In un contesto caratterizzato da un alto tasso di ricadute e da un bisogno clinico importante, atezolizumab, anticorpo monoclonale sviluppato da Roche, ha dimostrato di ridurre il rischio di recidiva della malattia o di morte del 57% nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule in stadio II-IIIA.
Ogni 14 secondi, nel mondo, viene diagnosticato un nuovo caso di tumore al polmone. Purtroppo, questo tipo di cancro è molto aggressivo e dalla diagnosi infausta.
Per questo la diagnosi precoce, assieme a un trattamento tempestivo, è fondamentale per migliorare i risultati clinici e garantire una migliore qualità di vita ai pazienti.
Proprio per i tumori scoperti in stadio iniziale arriva in Italia Italia la prima e unica immunoterapia antitumorale in adiuvante per il trattamento del tumore al polmone non a piccole cellule (NSCLC): l’anticorpo monoclonale atezolizumab sviluppato da Roche.
“Per fase inziale si intendono tumori in stadio II e stadio III, che rappresentano circa il 30% di tutte le diagnosi di questo tipo di cancro, che a sua volta si distingue in adenocarcinoma e squamoso” spiega Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Presidente AIOT (Associazione Italiana Oncologia Toracica).
Inoltre, molto spesso, questo tumore, anche se curato precocemente, può dare luogo a recidive: “entro cinque anni sei pazienti su 10 in fase II incorrono in una ricaduta e ben il 75% di quelli in fase III” prosegue il clinico.
Un farmaco che previene le recidive
Lo studio globale di fase III, multicentrico, open-label, randomizzato IMpower010 ha dimostrato che il trattamento con atezolizumab in adiuvante, dopo resezione completa e chemioterapia a base di platino, ha ridotto il rischio di recidiva della malattia o di morte del 57% nei pazienti con NSCLC in stadio II-IIIA.
Ma cosa si intende per fase iniziale? “Stiamo parlando di tumori che danno segno di sé solo all’interno del polmone” chiarisce Silvia Novello, Professore ordinario di Oncologia Medica, Università degli Studi di Torino e Presidente WALCE Onlus.
“Non ci devono essere, quindi, metastasi in altri organi o nei polmoni stessi e anche l’interessamento ai linfonodi è meno complesso”.
“In questi casi, il percorso di cura prevede prima la resezione chirurgica al polmone, seguita da chemioterapia, e poi la terapia adiuvante con l’immunoterapico”.
“L’impatto delle recidive in oncologia è notevole anche in termini organizzativi per il Sistema Sanitario e poter ridurre il tasso di ripresa di malattia, in questo caso nel tumore del polmone, comporta benefici in primo luogo per i pazienti ma anche per il Sistema in ottica di sostenibilità“ – aggiunge Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica).
Si può guarire dal tumore al polmone?
“L’obiettivo di questo percorso clinico è la guarigione” afferma Novello. “Allo stadio precoce questi pazienti sono potenzialmente guaribili“, prosegue, “perché possiamo estendere il tempo libero da malattia e abbattere il rischio di ricadute“.
“Dagli studi, inoltre, è emerso che l’età anagrafica dei pazienti non fa la differenza, quindi stiamo parlando di terapie anche per persone anziane, non solo per i giovani”.
“Questo perché, anche in fase precoce, ora possiamo sfruttare il fatto che esiste una correlazione tra l’espressione della proteina PD-L1, che si trova sulle cellule tumorali, e il risultato clinico: l’immunoterapico si lega questa proteina e ne blocca l’azione, che è quella di ‘nascondere’ le cellule cancerose al sistema immunitario, che così le può invece combattere”.
Chi può sottoporsi a questo trattamento?
“Circa il 35% dei pazienti operati ha un’alta alta espressione di PD-L1 (superiore al 50%) e ha assenza di mutazioni di EGFR o riarrangiamenti di ALK”, spiega De Marinis.
“Sono quindi eleggibili a questa terapia il cui impatto sta cambiando la pratica clinica: a cinque anni l’88% dei pazienti sono vivi, un incremento del 20% rispetto alla sola chemio, in aggiunta a una riduzione del rischio di recidiva superiore al 50%”.
L’intervento chirurgico
Prima di iniziare il trattamento, i pazienti sono sottoposti a resezione chirurgica e poi chemioterapia: “grazie all’impiego di questo farmaco possiamo evitare in molti casi di asportare tutto il polmone” afferma sottolinea Federico Rea, Direttore Divisione Chirurgia toracica e Centro trapianto polmone del Policlinico Universitario di Padova.
“Nel trattamento dei pazienti con tumore al polmone in stadio iniziale assume un ruolo sempre più centrale la Lung Unit che contribuisce alla presa in carico del paziente, in modo che si possa valutare fin da subito la fattibilità della terapia in adiuvante”.
“Oggi il percorso di questi pazienti prevede infatti un’integrazione dei trattamenti e un aggiornamento del percorso diagnostico per l’esecuzione dei test per PD-L1 e le mutazioni EGFR e ALK”.
“La novità di atezolizumab segna proprio un cambio di passo, come dimostrano gli studi clinici per cui l’immunoterapia in adiuvante permette risultati più efficaci, indipendentemente dal tipo di intervento chirurgico effettuato sul paziente, presentando al contempo una tollerabilità al farmaco migliore rispetto alla sola chemioterapia”.
Come funziona il farmaco e come si somministra
Atezolizumab è un anticorpo monoclonale concepito per legarsi a una proteina chiamata Programmed Death Ligand-1 (PD-L1), che si esprime sulle cellule tumorali e sulle cellule immunitarie infiltranti il tumore, bloccandone le interazioni con i recettori di PD-1 e di B7.1.
Inibendo il PD-L1, atezolizumab potrebbe abilitare l’attivazione dei linfociti T, cellule del sistema immunitario che aggrediscono e combattono le cellule cancerose.
Atezolizumab è un’immunoterapia antitumorale che ha il potenziale per essere utilizzata come partner fondamentale di combinazione con altre immunoterapie, con farmaci mirati e con varie chemioterapie in un’ampia gamma di tumori.
Oltre all’infusione endovenosa, la formulazione di atezolizumab è allo studio anche come iniezione sottocutanea per contribuire ad affrontare il crescente onere della terapia oncologica per i pazienti e i sistemi sanitari.
L’impegno di Roche in oncologia
“Molti degli sforzi in ricerca e sviluppo di Roche si stanno concentrando proprio in questo ambito, dove la chirurgia e le eventuali terapie associate hanno come ambizione la cura”, dichiara Anna Maria Porrini, Direttore medico di Roche Italia.
“Attualmente Roche ha in corso 175 studi clinici in oncologia, di cui 35 per il tumore al polmone” – prosegue – “e la nostra azienda è altresì impegnata nel settore della diagnostica, sinergico e complementare a quello terapeutico, poiché la rilevazione precoce della malattia è la chiave per il successo clinico dei trattamenti”.
“L’approvazione di atezolizumab da parte di AIFA rappresenta un importante riconoscimento. Accanto agli avanzamenti terapeutici, è necessario anche ottimizzare gli attuali percorsi di diagnosi e cura, nel loro complesso. Nasce con questo obiettivo il programma LungLive“.
“Attraverso sinergie e partnership con la comunità scientifica, le associazioni di pazienti e tutti gli attori del Sistema Salute, vogliamo contribuire a ridefinire insieme il tumore al polmone, dando priorità ad alcuni ambiti di intervento quali: la prevenzione primaria, lo screening polmonare, la diagnosi precoce e l’accesso all’oncologia di precisione.”
Attualmente, nel nostro Paese, sono solo 18 gli ospedali dove è possibile sottoporsi a TAC spirale nell’ambito di un progetto di prevenzione tramite diagnosi precoce.
Il regime di rimborsabilità per atezolizumab, in classe H, nelle formulazioni da 1200 mg per infusione, soggetto a prescrizione da parte di Centri utilizzatori specificamente individuati dalle Regioni e a registro di monitoraggio, è stato stabilito dalla determina AIFA pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso 19 luglio.
