Lo studio randomizzato di fase III di Sun e colleghi ha confrontato la radioterapia toracica radicale (60 Gy) somministrata in concomitanza con un inibitore tirosin-chinasico (TKI) rispetto al solo TKI: la radioterapia ha aumentato la sopravvivenza globale mediana da 26,2 a 34,4 mesi e la sopravvivenza libera da progressione da 10,6 a 17,1 mesi.
Nel carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) metastatico la radioterapia ad alte dosi sul tumore primario allunga la vita: nei pazienti con mutazione di EGFR, uno studio randomizzato di fase III ha mostrato una sopravvivenza globale mediana di 34,4 mesi contro 26,2 mesi della sola terapia farmacologica, con una riduzione del 38% del rischio di morte.
È uno dei risultati che spingono l’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC) a riposizionare la radioterapia sul tumore primario da intervento palliativo a opzione di cura a tutti gli effetti, in un documento di consenso pubblicato su “Journal of Thoracic Oncology” e firmato da un panel multidisciplinare internazionale di radio-oncologi e oncologi medici.
Per l’Italia ha partecipato ai lavori il professor Andrea Riccardo Filippi, Direttore della Struttura Complessa di Radioterapia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e socio dell’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica (AIRO).
Il cambio di prospettiva poggia su un razionale biologico ormai solido: il tumore polmonare primario è la principale fonte da cui originano le metastasi e, anche nei pazienti che rispondono alle terapie farmacologiche più moderne, resta la prima sede di progressione della malattia.
Nei pazienti con mutazione di EGFR trattati con osimertinib, ad esempio, il polmone è la prima sede di ricaduta in oltre il 60% dei casi.
Colpire il primario con dosi radicali significa quindi togliere alla malattia il suo serbatoio: una strategia citoriduttiva che già in altri tumori solidi – nasofaringe e prostata in primis – ha dimostrato di prolungare la sopravvivenza.
Le evidenze più forti riguardano oggi i pazienti con NSCLC metastatico EGFR-mutato.
Lo studio randomizzato di fase III di Sun e colleghi, condotto su 118 pazienti, ha confrontato la radioterapia toracica radicale (60 Gy) somministrata in concomitanza con un inibitore tirosin-chinasico (TKI) rispetto al solo TKI: la radioterapia ha aumentato la sopravvivenza globale mediana da 26,2 a 34,4 mesi (+8,2 mesi) e la sopravvivenza libera da progressione da 10,6 a 17,1 mesi (+6,5 mesi).
Dati emergenti suggeriscono che anche nei pazienti senza alterazioni molecolari bersagliabili l’escalation di dose della radioterapia toracica definitiva possa migliorare il controllo loco-regionale della malattia.
Il documento dedica ampio spazio alla pianificazione del trattamento – dose, frazionamento, volumi bersaglio, tempistica rispetto alla terapia sistemica – e ai dati di sicurezza: la tossicità della radioterapia, quando integrata con le terapie farmacologiche, risulta in genere ben gestibile, senza impatto sulla prosecuzione delle cure sistemiche.
È proprio la maturità tecnologica della radioterapia moderna a rendere oggi praticabile, in sicurezza, un approccio ad alte dosi sul tumore primario.
“Per la prima volta un consensus internazionale dice con chiarezza che, nel tumore del polmone metastatico, la radioterapia ad alte dosi sul tumore primario è una scelta terapeutica che può prolungare la vita, non un trattamento di supporto. Le evidenze più mature, soprattutto nei pazienti EGFR-mutati, mostrano un beneficio in sopravvivenza che nessun clinico oggi può ignorare. Il documento offre indicazioni operative su tempi, dosi e modalità di combinazione con le terapie farmacologiche, e fotografa una radioterapia oncologica moderna, di precisione, capace di lavorare alla pari con le altre armi terapeutiche”, afferma il professor Andrea Riccardo Filippi.
