Realtà e credenze infondate nelle nuove Linee guida per una sana alimentazione del Crea.

 

Dopo più di 10 anni dalle precedenti il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura ed economia agraria) ha pubblicato le nuove Linee guida per una sana alimentazione e data la realtà non si poteva non cominciare fissando raccomandazioni e consigli sul peso corporeo. La pandemia obesità ormai orienta centri di ricerca e specialisti in prevenzione primaria. Stili di vita corretti, ma anche vero e falso sulle soluzioni al peso di troppo riguardo alle quali dilagano “bufale” e fake sui social.

Per semplificare i primi otto punti delle linee guida si soffermano su altrettante false credenze molto diffuse. Partiamo da questi otto punti così come pubblicati nelle linee guida Crea.

“1) Non è vero che l’eccesso di peso derivi da un’ossatura particolarmente pesante o grande. Innanzi tutto, anatomicamente la struttura del tessuto osseo, che all’analisi istologica è un reticolo, è tale da consentire il massimo della robustezza con il minimo del peso e il massimo della flessibilità. Il peso delle ossa, infatti, rappresenta una proporzione abbastanza costante del nostro peso: circa il 15% nei maschi e il 12% nelle femmine.

2) Non è vero che dimagrire sia inutile perché tanto prima o poi si recupera tutto il peso perso. Ignorare o sottovalutare le conseguenze metaboliche dell’eccesso di peso è sbagliato, mentre provare ad affrontare il problema è comunque opportuno e consigliabile. È però vero che per risolvere in maniera permanente il problema è fondamentale cambiare le proprie abitudini alimentari e il proprio stile di vita, anche per evitare di ricadere negli stessi errori commessi in precedenza. È fin troppo ovvio che se al termine di una perdita di peso si ricominciano le abitudini precedenti, si riacquista in breve tempo il peso perso e forse qualcosa di più.

3) Non è vero che siccome l’obesità può essere geneticamente predeterminata non possiamo farci nulla. La genetica gioca sicuramente un ruolo, ma quando osserviamo che nella stessa famiglia i componenti sono tutti in eccesso ponderale è probabile che tutti siano esposti alle medesime cattive abitudini alimentari e di stile di vita.

4) Non è vero che indossare panciere di gomma o tute di plastica aiuti a dimagrire, dato che tutt’al più si perde acqua, che viene peraltro recuperata in tempi brevissimi. La plastica, inoltre, farà aumentare la sensazione di calore, fino a limitare la quantità di attività fisica spontanea sopportabile, riducendo quindi proprio quel surplus di dispendio energetico che desideriamo conseguire. È vero che il sudore è il segno che si stanno bruciando calorie, ma non ne è la causa.

5) Non è vero che se svolgiamo un po’ di esercizio fisico possiamo o dobbiamo mangiare di più. Non esistono esercizi miracolosi e soprattutto non dobbiamo sopravvalutare il surplus di dispendio energetico che l’esercizio stesso riesce ad assicurare. Una buona attività fisica, più che per dimagrire, deve servire a conservare e tonificare la massa magra e a normalizzare i parametri ematici (glicemia, colesterolemia, ecc.).

6) Non è vero che siano le diete dimagranti ripetute nel tempo a provocare l’anoressia. È vero che possono verificarsi episodi di diete dimagranti a cui seguono eccessive focalizzazioni sulla magrezza, ma ci sono anche molti casi in cui i comportamenti tipici dell’anoressia si instaurano senza che siano state precedentemente effettuate diete dimagranti.

7) Non è vero che i disturbi alimentari siano scelte o atteggiamenti che possano essere corretti con la sola buona volontà. Chi ne soffre non è in grado di controllare questi fenomeni, che richiedono pertanto un intervento specialistico.

8) Non è vero che la magrezza sia l’unico sintomo dei disturbi alimentari che possono provocare effetti fisici differenti come nel caso della bulimia in cui non sempre si osservano magrezze eccessive. Le principali caratteristiche di tali disturbi sono la percezione distorta del proprio corpo, visto sempre come troppo grasso, e/o l’ossessione del cibo e del mangiare, con comportamenti disfunzionali che non sono necessariamente orientati a privazioni”.

Ed ecco il seguito delle linee guida. Lo stile alimentare ideale è quello che si attiene ai dettami della dieta mediterranea. Ogni anno si propongono regimi alimentari diversi, spesso in contraddizione tra loro, sicuramente fonte di guadagno per chi li propone, ma mai risolutivi, a volte nocivi, raramente garanti di una salvaguardia del pianeta, anch’esso bisognoso di una dieta salvifica. La dieta mediterranea resta la migliore per far star bene la popolazione e anche il pianeta.

Dietro alla stesura delle linee guida per una sana alimentazione c’è il lavoro di quattro ministeri (Agricoltura, Ambiente, Istruzione e Salute) e più di 100 esperti. Una novità rispetto alle precedenti ormai datate è anche l’attenzione alla riduzione dello spreco alimentare inteso sia come frutto dell’acquisto e del consumo eccessivo di cibi (alla base dell’aumento di peso e di varie patologie) sia come spreco alimentare da cui un impatto negativo sull’ambiente.

Laura Rossi, ricercatrice del Crea ha coordinato la commissione di revisione delle linee guida appena pubblicate. Prima parola d’ordine: ridurre. Che cosa? Le porzioni a tavola e gli sprechi. Il lavoro ha portato a 13 raccomandazioni, in precedenza erano dieci.  “Abbiamo tre focus in più rispetto alle precedenti linee guida, quelle del 2003 – spiega la Rossi –. Tre focus sull’importanza di frutta e verdura e di tutti i prodotti di origine vegetale, sulla necessità di una maggiore attenzione all’uso degli integratori alimentari, sulla riduzione degli eccessi”.

Altro slogan: la sostenibilità alimentare e ambientale spesso coincidono. Continua la ricercatrice Crea: “Una strategia importante per non aumentare di peso è non comprare troppi cibi. Se acquistiamo solo il necessario, sempre senza escludere qualche piccolo piacere per la gola, non mangiamo troppo ed evitiamo eccessi per il metabolismo nonché riduciamo l’impronta ecologica”. Va ridotto di sicuro il consumo di carne rossa che, se in quantità eccessiva, può avere effetti negativi sia sulla salute sia per il pianeta. Sempre la Rossi: “Non si dovrebbe superare una porzione di carne rossa (100 grammi) a settimana, mentre considerando anche le carni bianche possiamo mangiare tre porzioni di carne a settimana. Mediamente non siamo una popolazione che mangia troppa carne rossa ma eccediamo nel consumo di quella lavorata, di salumi”. Messaggio: carne rossa, poca e buona.

E le proteine? Da dove le assumiamo? La risposta Crea è quella di aumentare il contenuto in vegetali dell’alimentazione. In particolare, frutta, verdura, legumi e cereali integrali. Incrementare le proteine di origine vegetale che ancora si consumano troppo poco, anche in Italia. Spiega Laura Rossi: “Assumiamo in media meno di una porzione di legumi a settimana, mentre dovremmo consumarne due o tre”. Si mangiano poco anche frutta e verdura. Grave errore, perché significa rinunciare a uno scudo contro diverse malattie cronico-degenerative, come cancro, patologie cardiovascolari e diabete. Per arrivare alle cinque porzioni raccomandate al giorno l’ideale è di assumere anche piccole quantità di frutta e verdura non solo come contorno.

Per esempio, si può mettere la verdura nella pasta oppure se si deve preparare un dolce, come un tiramisù, si può scegliere di mettere meno crema e un po’ di frutta, come fragole o lamponi: questo aiuta ad aumentare il volume e il senso di sazietà, riducendo zuccheri, grassi e calorie. Ovviamente occorre educare in tal senso i bambini fin dai primi anni di vita, in famiglia e nei pasti scolastici. “Ma a mio figlio non piace la verdura, mangia solo patatine fritte”. O “Non mangia la frutta, solo le banane”. Responsabili i genitori, ai bambini piace quello a cui vengono abituati e non possono rifiutare una verdura quando non l’hanno mai mangiata e preferirne un’altra sempre quando non l’hanno ancora mai mangiata. Certo il mercato spinge verso determinati cibi, sono i genitori che devono fare da filtro e da educatori. Poi la scuola.

Altro errore riscontrato dal crea: gli italiani mangiano molti formaggi ma bevono poco latte. “Dovremmo assumere circa tre porzioni di latte da 125 millilitri al giorno (le dimensioni di un barattolino di yogurt, meno di un bicchiere d’acqua), invece in media siamo sotto le due porzioni al giorno – chiarisce Rossi -. Meno del 40% delle persone beve la classica tazza di latte di mattina, che fornisce già due porzioni di questo alimento”. E per gli intolleranti? “Per chi ha un’intolleranza documentata, un valido sostituto è rappresentato dal latte delattosato, che ha le stesse caratteristiche nutrizionali. Ma attenzione a non auto-diagnosticarsi il disturbo: il latte senza lattosio va bene per chi è intollerante ma non per chi non lo è. Potrebbe diventare intollerante se smette di bere il latte classico preferendo quello senza lattosio”.

Altro focus sulle modalità con cui si assumono gli integratori. Sulle diete basate sul consumo eccessivo di integratori. Si tratta di diete che vanno a volte di moda, mentre bisogna ricordare che gli integratori alimentari, spesso necessari e molto importanti (per esempio l’acido folico in determinati casi) non sono però sostituti di una sana alimentazione.

Infine, un focus delle linee guida riguarda la dieta dei più piccoli, con raccomandazioni specifiche a seconda delle diverse fasce d’età. Una parte si concentra sull’alimentazione dei piccolissimi, da 0 a 12 mesi, e un’altra parte su quella di bambini e ragazzi fino a 18 anni. Serve a dare indicazioni sui bisogni nutrizionali e ad adattare le porzioni fornendo una guida per genitori, pediatri, ma anche per chi si occupa della ristorazione, in particolare nelle mense scolastiche.

Troppi 16 anni per arrivare alle nuove linee guida per una sana alimentazione? Sì, perché nel frattempo gli italiani sembrano essersi dimenticati la dieta mediterranea per “sposare” diete “spazzatura”, carne rossa, patatine fritte, salse varie, bevande zuccherate, merendine. Effetti: obesità e sovrappeso. Lo rammenta l’identikit delle nuove abitudini alimentari italiane che emerge dal recente “Rapporto Italia 2020” Eurispes. Tirando le somme la fotografia degli italiani odierni è: obesi, in parte vegetariani, in parte hamburgeriani, appassionati di cibo a domicilio e terrorizzati dal glutine. Il take away a domicilio, tramite app, è diventato una quotidianità, specialmente tra i giovani.

Secondo la ricerca, l’Italia conquista il record negativo per l’obesità infantile maschile (21%), al secondo posto dopo Cipro, mentre si colloca in quarta posizione per il segmento femminile (14%), nonostante i miglioramenti registrati negli ultimi dieci anni. I bambini in sovrappeso sono il 21,3% mentre il 9,3% risulta obeso. I piccoli che all’asilo hanno qualche chilo in più, hanno un rischio quattro volte maggiore di essere obesi nel corso dell’adolescenza (un individuo obeso a 6 anni ha più del 50% di probabilità di esserlo anche da adulto).

Un altro aspetto evidenziato nel rapporto Eurispes è il numero di vegetariani e vegani, in totale l’8,9%, in aumento rispetto al biennio 2018-19. In particolare, il 6,7% degli italiani intervistati afferma di essere vegetariano mentre il 2,2% dichiara di essere vegano. Tra le motivazioni ricorre soprattutto la salute e il benessere (23,2%), oltre al rispetto nei confronti del mondo animale (22,2%). Nell’anno di Greta Thunberg, sorprende il basso interesse sulla salvaguardia e la tutela dell’ambiente (5,1%).

Per quanto riguarda le diete “senza”, il 18,7% degli italiani ha un’alimentazione priva di lattosio mentre il 14,6% mangia cibi senza glutine. Ma in questo caso emerge un paradosso perché la popolazione celiaca italiana tocca il 2% (dati dell’Associazione italiana celiaci), mentre senza glutine mangia il 14,6% degli italiani. Molti lo fanno, quindi, senza averne bisogno.

Curiosa è la statistica del rapporto sul consumo di cibi ottenuti dai semi o dalla farina di canapa (Cannabis sativa). Secondo lo studio il 5,1% degli intervistati li utilizza normalmente nella dieta. Il 23,1% del campione sarebbe curioso di provare questi alimenti, mentre il 16,4% li ha già sperimentati almeno una volta. La fetta maggiore (55,4%) non ha alcuna intenzione di provare i cibi a base di cannabis light.

Per quanto riguarda le tendenze sul cibo pronto e il food delivery, l’istituto afferma che il 70,3% degli italiani ha l’abitudine di prendere cibi già cucinati destinati all’asporto, mentre il 54% compra cibo a domicilio. Molto diffusa è anche l’abitudine di acquistare al supermercato prodotti industriali che richiedono qualche minuto per essere pronti (61,9%). In tutte queste modalità i più grandi consumatori sono i più giovani (18-24 anni).

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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