Come il nostro Paese affronta l’emergenza della cura del dolore.

 

 

Soffrire non è un obbligo, ma in Italia sembra che ancora lo sia. Nella cura del dolore, ormai inquadrato come malattia, il mondo ha fatto passi da gigante soprattutto negli ultimi dieci anni e oggi si può affermare che il 90 per cento di chi soffre trova la giusta cura. L’importante è proporla. Dalla casalinga con il mal di testa al manager con il mal di schiena, dall’impiegato con il fuoco di Sant’Antonio al pensionato con l’artrite reumatoide, all’atleta dolorante per i postumi di un trauma tendineo o muscolare, tutti possono recuperare piena efficienza sociale, lavorativa o sportiva se adeguatamente seguiti.

Applicando i fondamentali della medicina: anamnesi, diagnosi e cura personalizzata scegliendo la giusta soluzione nel più vasto armamentario possibile. Questo accade negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna, in Francia, in Australia… Ma ancora no in Italia, dove solo da pochi anni si può per esempio partorire con l’anestesia peridurale (messa a punto nella seconda metà degli anni ’40 negli Stati Uniti): finora il parto senza dolore è stato il cesareo (il nostro Paese è leader mondiale come numero di cesarei).
In Italia dove il dolore non è considerato malattia e dove quello cronico, e non da cancro, resta un problema di chi ne soffre.

È necessaria un’azione educativa per accrescere le conoscenze e migliorare l’approccio di medici e operatori sanitari rispetto alla gestione dei malati che provano dolore.
Se poi si va ad analizzare il tipo di farmaco somministrato, si scopre come morfina e suoi derivati restano quasi sempre nell’armadietto. E qui si torna ai problemi di fondo formativi e culturali.
Ancora negli anni successivi alla II Guerra Mondiale in Italia la morfina veniva usata a dosaggi che oltre a togliere il dolore creavano dipendenza, ma la scienza medica è andata avanti creando nuove formulazioni farmacologiche e calibrando i dosaggi in modo da curare il dolore senza “rimbambire” il malato o trasformarlo in un tossicodipendente (sempre che sia il medico a controllare dosaggi e cambio di farmaci in modo non favorire resistenze o dipendenze, cosa che negli Stati Uniti spesso  non accade).

Questo cambiamento culturale rispetto al dolore purtroppo non è avvenuto nel nostro Paese. Soltanto dal 2010 vi è una legge che regola la terapia del dolore, a domicilio e in ospedale. Nonostante l’azione di pochi illuminati anestesisti e neurologi, la nostra classe medica è rimasta per anni ferma al passato, attanagliata da una sorta di “oppiofobia”.  E nel 2020 ancora sono in molti a prescrivere solo antidolorifici da banco, alcuni più pericolosi degli antidolorifici più forti se usati cronicamente. Lo stesso i pazienti che di fronte alla prescrizione di un farmaco oppiaceo pensano subito: “Mica voglio diventare un drogato”. In causa è stata più volte chiamata la Chiesa Cattolica che vede nella sofferenza un passaporto per l’espiazione dei peccati terreni. Un alibi. Nessuno degli opinion leaders ecclesiastici si è mai espresso contro la terapia del dolore. Contro l’eutanasia si, contro le cure antidolorifiche no. Dello stesso parere autorevoli rabbini, influenti imam, saggi buddisti o induisti.

Vi sono ancora medici che affermano: ma se io tolgo il dolore non so se la cura, per esempio di un tumore, funziona. C’è chi sostiene che il dolore è un segnale utile, da lasciare. Ma la medicina di oggi ha forse bisogno di questi mezzi per misurare la sua efficacia? E al malato, nonostante si parli tanto di umanizzazione delle cure, non ci pensa nessuno? Altro luogo comune: il paziente esagera nei sintomi, non bisogna tener conto di come definisce il suo dolore… E allora? Chi è che sta soffrendo? E perché mai dovrebbe esagerare? Ma soprattutto perché questa forma mentis aprioristica sulla sincerità di un malato che dentro di sé non ha nemmeno la forza di pensare, tanto brutale è l’effetto del dolore sulla personalità e sulla dignità dell’essere? O dovremmo essere tutti condannati alla cosiddetta prova di coraggio (per esempio spegnere con le dita una candela accesa) per dimostrare il nostro dominio anche sul “demone” peggiore: il dolore. Lo stesso peraltro stimolato ad arte nelle torture, ancora oggi diffuse in molte zone del mondo, e che come noto sono ampliamente vietate, condannate, perseguite… E non è forse una tortura lasciar soffrire il malato che implora un sollievo.

Il campanello del ricoverato suona ripetutamente. L’infermiera arriva con calma. Il paziente implora. L’infermiera risponde: “resista, le metto a posto il cuscino, forse sta meglio…” e poi “su, un po’ di forza di volontà, aspettiamo il giro del medico”. Dopo un po’ il malato risuona il campanello. Non ce la fa proprio. L’infermiera prende ancora tempo. Ecco infine il medico, con la classica frase: “Adesso le faccio dare qualcosa”. Finalmente dopo un andirivieni di 20-30 minuti un po’ di sollievo. Intanto il malato è psicologicamente affranto, dominato dalla struttura e soprattutto da quel dolore che prova solo lui e che a volte non riesce nemmeno a spiegare a chi gli pone domande in base alle scale di misurazione del dolore. Per fortuna oggi in Italia si parla di ospedale senza dolore, ma percentualmente esiste ancora una sacca che si fregia dell’etichettatura “senza dolore” ma che in realtà non risponde ai requisiti fissati per legge.
Il dolore poi è soggettivo e, probabilmente, geneticamente caratterizzato. Recenti ricerche indicano nei geni una diversa espressione della soglia di resistenza. Tradotto: lo stesso impulso può non manifestarsi dolorosamente in una persona, mentre può mettere ko un’altra.

Infine, il dolore è ormai inquadrato come malattia. E negli Stati Uniti diagnosi e terapia del dolore sono insegnamenti previsti nel curriculum formativo dei medici. In Italia si è un po’ indietro, ma non si ha il coraggio intellettuale di ammetterlo. Basti pensare alla medicina d’urgenza o alla protezione civile. Dovunque all’estero gli infermieri specializzati nel soccorso, comprese le unità dei vigili del fuoco o delle forze dell’ordine addestrate alle emergenze di tipo medico, hanno nella cassetta di pronto intervento la fiala di morfina. In Italia no. Ecco il marchio di Paese incivile. Immaginate una persona incastrata tra le lamiere di un treno deragliato o di un’auto coinvolta in un incidente. Prima di essere liberata, usando anche la fiamma ossidrica, all’estero la si anestesizza con la morfina, in Italia si può solo sperare che perda conoscenza. Solo un medico può somministrare il farmaco maledetto. Ma, com’è noto a tutti, nelle nostre ambulanze il medico spesso non c’è.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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