sorpresa per una seconda ondata, ipotizzabile in autunno. Il tutto scritto nero su bianco nel piano di emergenza indicato in una circolare del ministero della Salute datata primo marzo 2020 e indirizzata a Protezione civile, ministeri, assessorati, federazioni degli ordini e istituzioni sanitarie. Predisposta per l’escalation e per nuove ondate.
Più letti per i pazienti più critici?
La circolare diffusa alle Regioni prevedeva un incremento del 50% dei posti letto in terapia intensiva (che poi è stato del 100%) e del 100% nelle unità di pneumologia e malattie infettive. L’emergenza coronavirus ha mostrato come quasi un paziente su dieci ha avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva. Almeno nel momento critico. Momento che vedeva l’Italia, tra pubblico e privato accreditato, in sofferenza di posti letto utili ad affrontare la pandemia: si contavano 5090 posti letto in terapia intensiva e oltre 3mila posti letto in pneumologia e altrettanti in malattie infettive. Oggi sono tutti raddoppiati.
Non solo posti letto, però? E la grave carenza di operatori sanitari, con aiuti arrivati anche dall’estero?
La circolare affrontava anche il nodo del personale sanitario: medici e infermieri sono stati sotto pressione come non mai, tra turni extra che li hanno impegnati tutto il giorno. Situazione che sta solo ora migliorando, ma che ora deve fare anche i conti con i tanti infettati e con il burnout di molti. Stress da Covid-19, quasi una sindrome post-traumatica. Per mantenere un’adeguata performance assistenziale delle équipe sanitarie che operano nelle zone colpite da Covid-19, scriveva la circolare “deve essere pianificato un programma di turnazione, reclutando anche operatori che svolgono attività in altre aree del Paese meno sottoposte a carichi assistenziali legati alla gestione dei pazienti affetti da Covid-19”. E così è stato, anche se è emersa nettamente una carenza di medici e infermieri. Drammatica per gli infermieri. Altro errore strategico che è arrivato da un passato non troppo remoto.
Quanti gli infettati tra medici e infermieri in prima linea?
In Italia ci sono almeno 18.553 operatori sanitari positivi al coronavirus. Al di là dei numeri, medici e infermieri sono senza dubbio in trincea in questa emergenza sanitaria. E non sono bastati. Tra le misure del governo delle ultime settimane c’è stata, infatti, anche l’assunzione di 10mila infermieri. E l’Esercito ha fatto partire un concorso per assumerne 200 in tempi rapidi.
Ma quanti sono gli infermieri in Italia?
Sono 5,8 ogni mille abitanti. Un numero molto basso se lo si confronta con la media Ocse, che è 8,8, e soprattutto con alcuni Paesi europei che presentano numeri a due cifre. Una situazione molto diversa da quella dei medici. Il numero di camici bianchi non risponde alle esigenze della popolazione e l’età media è molto alta (55 anni), ma la cifra di medici ogni mille abitanti è nettamente superiore alla media Ocse. Per gli infermieri, invece, non si può dire la stessa cosa.
Gli infermieri in Europa, negli altri Paesi?
La Norvegia è prima per numero di infermieri, che sono addirittura 17,7 ogni mille abitanti, poi segue la Svizzera che ne ha 17,2. A breve distanza troviamo l’Islanda (14,5), la Finlandia (14,3), la Germania (12,9), l’Irlanda (12,2) e gli Usa (11,8). Il Regno Unito presenta una media più bassa, pari al 7,8, che comunque rimane al di sopra dei numeri italiani. Non va meglio a Spagna, Polonia, Grecia e per la Turchia: sono in fondo alla classifica Ocse con una media di 2,1. L’Ocse, però, valuta anche un altro aspetto: il rapporto tra medici ed infermieri. E l’Italia, su questa aspetto, è una delle ultime al mondo. Ci sono, infatti, 1,5 infermieri per medico. Solo 10 Stati fanno peggio dell’Italia sui 36 presi in considerazione dall’Ocse. Il Paese con il rapporto più alto è il Giappone (4,7), davanti all’Irlanda (4,5).
E c’è anche da considerare la voce stipendi. Pochi e mal pagati?
Non sono tra i peggio pagati, ma va considerato anche il costo della vita, diverso da Paese e Paese. In quest’ottica, gli infermieri che lavorano in Italia non sono posizionati bene. Gli infermieri che lavorano in ospedale guadagnano circa 108mila dollari in un anno in Lussemburgo: una cifra inarrivabile per la maggior parte del personale nei Paesi Ocse, dove la media si attesta a 49 mila dollari. In Italia la retribuzione è più bassa, infatti scende a 44mila dollari. Però, il dato non è tra i più bassi: va peggio agli infermieri finlandesi (43,1), francesi (42,4), sloveni (40,3) e greci (33,9). In fondo alla classifica Ocse c’è la Lettonia, con una retribuzione pari a 17,4 mila dollari.
