Il British Medical Journal pubblica un editoriale di fuoco sulla relazione tra il peso in eccesso e la severità del Covid-19.
“L’epidemia di Covid-19 sembra essere l’ennesimo problema di salute esacerbato dalla pandemia di obesità”. È quanto sostengono i tre autori di un editoriale di fuoco sul rapporto tra obesità, coronavirus e responsabilità dell’industria alimentare, apparso sul British Medical Journal (BMJ). Ci sarebbero, infatti, sempre più prove che l’obesità sia un fattore di rischio di un decorso più severo e morte in seguito all’infezione da Sars-CoV-2. Tra i firmatari dell’editoriale figurano Feng J. He e Graham McGregor, rispettivamente membro e presidente delle associazioni Consensus Action on Salt and Health e di World Action on Salt and Health.
Giulia Crepaldi su “il fatto alimentare” riporta l’editoriale e gli studi alla base dell’analisi di Feng J. He e Graham McGregor.
Gli studi in questione hanno mostrato una relazione tra il peso in eccesso e la severità del Covid-19. In uno studio (ancora in preprint) realizzato nel Regno Unito su una popolazione di quasi 430 mila partecipanti è emerso che il “rischio di un decorso della malattia più severo era del 44% più alto tra le persone in sovrappeso e quasi raddoppiato tra i soggetti obesi”. Un’analisi delle cartelle cliniche di 17 milioni di persone, invece, ha scoperto che il rischio di morte legato all’infezione da coronavirus aumentava con la severità dell’obesità: era più alto del 27% nelle persone con obesità di primo grado e più che raddoppiato tra chi invece soffriva di obesità del grado più elevato.
Diversi meccanismi potrebbero spiegare perché questo accade: per esempio ACE2, la “porta di ingresso” del coronavirus nelle cellule, è presente in quantità maggiori nelle persone obese. Inoltre, l’obesità è associata a un’alterazione della risposta immunitaria e a una ridotta funzionalità polmonare, fanno notare gli autori dell’editoriale.
“La pandemia di obesità è il risultato di un ambiente alimentare in cui è difficile non sovra-consumare calorie”, scrivono gli scienziati. Il cibo prodotto. e promosso aggressivamente, dall’industria alimentare, infatti, molto spesso è estremamente economico, ultra-trasformato e ricco di zucchero, sale e grassi saturi. “È ora chiaro – affermano senza mezzi termini gli autori – che l’industria alimentare condivide la responsabilità non solo per la pandemia di obesità ma anche per la severità del Covid-19 e le sue devastanti conseguenze”. Una condizione peggiorata durante le prime fasi dell’emergenza, quando, a causa dell’insicurezza economica, degli assalti ai supermercati e di alcune interruzioni nel rifornimento di prodotti freschi, i consumatori si sono ritrovati ad acquistare (e quindi mangiare) ancora più cibi trasformati, ultra-trasformati e a lunga conservazione. Una situazione eccezionale che, accusano gli autori dell’editoriale, è stata sfruttata dall’industria come opportunità di marketing, attraverso campagne pubblicitarie e iniziative sociali, come la donazione di mezzo milione di ciambelle al personale del Servizio sanitario britannico (NHS). E occhio alle pubblicità, in particolare televisive visto l’obbligo di lockdown e di isolamento in casa, che in tutto il mondo sono moltiplicate su questa tipologia di alimenti e bevande, a parte i farmaci da banco.
L’industria alimentare, da parte sua, contesta l’analisi. Come riporta FoodNavigator, l’associazione di categoria britannica Food Drink Federation ritiene che incolpare le imprese alimentari per la mortalità da Covid-19 sia “profondamente offensivo”. Di certo l’aumento del fatturato di prodotti confezionati e a lunga conservazione, anche facilmente consegnabili a domicilio, è un dato di fatto.
