La politica comincia a rendersi conto, grazie proprio alla pandemia ancora in corso, di quali miglioramenti ambientali ha portato questo drammatico lockdown.
La Cina si è buttata alle spalle da tempo l’emergenza Covid-19 da “blocco” rigido, in particolare dell’economia. E dopo il “congelamento” della società per virus, cause di smog e inquinamento ambientale comprese, le emissioni di NO2 nel distretto di Wuhan sono tornate come prima, anzi più di prima nel tentativo di recuperare il tempo perso.
Senza peraltro segnali di cambiamento approfittando della sosta pandemica. La corsa al guadagno inquina, ma questo era già noto. Una prova che non aveva bisogno di conferme sul legame tra traffico, attività industriali ed emissioni di NO2. Per l’European Environmental Bureau (EEB), che ha pubblicato le mappe satellitari dell’inquinamento in Cina, è un ritorno alla normalità e una finestra sullo scenario ambientale preso sempre più come standard di riferimento.
La politica comincia a rendersi conto, grazie proprio alla pandemia ancora in corso, di quali miglioramenti ambientali ha portato questo drammatico lockdown. È il classico bicchiere mezzo pieno. E la popolazione sembra sempre più orientata a premiare chi si occupa di ambiente e salute. A partire dalle forze politiche locali, i sindaci in particolare, sentiti come più presenti nel momento critico dei partiti in genere e dei politici nazionali e, in parte, anche regionali.
Anche riguardo all’inquinamento, qualcosa si muove a livello di città, italiane e mondiali. Tornando alla Cina, le emissioni di NO2 sono tra le più alte a causa delle attività commerciali, industriali ed energetiche. Il ritorno alla normalità con le emissioni di NO2 che tornano a livelli ante pandemia in Cina, per l’EEB è la dimostrazione che dopo il Coronavirus i Paesi devono cambiare approccio con la mobilità ordinaria. Se il legame tra traffico e particolato PM10 e PM2,5 con l’emergenza Coronavirus ha acceso pareri contrastanti, la provenienza delle emissioni di biossido di azoto è piuttosto nota. Le emissioni di NO2 sono in prevalenza addebitate al traffico stradale, che nel periodo di lockdown in Cina è crollato ai minimi storici.
Secondo le mappe satellitari diffuse dall’EEB, la Cina è rapidamente tornata a una pericolosa normalità sulle emissioni di NO2 non solo nella provincia di Hubei, focolaio del Coronavirus in Cina. E, attenzione, in questo caso la città di Wuhan e la provincia di Hubei sono anche lo specchio dell’Occidente. Pensiamo solo all’altro grande focolaio, che ci ha riguardato da vicino, cioè la Lombardia, la pianura Padana. Perché la nostra Wuhan è stato il Nord Italia. La Lombardia, il Veneto, il Piemonte e l’Emilia-Romagna, dove il virus ha presentato la maggiore diffusione, fanno registrare generalmente le maggiori concentrazioni degli inquinanti atmosferici.
E l’inquinamento è tornato. La bellezza delle mappe satellitari “pulite” è durata un anno e ora sono tornate a “sporcarsi”, macchiate dalla cortina di sostanze tossiche proiettate nell’atmosfera. Per ora ciò che è accaduto durante il lockdown e ciò che accadrà dopo, ce lo mostrano proprio i dati sulle emissioni delle mappe satellitari prima e dopo il Coronavirus. “L’aria tossica compromette la nostra salute e ci rende più vulnerabili alle minacce per la salute – dichiara Margherita Tolotto, Air Policy Officer di EEB -. I nostri governi e la Commissione europea devono impedire il ritorno dell’inquinamento atmosferico dannoso e sviluppare strategie di uscita che evitino di riportarci in un futuro sporco”.
Almeno evitare che l’inquinamento sia più di prima. L’impegno c’è, rafforzato del rientro degli Stati Uniti tra i Paesi impegnati a combattere l’impatto ambientale degli agenti inquinanti. Dopo la pausa Trump, con Biden sembra ripartita la politica Green avviata da Obama.
Attualmente la risposta ambientalista dei Governi è stata a macchia di leopardo. “Qualsiasi programma di ripresa economica correlato alla pandemia dovrebbe corrispondere alle ambizioni del Green Deal europeo”, sottolinea Margherita Tolotto. E i sindaci lo hanno compreso. Tra i modelli più significativi, Milano, sull’esempio dell’anello ciclabile a Bruxelles, ha annunciato la trasformazione di 35 km di strade con maggiore spazio per ciclisti e aree pedonali. Se a Bruxelles partirà la sperimentazione del limite a 20 chilometri orari, Berlino ha cominciato ad ampliare le piste ciclabili. Progetti ambientali fuori dall’Europa fervono a Boston, Minneapolis e Oakland (più spazio per ciclisti) e Bogotà. La capitale colombiana punta ad arrivare a 600 chilometri di piste ciclabili per abbattere le distanze sociali dopo il Coronavirus. Ma non basta agire sull’inquinamento da traffico nelle città, occorre essere più rigidi nella trasformazione green dei siti produttivi, dell’industria, nel controllo di salvaguardia dell’habitat.
Il disboscamento selvaggio incide sulla somma di danni globali più del traffico metropolitano. In più, induce specie selvatiche a lasciare l’habitat naturale e avvicinarsi all’uomo per cibo e acqua. Oggi si sa che questo è un passaggio a rischio “umanizzazione” di virus tipici degli animali, come quello del Covid-19, altrimenti non interessati all’uomo. Il cosiddetto salto di specie è favorito, così come l’inquinamento delle acque, da quelle reflue al ciclo dell’acqua, pioggia e pozzi di raccolta naturali, in cui i virus si ritrovano.
Molti scienziati, riguardo la pandemia, si sono posti la domanda: può esistere una correlazione tra la diffusione dell’infezione da SARS-CoV2 e le aree ad elevato livello di inquinamento atmosferico? Forse no, forse sì. Ma più si studia il problema più le evidenze portano al Sì.
