La spiegazione dell’alto numero di morti nel nostro Paese.

 

 

Quasi mille morti in un giorno, superata la Cina nel numero dei casi confermati (e considerando il diverso numero di abitanti è un record altamente negativo) fanno saltare ogni curva verso il picco e la discesa. Si riparte. E si apre un mistero, anche per la scienza internazionale: perché il coronavirus che infetta l’Italia sembra più letale che altrove, Cina o Germania o Stati Uniti? C’è forse un gene in italiani e spagnoli, unico altro paese ad alta mortalità, che rende più fragili? Per ora, in piena emergenza, solo ipotesi ma nessuno studio per spiegare. Si faranno dopo, ora si deve pensare a salvare le vite, a ridurre quel numero che macchia l’Italia. Il confronto dei tassi di letalità tra i vari Paesi è impietoso per il nostro: Italia 10,6%; Spagna 7,6%; Francia 5,7%; Germania 0,5%; Gran Bretagna 5,2%; Stati Uniti 1,6%; Cina 4,0%. La media mondiale è 4,5%.

 

Allora, perchè in Italia ci sono più morti che altrove in proporzione agli infettati?

Record nel numero assoluto di decessi e nel tasso di mortalità, due determinanti diversi che per ora è inutile spiegare nella differenza tanto al momento per l’Italia dicono all’unisono: più morti che altrove. Le caratteristiche più importanti per valutare la mortalità da Covid-19 sono l’età e le condizioni preesistenti all’infezione. Il numero di condizioni preesistenti è positivamente correlato con l’età, quindi per semplicità guardiamo solo all’età dei casi confermati. La differenza appare netta tra Corea del Sud e Italia in un momento in cui i casi confermati erano simili: il 3% di tutti i casi confermati in Corea del Sud aveva almeno 80 anni, il 19,1% di tutti i casi confermati in Italia aveva almeno 80 anni. Questa enorme differenza si è verificata mentre il numero assoluto di casi confermati nel complesso era simile nei due Paesi (8.036 in Italia contro 7.134 in Corea del Sud).

 

Che significa questo?

Innanzitutto, che se il virus si diffonde prevalentemente tra i giovani, come sembra accadere in Corea del Sud, non vi è alcun rischio immediato di collasso degli ospedali. Se invece si diffonde alla popolazione anziana, come in Italia, il sistema sanitario va in tilt.

 

Questo può spiegare il numero dei morti?

Più patologie esistenti prima dell’infezione e maggiore fragilità dei colpiti, che sono pazienti che necessitano di cure più intensive e che hanno contemporaneamente maggiori probabilità di morire. E meno stress per i reparti di terapia intensiva, messi alla prova in Italia come accaduto in Cina all’inizio dell’epidemia.

 

Va bene, ma non basta a spiegare. Che altro va sottolineato?

Il numero dei morti, oggi vicino a mille, non corrisponde certo ai contagiati di ieri o di oggi. Sono pazienti in terapia intensiva da giorni, basta vedere il tempo che ha impiegato per essere dimesso guarito il paziente numero 1 italiano, quello di Codogno: circa un mese per un fisico giovane e forte. Quindi sono relativi ad altri picchi di casi confermati.

 

Quanto responsabile l’organizzazione sanitaria?

Molto. Si è visto che le Regioni con una maggiore sanità territoriale hanno retto meglio, mentre la Lombardia dove la sanità è d’eccellenza ma molto concentrata a livello ospedaliero si è ritrovata al centro del sisma. Sono stati documentati diversi errori iniziali, quando già si sapeva di Wuhan e dell’epidemia galoppante. Molte persone, anche giovani, sono state ricoverate per influenza grave o per polmoniti anomale senza che venissero sottoposte a un tampone per diagnosticare il Covid-19. Si sospetta ora che fossero infettati, forse da un virus meno aggressivo, ma infettati e infettanti. In ospedale tra altri malati di altre patologie o appena operati, fragili per le loro condizioni. Gli ospedali potrebbero aver fatto da camera di incubazione per altri malati, per i loro parenti che andavano a trovarli, per medici e infermieri, per il personale non sanitario. Poi i malati per altre patologie sono stati dimessi, forse infettati ma ancora senza sintomi, mine vaganti. Così la Lombardia è diventata zona rossa. In quel momento, ognuno che accusava sintomi andava in Pronto soccorso per paura del coronavirus e ancora diffusione. L’assistenza domiciliare? All’inizio non certo prevista. Va considerato che già oggi sia a Los Angeles sia in Israele personale in tuta, maschera, occhiali e guanti va a domicilio dei pazienti e allestisce un posto di terapia intensiva a domicilio, con visite a domicilio due volte al giorno e telemedicina per seguire il paziente e anche il rispetto dell’isolamento. Ovviamente chi segue il paziente è attrezzato per la piena protezione.

 

E in Italia invece che cosa è accaduto?

È cronaca. Terapie intensive intasate, personale medico e infermieristico senza le necessarie protezioni all’inizio, personale impegnato nel territorio senza protezioni, a cominciare dai medici di medicina generale (nelle cui fila risulta il più alto numero di morti tra i sanitari) per finire alle forze dell’ordine. Poi questi problemi si sono cominciati a risolvere, ma come si dice: “Sono state chiuse le stalle quando il bestiame se ne era già andato”.

 

Anche le apparecchiature salvavita sembrano essere state carenti

Certo, ventilatori meccanici e ossigeno. Alcuni anziani infettati hanno rinunciato al posto con la mascherina con l’ossigeno per lasciare il posto a un giovane e poi sono morti. Alcuni, per gli stessi motivi, non si sono fatti ricoverare. Episodi a Brescia, Bergamo. Morti evitabili, probabilmente.

 

Tornando alle fasce di età colpite, è certo che i più giovani corrono un rischio molto basso di morire per Covid-19?

Certo. Sono i dati mondiali. Possono anche finire in terapia intensiva ma poi si riprendono. Certo qualcuno anche tra i giovani muore, ma non sono loro ad alzare quel numero assoluto che rende l’Italia un fuori quota.

 

Altri motivi? I tamponi o test fatti o non fatti?

Anche questo gioca sui numeri. Le procedure di test per il coronavirus nei Paesi sono molto diverse: l’Italia ha testato prevalentemente persone con sintomi di infezione da coronavirus, mentre la Corea del Sud ha testato praticamente tutti da quando l’epidemia è diventata evidente. Questo ha realmente limitato il contagio ma ha anche alzato il numero dei casi positivi e, di conseguenza, il rapporto casi confermati e numero di morti dà un tasso di letalità più basso di quello italiano. Per esempio, negli Stati Uniti si fanno a tappeto da pochi giorni e subito i numeri stanno volando, con gli analisti che indicano il Nord America come prossimo focolaio. Prima l’Oriente, poi l’Europa con la Lombardia epicentro, infine l’America. È la strada del virus.

 

E la Germania, la Francia?

A causa del sovraccarico del sistema ospedaliero nel Nord Italia, abbiamo già un eccesso di mortalità che non può essere annullato. La Germania, con la sua bassa percentuale di individui infettati dal coronavirus in età avanzata, potrebbe aver guadagnato un po’ di tempo prezioso, ma questo è solo un ritardo, non è un freno al coronavirus che si diffonde presto fra gli anziani. Così anche per gli altri Paesi europei che però ormai sono pronti in materiale di protezione e tecnologie da terapia intensiva. I tassi di mortalità dei casi relativamente elevati e in rapida crescita in Francia e specialmente in Spagna suggeriscono che il virus ha già infettato un gran numero di cittadini anziani e vulnerabili in questi paesi. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, siamo ancora completamente al buio. Ma per poco

Leggi anche:

Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

Riproduzione riservata (c)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.