Se si riapre tutto senza cautele, l’8 giugno le rianimazioni potrebbero essere di nuovo in crisi.

 

È uno degli scenari paventati in un report dell’Istituto superiore di sanità (ISS) in mano al governo. Un altro scenario in uno studio matematico italiano pubblicato da Nature Medicine paventa il rischio di una nuova ondata in autunno e un numero di morti vicino ai 70 mila a fine anno. Con coda nel 2021. Ovviamente ipotizzando che ancora non ci sia un vaccino efficace. Anche in questo caso c’è chi punta a una cura sieroterapica con anticorpi di malati guariti. Strada a cui si può arrivare prima di un vaccino. La verità è che questo coronavirus è nuovo e sta letteralmente mettendo in crisi le certezze scientifiche. Anzi in questo momento sarebbe il caso di mettere da parte dogmi, arroganze e i “lei non sa chi sono io?” perché “alimentano” soltanto il virus. Covid-19 ci sta anche dicendo che nessuna strategia è meglio di un’altra, a parte quelle più costose che non sono da tutti. E che, purtroppo, seguire le esigenze dell’economia non paga: la fretta potrebbe aggravare la crisi ovunque e una boccata d’ossigeno per l’economia oggi, in una fase 2 senza rigide regole, potrebbe essere un boomerang ben peggiore dall’autunno.

 

Perché in autunno?

In realtà non significa nulla in una pandemia globale, sarebbe meglio parlare di primi freddi. E con il clima completamente alterato degli ultimi anni l’autunno potrebbe essere caldo (come temperatura) e l’autunno italiano sarà senz’altro diverso dall’autunno australiano. L’idea è tutti i virus abbiano un comportamento simile a quelli influenzali, ossia una certa stagionalità. Ma il nuovo coronavirus è nuovo e finora ha spesso smentito le similitudini con altre patologie virali, a cominciare della molteplicità di cause che portano alla morte e ai casi di infetti asintomatici. In generale, però, il caldo funziona da lockdown naturale. In generale crea distanziamento sociale. Chiudono le scuole, gli uffici, si va in ferie, non si prendono i mezzi pubblici, non si va in luoghi chiusi e affollati e questo fa diminuire le malattie respiratorie. Dopo di che il caldo estremo, meglio se secco, può favorire l’essiccamento delle goccioline e magari il virus resiste un po’ meno nell’ambiente. Ovviamente tutto questo in una fase 2 che parte ora potrebbe non creare quei comportamenti sociali abituali e tipici dei mesi caldi.

 

Quindi c’è un pericolo fase 2 interpretata come “liberi tutti”, da rapido abbassamento della guardia. È così?

Secondo Gianni Rezza, direttore delle Malattie infettive dell’Iss,”la Fase 2 è più pericolosa della Fase 1, quando è tutto chiuso è più facile. Dal 4 maggio dovremo tenere la guardia alta”. Così non fosse il banco rischia di saltare e tutti i sacrifici fatti finora annullati, o quasi. Rezza è stato sempre contrario a una riapertura selettiva, Regione per Regione. Meglio un provvedimento nazionale. “È difficile una riapertura selettiva, gli indicatori utilizzabili sono diversi” ha spiegato. “Oggi Rt (il tasso di riproduzione del virus) non varia molto da Regione a Regione anche se in Lombardia, parte del Veneto, dell’Emilia e del Piemonte il numero di casi è più elevato. Ma i parametri sono anche altri e soprattutto la capacità di risposta del sistema sanitario sul territorio se ci sarà da contenere eventuali focolai. E comunque, restano le limitazioni alla mobilità da Regione a Regione”.

 

Incidono i diversi servizi sanitari?

Sì. Riguardo al funzionamento dei servizi sanitari territoriali nel Nord Italia, Rezza precisa: “In Veneto è stato fatto un ottimo lavoro. La Lombardia, che ha un ottimo sistema ospedaliero, a livello territoriale è meno forte. Ma in Lombardia dal primo caso del 20 febbraio si sono trovati con un ‘epidemia che era matura: è questa la loro attenuante, sono stati colti di sorpresa. Ora spero che il territorio sia pronto o che si adegui in tempi brevi”.

 

La mancanza di provvedimenti nazionali obbligatori sembra ora mettere in crisi anche la Germania che vantava un avvio di fase 2 più precoce di altri. Che cosa è successo?

In Germania risale il tasso di contagio da coronavirus: il tasso di riproduzione del virus, il famoso R che deve essere sotto 1, era sceso a 0,7 prima dell’allentamento di alcune misure avviato dal Paese, è ora risalito a 0,96. “Bisogna mantenere in media una distanza di un metro e mezzo tra di noi”, tornano martellanti le raccomandazioni alla popolazione da parte del direttore del Robert Koch Institute, Lothar Wieler, a commento dei dati. L’obbligo di portare le mascherine andrà in vigore in tutti i negozi in Germania. Quello di Berlino è l’ultimo Land a introdurre la misura, già attiva nelle 16 regioni tedesche. E qui viene sottolineato che le precauzioni non sono state adottate ovunque negli stessi tempi e modi. Ribadita anche la regola 20-20 del lavaggio delle mani: almeno 20 volte al giorno e almeno per 20 secondi.

 

Quindi, la lettura dei dati indica che la Germania allenta le misure e i casi aumentano. Un monito per gli altri Paesi?

È la prima volta che l’indice torna così alto da metà aprile, quando appunto era sceso allo 0,7, per poi risalire progressivamente. Il governo federale di Berlino e le Regioni, che hanno concordato l’allentamento delle restrizioni già attuato, hanno in programma per giovedì nuove consultazioni destinate a preparare la strada a possibili ulteriori revoche delle norme di confinamento. Nuove decisioni in materia potrebbero essere prese il 6 maggio. In realtà, da uno studio dell’americana Johns Hopkins University, i dati non sarebbero in salita: anzi ieri l’aumento è stato del solo 0,6%. L’aumento sopra l’1% è avvenuto il 22 aprile, poi sarebbe calato costantemente. Insomma, una sorta di mistero. Anche qui Covid-19 non si smentisce. I segni di ripresa dell’epidemia subito dopo l’allentamento delle misure di contenimento, comunque ci sono. Il tasso di contagio è risalito da 0,7 a 1, ovvero ogni persona infetta oggi ne contagia un’altra, stando ai dati diffusi dal Robert Koch Institute (RKI). Nel frattempo, anche il tasso di mortalità per la malattia è aumentato di giorno in giorno. Secondo i dati dell’RKI, ieri ha raggiunto il 3,8 per cento: sempre al di sotto dei Paesi vicini, ma aumentata.

 

Di qui la prudenza del governo italiano rispetto a come ripartire dal 4 maggio?

La prudenza del governo è dettata dai dati scientifici, alla riapertura è prevista una risalita dei contagi ma l’indice R0 deve rimanere inferiore a 1 o si rischia un nuovo lockdown con conseguenze incalcolabili. Quello che sta succedendo in Germania deve essere tenuto in seria considerazione. Ecco perché nella fase 2 italiana le scuole resteranno chiuse. E partirà la mappatura a tappe della popolazione, isolando i positivi. Unica via a una fase 2 efficace nel riaprire le attività pur contenendo il contagio. Lo dicono gli epidemiologi e gli studiosi di scenari di tutto il mondo che stanno cercando, anche loro, di riordinare le idee di fronte a questo virus. Non a caso il Report dell’ISS al governo paventa 92 scenari diversi in numeri e gravità.

 

In quale Paese la strategia anti-coronavirus ha funzionato meglio?

Gli scienziati danno la caccia alle politiche che sono risultate più efficaci. Setacciano i dati per confrontare le misure di contenimento che sono state molto diverse tra le nazioni.

Hong Kong sembra aver dato una lezione al mondo su come frenare efficacemente Covid-19. Con una popolazione di 7,5 milioni di abitanti, ha riportato solo 4 morti. Con quale approccio? Misure rapide di sorveglianza, di quarantena e di allontanamento sociale, come l’uso di mascherine facciali e chiusure scolastiche, hanno contribuito a ridurre la trasmissione del coronavirus, misurata dal numero medio di persone che ogni persona infetta, o R, per chiudere al livello critico di 1 entro l’inizio di febbraio. La Svezia, invece, strategia opposta con approccio alla responsabilità civile e risultati simili anche se più lenti nel raggiungere l’obiettivo, ossia raggiunto in aprile. Due esempi, ma l’analisi ha riguardato tutti. Elaborare l’efficacia delle misure senza precedenti attuate in tutto il mondo per limitare la diffusione del coronavirus è ora una delle domande più urgenti degli scienziati. I ricercatori sperano che, in definitiva, saranno in grado di prevedere con precisione in che modo l’aggiunta e la rimozione di misure di controllo influisce sulle velocità di trasmissione e sul numero di infezioni. Questa informazione sarà essenziale per i governi mentre progettano strategie per riportare la vita alla normalità, mantenendo bassa la trasmissione e per prevenire la seconda ondata di infezione. “Non si tratta della prossima epidemia. Si tratta di che “cosa facciamo ora”?” dice Rosalind Eggo, studiosa di scenari della London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM).

 

Uno studio italiano pubblicato su Nature Medicine è però quello che allerta di più l’ISS e il governo. Il titolo adottato dalla stampa che lo ha riportato è allarmante: “Epidemia di oltre un anno e 70 mila vittime”. Tutti i rischi della fase due senza tamponi. Di che si tratta?

Giulia Giordano, dell’università di Trento, prima firma del lavoro, spiega: “Un allentamento senza regole porterà a un continuo aumento dei contagi. Con tamponi e tracciamento dei contatti, potremmo compensare la fine del lockdown. E il tasso di replicazione resterebbe simile all’attuale”. Questo è un passaggio chiave. Altrimenti, scrivono gli esperti di vari Atenei italiani che hanno firmato lo studio, “lepidemia sarà ancora in pieno corso alla fine dell’anno e il conto delle vittime arriverà, solo nel primo anno, a 70 mila”. È quel che potrebbe accadere in Italia nella fase 2.

Che cosa prevedete quindi?
“Abbiamo fatto almeno tre ipotesi diverse. Con il mantenimento di un lockdown ferreo l’epidemia si esaurirebbe in uno-due mesi. Passando alla fase due senza tamponi e senza controllo dei contatti potremmo arrivare a 70 mila vittime e i contagi resterebbero sostenuti: alla fine dell’anno l’epidemia sarebbe ancora in corso e la conta dei morti continuerebbe nel 2021. Allentando il lockdown, ma mantenendo l’attenzione estremamente alta sui nuovi focolai, con test fatti rapidamente ed estensivamente, l’epidemia resterebbe più o meno ai livelli di contrazione attuale, con un tasso di replicazione di 0,77, leggermente superiore a quello di oggi, e si concluderebbe entro l’anno con un numero totale di vittime fra 30 e 35 mila”.

 

 

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