Pochi i casi ma estremamente serie le conseguenze. Necessario aumentare la consapevolezza e l’informazione per arrivare a diagnosi e trattamento tempestivi.

 

Rischiare la vita o riportare gravi danni permanenti a pochi giorni dalla comparsa dei sintomi: questo il pericolo per chi si trova ad affrontare la porpora trombotica trombocitopenica acquisita (aTTP), una malattia tanto rara quanto imprevedibile e aggressiva.

 

Si tratta di una malattia della coagulazione del sangue, nella maggior parte dei casi autoimmune, che colpisce da 1 a 6 persone per milione ogni anno. Per via delle sue manifestazioni acute, presenta un alto tasso di mortalità a pochi giorni dall’insorgenza, se non viene adeguatamente diagnostica e trattata.

 

Ciò che provoca questa malattia è la riduzione o mancanza di una proteina del sangue che si chiama ADAMTS13, portando il sangue a uno stato ipercoagulativo con il rischio di microtrombi nel circolo cerebrale, cardiaco e renale.

“Quando si parla di un rischio di morte elevato, che può arrivare fino al 20% nei primi 9 giorni dal ricovero, è evidente quanto sia necessario intervenire in estrema urgenza, anche se spesso non è semplice,” spiega Flora Peyvandi, professore di Medicina Interna dell’Università degli Studi di Milano e Direttore del Centro Emofilia e Trombosi Angelo Bianchi Bonomi, della Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

“Innanzitutto, è necessario conoscere bene la patologia per poter individuare correttamente i segni e sintomi. E poi avere laboratori attrezzati per la conferma diagnostica. Per arrivare a questo è molto importante ricevere una corretta formazione e informazione.”

La diagnosi di aTTP, infatti, può non essere tempestiva o facile. In molti casi la patologia si manifesta con disturbi iniziali che possono essere confusi con patologie di minor gravità, come malessere generale, come nei casi di influenza, o dolore addominale.

In breve tempo, però, i sintomi possono aggravarsi con la comparsa di petecchie, sangue nelle urine, lividi (porpora), disturbi neurologici (disturbi visivi e motori), sanguinamenti dalle gengive o dal naso. Nei casi gravi, la malattia può degenera rapidamente con episodi trombotici acuti, manifestazioni simili a infarto e ictus, fino al coma.

Ma anche nei casi meno gravi, la patologia può avere ugualmente un forte impatto sociale: colpisce persone giovani, tra 30 e 40 anni, e soprattutto le donne. Anche quando non porta alle conseguenze più serie, può causare gravi deficit che comportano inabilità al lavoro o allo svolgimento delle attività quotidiane.

È una patologia che presenta un elevato tasso di recidive: in un terzo dei pazienti tende a ripresentarsi a intervalli di tempo variabili dopo la remissione dall’episodio acuto, più spesso durante i primi due anni.

L’impatto sulla qualità di vita dei pazienti che sono colpiti da porpora trombotica trombocitopenica acquisita è quindi notevole, e necessita di attenzione e corretta presa in carico e follow up anche dopo l’episodio acuto.

“Oggi abbiamo a disposizione sempre più strumenti che mettono i pazienti nelle condizioni di conoscere in maniera accurata e approfondita quello che gli accade, così da diventare dei veri e propri pazienti esperti,” dice Massimo Chiaramonte, Presidente dell’Associazione Nazionale Porpora Trombotica Trombocitopenica ONLUS.

“Per questo motivo è fondamentale considerare sempre di più il coinvolgimento attivo del paziente nel suo percorso di cura, affinando sempre di più la sinergia tra le competenze del medico e l’esperienza diretta del paziente stesso: questo aspetto, spesso sottovalutato, può inoltre consentire di aumentare l’aderenza ai trattamenti stessi e di migliorare in maniera importante la qualità e lo stile di vita dei pazienti”.

Dato l’elevato tasso di recidive e, in molti casi, la refrattarietà allo standard di trattamento attuale, che consiste nella plasmaferesi e nella somministrazione di corticosteroidi e/o immunosoppressori, la patologia presenta ancora un elevato numero di bisogni insoddisfatti.

“Nel 40% dei casi circa le terapie attuali non risultano efficaci e nel 33% dei casi la patologia si ripresenta già nel primo anno dopo il trattamento,” continua la Professoressa Peyvandi.

“Fortunatamente la ricerca non si ferma e anche nelle patologie più complesse si scoprono nuove tecnologie per produrre nuove molecole sempre più mirate, efficaci e specifiche. È il caso della scoperta dei nanoanticorpi e della loro ingegnerizzazione, che ha dato origine al primo e unico trattamento specifico per la aTTP, approvato di recente in Europa e che a breve sarà disponibile anche in Italia. Si tratta di caplacizumab, un nanoanticorpo bivalente umanizzato ottenuto con tecniche di DNA ricombinante che, in aggiunta alle attuali opzioni terapeutiche, ci consentirà di andare incontro a un significativo miglioramento della prognosi dei pazienti e quindi di salvaguardare anche la loro qualità di vita.”

Per saperne di più sulla porpora trombotica trombocitopenica acquisita (aTTP) è online il nuovo sito italiano www.capirelattp.it: un punto di riferimento in rete a doppio percorso, per i pazienti e per i medici, per conoscere e comprendere meglio questa patologia ultra-rara, imprevedibile e potenzialmente fatale.

 

 

La piattaforma tecnologica dei Nanobody®

 Sviluppati per il trattamento di malattie infiammatorie ed ematologiche, per l’immuno-oncologia, l’oncologia e le malattie rare, i nano-anticorpi rappresentano la nuova generazione di molecole biologiche: grazie alla loro versatilità e al particolare meccanismo d’azione, mostrano un elevato potenziale di efficacia soprattutto in patologie particolarmente complesse.

Si tratta di frammenti proteici derivati dagli anticorpi di camelidi (cammelli e lama) immunizzati, che consentono di combinare i benefici degli anticorpi convenzionali con le proprietà terapeutiche dei farmaci molecolari. Sono, nello specifico, molecole derivate dalla regione variabile e funzionalmente attiva della catena pesante di un anticorpo che, proprio grazie alla loro ridotta dimensione, sono facilmente assemblabili e capaci di bersagliare target di difficile accesso come recettori associati a proteine G (GPCRs) e canali ionici voltaggio dipendenti.

 

Il meccanismo d’azione

In qualità di immunoglobuline a sola catena pesante, i nano-anticorpi non sono soltanto piccoli e leggeri ma anche molto robusti e stabili, caratteristica che offre la possibilità di adottare diverse vie di somministrazione a seconda delle esigenze farmacologiche: dall’infusione intravenosa e l’iniezione sottocutanea alla nebulizzazione, dalla somministrazione oculare a quella orale per il trattamento locale del tratto digerente.

Non è tutto: la loro struttura multi-specifica consente al singolo nano-anticorpo di raggiungere diversi bersagli molecolari contemporaneamente (fino a 7). Questa peculiarità, insieme alla possibilità di estendere in vivo l’emivita del nano-farmaco – vale a dire il tempo in cui la sua biodisponibilità si riduce del 50% – rende i trattamenti a base di nano-anticorpi uno strumento terapeutico altamente versatile, con indicazioni sia acute sia croniche.

La loro versatilità è tale per cui i nano-anticorpi possono essere utilizzati per ottimizzare l’effetto biologico di altre terapie. Nanobodies come ADC (Antibody-Drug Conjugate) possono per esempio veicolare sulle cellule tumorali agenti antitumorali ad alta efficacia, aumentando inoltre la specificità della loro azione grazie a una maggiore forza di legame con il recettore farmacologico.[3] Questo non solo migliora l’efficienza citotossica del trattamento, ma assicura anche alte concentrazioni locali e minimizza l’esposizione sistemica alla terapia antitumorale.

 

I nano-anticorpi per il trattamento della aTTP

Nel 2018 è stato approvato in Europa caplacizumab, il primo e unico trattamento specifico per l’aTTP basato sulla tecnologia dei Nanobody®. Si tratta di un nano-anticorpo bivalente umanizzato ottenuto con tecniche di DNA ricombinante, in grado di legarsi selettivamente ai multimeri ultralarge del Fattore di von Willebrand (ULVWF) e inibirne l’interazione con le piastrine. Questa inibizione selettiva, prevenendo l’accumulo in microtrombi, fa di caplacizumab la terapia di prima scelta per il trattamento della porpora trombotica trombocitopenica acquisita (aTTP), somministrata in associazione a plasmaferesi e immunosoppressione a base di corticosteroidi.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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