di Antonio Tintori e Giulia Ciancimino **

 

Il tempo del coronavirus, dal punto di vista individuale, non appare un tempo rallentato, ma piuttosto di sospensione, tra passato e futuro. Questo tempo, vive di una sua ambivalenza: da una parte ci distanzia, per evitare il contagio, e dall’altra ci avvicina, nella convivenza delle nostre case. Entrambe le prospettive aprono a riflessioni sull’interazione umana, sul tempo di vita, e quello di lavoro, e sull’importanza del reddito, oggi per molti a rischio.

 

Un’occasione di riconversione

I recenti decreti governativi hanno costretto la nostra libertà, scosso le emozioni primarie, ridotto desideri e aspirazioni. Torna così inaspettatamente di attualità la piramide di Maslow, che ci vede nuovamente concentrarci sui bisogni di base, fisiologici e di sicurezza, piuttosto che su quelli superiori, di affetto, appartenenza e autorealizzazione.

Il bisogno di sentirci al sicuro investe non solo la sfera delle relazioni più intime, quelle che si consumano all’interno delle nostre case, ma è anche connesso alle aspettative sociali, allo status lavorativo, al reddito. Il tempo sospeso, nella distopia che attraversiamo, dovrebbe in realtà tradursi in una concreta possibilità di ripensare ai nostri stili di vita, a quanto la storia possa evolversi in modo meno lineare e razionale dell’atteso, alle scorciatoie cognitive che utilizziamo nel guardare all’”altro” e nel pensare che ciò che abbiamo sia ormai dato. L’esercizio, che per ora potremmo affrontare solo teoricamente nelle nostre case, potrebbe essere quello di pensare a una società alternativa, in cui sia anteposto il collettivismo all’individualismo, il valore della crescita comune agli interessi egoistici, quelli di parte.

Da questo punto di vista, l’occasione che ci offre l’emergenza sanitaria è ghiotta, perché questa improvvisa frattura temporale può concedere al nostro sguardo spiragli di scenari futuri diversi. Credenze, stereotipi e pregiudizi, così come individualismo, nichilismo e cinismo, non saranno certamente facili da appianare. Ma è probabilmente proprio da questi concetti che dovremmo ripartire, per stabilire più stretti legami comunitari e arginare l’individualizzazione dell’esistenza.

 

La fragilità di una libertà costretta

Tra le possibili ipotesi di ripensamento, si richiamano due riflessioni che ci riguardano tutti, entrambe a carattere sia individuale sia sociale. Da una parte, certamente, le dinamiche relazionali in ambiente domestico in questi giorni di convivenza coatta. In Cina, ad esempio, si è registrato un importante incremento della violenza maschile sulle donne nelle abitazioni, oltre a un aumento di circa il 30% delle richieste di divorzio.

Ciò, se da una parte mostra la fragilità dei nostri più stretti legami sociali, dall’altra rende ancor più evidente la diffusa presenza di comportamenti devianti, connessi al maschilismo, al sessismo e a un approccio di genere alle relazioni umane. Il tempo del coronavirus potrebbe ricordare in qualche modo la metafora del “soffitto di cristallo”, che richiama gli ostacoli, all’apparenza invisibili, che impediscono il raggiungimento della parità di genere nel mondo del lavoro. Ma in questo caso non si tratta solo di un tetto trasparente, dal quale si può osservare, ma non raggiungere, chi ci guida.

Di cristallo appare ora tutto, le pareti e il pavimento delle nostre case. In queste scatole trasparenti ci ritroviamo ora uniti al di là dei generi e delle appartenenze, e da questi luoghi siamo costretti a vivere la sospensione, guardando a un esterno dove non ci sono che altre scatole, come la nostra, non raggiungibili, nell’annullamento fisico delle relazioni orizzontali, e di molte gerarchie. Dentro a queste scatole, dunque, non si vive il distanziamento sociale, quello dettato dai decreti governativi, ma il suo opposto: l’avvicinamento coatto ai propri conviventi. Guardare oggi all’interno di queste scatole ci fornisce una misura di chi siamo, e degli schemi attraverso i quali ci relazioniamo.

Sebbene sia auspicabile che in Italia non si presenti la stessa ondata di violenza registrata nelle convivenze cinesi, essendo ancora la nostra cultura permeata da stereotipi di genere, il problema non è certo da escludersi. Anche al fine di registrare, e analizzare, i mutamenti sociali in corso sotto il profilo relazionale, il CNR-Irpps ha avviato in questi giorni l’indagine “MSA-COVID19”, con l’obiettivo di fornire celermente alla collettività una prima misura dei problemi di natura psico-sociale che potrebbero derivare o essere amplificati dal “distanziamento sociale”.

 

Una risposta dal reddito

L’altra riflessione che qui si vuole richiamare è quella sul reddito. Uno degli esercizi più difficili da svolgere in questo tempo sospeso è infatti quello di immaginare il futuro economico di un paese come il nostro, basato su un’economia che vive largamente di micro e mini imprese. Tra i rischi che il covid19 sta profilando c’è infatti anche quello di un’ondata di licenziamenti e di uno sgretolamento del sistema economico senza precedenti.

Anche in questo caso, piuttosto che agognare il ritorno alla normalità, potrebbe essere opportuno rintracciare nuove forme di mutualismo e inclusione sociale che, una volta passata l’emergenza sanitaria, possano restituirci stabilità, ma in uno scenario più inclusivo, solido e garantista. Lo stato di emergenza, infatti, non sta investendo tutti in egual misura, ma si innesta in una condizione preesistente di disuguaglianze, di cui rende ancor più manifeste le contraddizioni in termini di esclusione o marginalizzazione sociale.

Le categorie più vulnerabili della popolazione  – si pensi ai lavoratori intermittenti, a quelli dello spettacolo, ai freelance, ai precari o a chi vive di lavori occasionali e nel sommerso -, rischiano di essere le vere vittime economiche del covid19, in quanto eluse dalle misure d’eccezione poste in atto dal governo, a cui finora manca un carattere universalistico che dovrebbe essere elemento imprescindibile in un momento in cui tutta la collettività, indistintamente, è chiamata a collaborare per la tutela della salute collettiva.

Tra le varie ipotesi sul tavolo, in questi primi giorni di riflessione, sta trovando spazio l’idea di riformare il reddito di cittadinanza introdotto in Italia nel 2019. L’obiettivo potrebbe riguardare l’ampliamento della platea dei suoi beneficiari, e dunque il conferimento alla misura di un carattere maggiormente universalistico, per sostenere con un reddito minimo tutte le persone escluse, o solo sfiorate, dal decreto Cura Italia. La fattibilità di tale proposta, che vede come uno dei suoi principali sostenitori la rete Basic Income Italia, poggia sull’utilizzo della liquidità che dovrebbe fornire la Banca Centrale Europea in occasione di questa crisi sanitaria e socio-economica.

Una tale riforma, concepita come strutturale e non emergenziale, potrebbe affiancarsi agli ammortizzatori sociali già previsti, prefigurando una prima svolta paradigmatica, che in un momento di possibili ripensamenti aprirebbe la strada a una prospettiva più egualitaria e di maggiore inclusione sociale.

 

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Antonio Tintori è ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche presso l’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali di Roma e docente di Sociologia urbana presso la Sapienza, Università di Roma. Si occupa di analisi di tendenze, atteggiamenti e comportamenti della popolazione, di metodologie di ricerca sociale e di divulgazione scientifica.

 

Giulia Ciancimino è laureata in Economics for Development e collabora presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali di Roma.

 

 

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