Dopo riunioni tra esperti di nomenclatura virologica e di banche dati genetiche, l’OMS ha deciso di rinominare le varianti utilizzando l’alfabeto greco. Ecco perché si è deciso di optare per questa soluzione.

 

Come ogni altro agente patogeno, anche il coronavirus SARS-CoV-2 muta costantemente replicandosi nell’ospite e diffondendosi nelle comunità. Nella stragrande maggioranza dei casi il frutto di queste mutazioni è insignificante; in alcuni casi, tuttavia, possono emergere nuovi ceppi/lignaggi con caratteristiche che hanno un certo impatto sulla salute pubblica.

È per questa ragione che dalla fine dello scorso anno gli scienziati hanno introdotto le varianti di interesse (VOIs – Variants of Interest) e le varianti di preoccupazione (VOCs – Variants of Concern) del patogeno pandemico, al fine di migliorare il monitoraggio e la ricerca ma anche di informare in modo più efficiente, come dichiarato dall’OMS. Ma la nomenclatura adottata dagli scienziati risulta poco digeribile per il grande pubblico, inoltre è emersa la tendenza di associare una determinata variante al Paese in cui è stata scoperta per prima, catalizzando il rischio dello stigma.

Per fare un esempio pratico, la variante B.1.1.7 (o Variant of Concern 202012/01 – VOC-202012/01) è stata riconosciuta come quella “inglese” poiché identificata nel Kent, nell’Inghilterra sudorientale. Per aggirare sia il problema dell’associazione territoriale che quello delle sigle complicate, l’OMS ha trovato una (prima) soluzione, legando i nomi delle varianti all’alfabeto greco.

Trovare una soluzione adeguata e condivisa non è stato semplice, ma dopo diverse riunioni tra i membri del Virus Evolution Working Group dell’OMS, rappresentanti delle banche dati genetiche GISAID, Nextstrain e Pango (che hanno sistemi di nomenclatura consolidati in ambito scientifico) e diversi esperti di comunicazione virologica e microbica, si è deciso di raccomandare l’uso di questo alfabeto, associando le varianti di preoccupazione alle lettere in base alla data della designazione.

Per esempio, la variante B.1.1.7, essendo stata formalmente classificata il 18 dicembre 2020 come prima VOC, adesso viene denominata come Alfa. La variante sudafricana B.1.351, designata lo stesso giorno della variante inglese ma formalmente scoperta tempo prima in Sudafrica, è ora conosciuta come Beta. La variante brasiliana P.1 designata l’11 gennaio del 2021 è diventata Gamma, mentre la variante indiana B.1.617.2, che sta rappresentando un serio problema nel Regno Unito, essendo stata classificata solo l’11 maggio ora è Delta.

Le varianti di preoccupazione sono quelle che possono avere un significativo impatto sulla salute pubblica, essendo potenzialmente più trasmissibili, in grado di causare una malattia più grave o magari capaci di eludere (almeno in parte) gli anticorpi neutralizzanti, sia quelli indotti da una precedente infezione naturale sia quelli innescati dalla vaccinazione. Le varianti di interesse sono invece quelle accertate come responsabili di determinati focolai e catene di trasmissione che hanno attirato l’attenzione degli esperti, al fine di determinarne le caratteristiche potenzialmente dannose. Anche queste ultime sono state associate all’alfabeto greco: epsilon, zeta, eta, theta, iota, kappa.

Prima di accordarsi sull’alfabeto greco, gli esperti hanno fatto tentativi con diverse combinazioni di sillabe, andando però incontro al rischio di generare nomi di aziende e cognomi. Anche i numeri non hanno soddisfatto il team, così come l’idea di scegliere i nomi delle divinità greche. Alla fine, si è optato per l’alfabeto che, però, essendo limitato, in futuro dovrà essere affiancato da un altro elenco, qualora dovessero esaurirsi.

L’importante, spiegano gli esperti, è aver trovato un metodo per divulgare informazioni evitando il rischio dello stigma o di far passare messaggi poco chiari a causa di sigle complicate, che naturalmente continueranno a essere utilizzate in ambito scientifico. “Non stiamo dicendo di sostituire B.1.1.7, ma in realtà stiamo soltanto cercando un modo per aiutare il dialogo con la persona media”, ha dichiarato Maria De Joseph Van Kerkhove, responsabile tecnico per la risposta alla pandemia di COVID-19 e a capo dell’Unità malattie zoonosi dell’OMS. L’obiettivo è poter discutere delle varianti con un linguaggio “più facile” evitando al contempo altri problemi.