SARS-CoV-2 al microscopio: l’evoluzione del virus, dagli albori dell’epidemia ad oggi. MSD e Ridgeback annunciano nuovi dati per molnupiravir dalla Fase III dello studio MOVe-OUT.

 

 

“La circolazione del virus SARS-CoV-2 nella popolazione oggi presenta uno scenario del tutto differente da quello dello scorso anno e ancora diverso rispetto a quello di due anni fa. SARS-CoV-2 è un nuovo virus che emerge, fa il salto di specie passando all’uomo e si diffonde in tutto il mondo provocando una pandemia in quanto si tratta di un virus respiratorio con un’alta efficacia di trasmissione da individuo a individuo” dice Pier Luigi Lopalco, Professore ordinario di Igiene, Università del Salento.

“L’elevata capacità di diffusione è legata anche e soprattutto al fatto che la trasmissione avviene nella fase di incubazione della malattia e quando l’infezione è completamente asintomatica”.

“Il virus quindi trova persone suscettibili, che si infettano e lo possono trasmettere prima di manifestare i sintomi oppure si infettano, restano asintomatici ma lo diffondono”.

“Cosa cambia quando un virus di questo tipo si affaccia per la prima volta nella popolazione umana e cosa cambia dopo anni di circolazione virale? Quando il virus entra in una popolazione completamente vergine provoca le caratteristiche “ondate” pandemiche caratterizzate da una velocità di diffusione molto elevata con picchi di infezione a cui corrispondono picchi di malattia e moltissimi casi di malattia grave”.

“In tutto questo, le persone anziane e quelle più fragili con comorbidità sono più a rischio di ammalarsi gravemente. Le ondate pandemiche nella prima fase sono state arginate con diverse misure quali il distanziamento, le quarantene, l’uso delle mascherine, i lockdown”.

“Lo scenario cambia con l’avvento dei vaccini. Oltre alle persone risultate immuni perché si erano infettate e che in ogni caso rappresentavano la minoranza della popolazione, l’80% delle persone si sono vaccinate aumentando l’immunità di comunità”.

“Subito dopo l’arrivo dei vaccini si è assistito ad una diminuzione dei casi gravi di malattia, essendo le vaccinazioni in grado di ridurre sia la probabilità di malattia grave sia la mortalità in caso di infezione; sono state tuttavia meno efficaci nel ridurre il rischio di infezione, perché questo virus muta molto facilmente e in tempi rapidi, facendo emergere nuove varianti virali che hanno la capacità di bypassare la barriera immunologica”.

“Quindi, nonostante siano stati raggiunti in Italia alti tassi di copertura vaccinale, il virus ha continuato a circolare, si è attenuata la sua circolazione ma non è scomparsa. Questo ha fatto sì che, anche dopo le prime ondate e con l’avvento delle nuove varianti, la circolazione del virus non si è arrestata ed è stata anzi particolarmente intensa con la variante Omicron, che aveva come sua peculiarità la capacità di re-infettare persone che avevano già incontrato varianti virali o che erano vaccinate”.

“Omicron è risultata la più contagiosa fino ad oggi conosciuta. Quindi, l’ulteriore evoluzione della pandemia sta nel fatto che il virus diventa più contagioso però sempre meno capace di causare ondate di casi gravi di malattia. Cambia cioè il rapporto tra infezioni e casi gravi: moltissime infezioni e, in proporzione, pochi casi gravi”.

“È su questa soglia che si inserisce la prospettiva auspicata da virologi ed epidemiologi, ovvero il passaggio da una condizione di pandemia ad una di endemia. Il virus si adatta sempre meglio a circolare nell’uomo, ma contemporaneamente si evolve la situazione immunitaria della popolazione che è entrata in contatto con il virus e, soprattutto, si è vaccinata”.

“Il virus, quindi, trova sulla sua strada individui in gran parte protetti, del tutto o almeno parzialmente. Ad ogni nuova ondata potremo osservare un picco epidemico di malattia, che però difficilmente sarà tale da mettere in crisi il sistema sanitario e potrà essere gestito con misure ordinarie”.

“Questo dovrebbe sancire il passaggio dall’emergenza alla gestione ordinaria. Adesso si rivolgono al sistema sanitario meno casi di infezione gravi e l’obiettivo è di curarli al massimo delle nostre potenzialità. Se due anni fa davanti a un’ondata pandemica non potevamo fare altro che aprire reparti di rianimazione, oggi abbiamo ulteriori armi terapeutiche rappresentate dagli anticorpi monoclonali e dagli antivirali orali, che possono consentirci una gestione immediata della persona infettata ma che non ha ancora sviluppato malattia”.

“Questi farmaci si stanno dimostrando efficaci nel ridurre il rischio di malattia grave in soggetti che sono predisposti ad una evoluzione dell’infezione. Vaccini, con la previsione di successivi richiami periodici se necessari, e terapie specifiche per prevenire la progressione della malattia nei soggetti fragili più a rischio, saranno le armi che ci consentiranno di convivere con il virus nel prossimo futuro”.

“Gli antivirali orali sono una grande opportunità per i molti pazienti con malattia da COVID-19 lieve-moderata e probabilmente dovremmo usarli di più di quanto fatto sino ad oggi” afferma Matteo Bassetti, Direttore Clinica di Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

“È probabile che molte delle persone che ancora muoiono a causa del COVID-19 se facessero l’antivirale orale potrebbero avere una chance in più. È necessaria una migliore organizzazione, un sistema più fluido: da noi in Liguria abbiamo messo in pratica un sistema, che funziona molto bene, di collaborazione tra ospedale e territorio e quindi questi farmaci si prescrivono molto”.

“Molnupiravir è un inibitore nucleosidico, che fa replicare il virus in maniera sbagliata per cui è meno patogeno. Si tratta di un farmaco molto semplice per quanto riguarda l’utilizzo anche rispetto ad altri antivirali orali, ha poche interazioni con altri farmaci e per cinque giorni può essere prescritto senza grandi problematiche”.

“I dati che abbiamo a disposizione ci dicono che nello studio registrativo, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato di ridurre in maniera significativa sia i ricoveri ospedalieri sia l’evento morte; la riduzione del ricovero in chi assume molnupiravir è del 6,8% dei soggetti trattati rispetto al 9,7% rispetto al placebo, quindi una riduzione del 50%”.

“E anche l’evento morte registra 1 decesso sui trattati con molnupiravir su 9 decessi nei trattati con placebo. Lo studio MOVe-OUT randomizzato, doppio cieco, a gruppi paralleli, placebo controllato, appena pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Internal Medicine in questi giorni, e di cui io sono autore, dice che molnupiravir non solo riduce le ospedalizzazioni, non solo riduce la morte ma ha anche altri due effetti importanti: in quei pochi pazienti che vengono ricoverati la durata del ricovero è di 3 giorni inferiore rispetto a chi fa placebo; inoltre, riduce in maniera significativa le visite al pronto soccorso, 7,2% in chi ha assunto molnupiravir contro il 10,6% in chi assumeva placebo, e le visite specifiche ambulatoriali per il Covid, 6,6% per il molnupiravir contro 10% per il placebo, quindi sono forme attenuate che durano di meno; il secondo fatto è che riduce in maniera significativa le visite al pronto soccorso e le visite ambulatoriali. Insomma, chi assume molnupiravir ha meno bisogno di rivolgersi al medico”.

“I dati sono importanti e significativi e credo che sarà un farmaco molto utile magari non nell’immediato, visto che l’infezione sta calando come incidenza e come RT, però siccome è probabile che con l’autunno ci sarà una ripresa, avere a disposizione anche questo farmaco è un’opportunità in più per i pazienti”.

“Nella nostra realtà del San Martino abbiamo trattato fino ad oggi più di 400 pazienti con molnupiravir e i risultati sono molto buoni. Abbiamo visto una riduzione significativa degli accessi in ospedale, ci ha consentito di gestire più persone a casa che è sicuramente un vantaggio per il paziente e per il sistema sanitario. La Liguria è una delle regioni in cui si prescrivono di più gli antivirali orali. Il modello Liguria per la prescrizione di questi farmaci evidentemente si può esportare”.