Le conseguenze nefaste post Covid-19 potrebbero durare per tutta la vita e abbattere sensibilmente la buona salute di chi ne resta colpito.

 

Una quota significativa di pazienti sopravvissuti dalla forma grave di Covid-19 continua a soffrire di sintomi debilitanti (come quelli del Long Covid) e potrebbe essere esposta a ulteriori alterazioni biologiche che si riflettono poi sulla salute. Emergerebbe una possibile malattia autoimmune a gravare sulla salute dei sopravvissuti.

La descrive uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature Communication con il titolo “New-onset IgG autoantibodies in hospitalized patients with COVID-19”. La ricerca ha determinato che i pazienti Covid ricoverati in ospedale hanno probabilità sensibilmente maggiori di presentare autoanticorpi nel flusso sanguigno, ovvero anticorpi che attaccano tessuti o proteine dell’organismo come fossero nemici.

In alcuni casi i livelli di tali autoanticorpi erano paragonabili a quelli di una malattia autoimmune conclamata. Queste conseguenze nefaste post Covid-19 potrebbero durare per tutta la vita e abbattere sensibilmente la buona salute di chi ne resta colpito.

A determinare che una forma severa di Covid-19 può innescare la produzione di autoanticorpi e sfociare in una potenziale malattia autoimmune è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Stanford (Stati Uniti), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Scuola di Medicina Perelman dell’Università Statale della Pennsylvania, dell’Università Philipps di Marburg (Germania), dell’Health Science Center dell’Università del Tennessee e di numerosi altri istituti.

Gli scienziati, coordinati da Paul Utz, docente di immunologia e reumatologia presso il Dipartimento di Medicina dell’ateneo di Stanford, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato campioni di sangue di pazienti Covid ricoverati in alcuni nosocomi statunitensi e averli confrontati con quelli di un gruppo di controllo, i cui prelievi erano stati effettuati prima dello scoppio della pandemia.

Gli scienziati si sono concentrati nella ricerca di autoanticorpi nei campioni di sangue di 147 pazienti ricoverati nella prima fase della pandemia, tra marzo e aprile del 2020, scoprendo che erano presenti in circa il 50% di essi, mentre erano meno del 15% nei campioni del gruppo di controllo. Nello specifico, sono stati identificati autoanticorpi contro le citochine, proteine che aiutano il sistema immunitario a combattere un’infezione, alla stregua di quella scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2.

Secondo Utz e colleghi la comparsa di questi autoanticorpi potrebbe essere legata a un’infezione particolarmente virulenta e persistente, come avviene nei casi gravi di Covid-19. Per un terzo dei pazienti Covid ricoverati erano disponibili campioni di sangue prelevati in giorni differenti, a partire da quello del ricovero; dopo una settimana dall’ospedalizzazione, il 20% di essi aveva sviluppato autoanticorpi (non presenti nel giorno dell’accettazione e il ricovero) anche contro i tessuti.

“In molti casi, questi livelli di autoanticorpi erano simili a quelli che vedresti in una malattia autoimmune diagnosticata”, commenta Utz in un comunicato stampa. Quando presenti, spiegano gli autori dello studio nel loro abstract, gli autoanticorpi mirano nella maggior parte dei casi agli autoantigeni associati a malattie rare come la miosite, la sclerosi sistemica e altre sindromi. Un sottoinsieme di autoanticorpi diretti contro autoantigeni o citochine è del tutto nuovo, innescato proprio dall’infezione da SARS-CoV-2.

Ossia deriverebbero da errori biologici dell’organismo impegnato nel combattere il virus del Covid-19. Errori che poi permangono e si manifestano con una malattia autoimmune, eredità della “vittoria” sul Covid. Recentemente un altro studio ha determinato che nel 20% dei pazienti che muoiono per Covid la causa è proprio da associare ad autoanticorpi che ostacolano il lavoro del sistema immunitario.

“È possibile che, nel corso di un’infezione SARS-CoV-2 scarsamente controllata (in cui il virus rimane in circolazione per troppo tempo, mentre una risposta immunitaria sempre più intensa continua a rompere le particelle virali) il sistema immunitario vede frammenti del virus che non aveva visto in precedenza. Se qualcuno di questi frammenti assomiglia troppo a una delle nostre proteine, questo potrebbe innescare la produzione degli autoanticorpi”, ipotizza Utz. È anche alla luce di questo rischio che lo scienziato ribadisce l’importanza della vaccinazione.

I vaccini anti Covid si basano su una singola proteina (la Spike, quella usata dal patogeno per agganciarsi alle cellule umane) e c’è un rischio sensibilmente inferiore che il sistema immunitario possa dar vita ad autoanticorpi, mentre ad oggi non c’è certezza che chi viene contagiato dal virus sperimenterà la forma lieve della patologia. Sebbene, infatti, risultino più a rischio le persone anziane, chi ha comorbilità (come diabete e ipertensione) o è in condizione di obesità, anche soggetti perfettamente sani possono sviluppare la forma severa del Covid-19.