Uno studio americano su oltre 4.700 ricoveri e accessi al pronto soccorso conferma l’efficacia del vaccino sviluppato da Pfizer anche alla terza stagione dopo la vaccinazione, con un calo graduale.
Ogni inverno il virus respiratorio sinciziale, l’RSV, manda in ospedale centinaia di migliaia di anziani nei paesi ad alto reddito e provoca decine di migliaia di morti.
Da qualche anno esistono vaccini specifici, e i dati raccolti finora dicevano che riducono il rischio di ricovero per almeno due stagioni. Restava aperta una domanda: cosa succede dopo?
Una risposta parziale arriva da uno studio pubblicato il 18 settembre 2026 su Infectious Diseases and Therapy, guidato da Sara Tartof di Kaiser Permanente Southern California.
È il primo dato “nel mondo reale” sulla terza stagione dopo la vaccinazione con RSVpreF, il vaccino bivalente di Pfizer.
I ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche di adulti con almeno 60 anni, seguiti per tre stagioni dell’RSV, da novembre 2023 ad aprile 2026.
Hanno considerato i ricoveri e gli accessi al pronto soccorso per malattie delle basse vie respiratorie (come polmonite e bronchite) o per malattie respiratorie acute in generale, e per ciascun evento c’era un tampone analizzato con test PCR.
Il metodo si chiama test-negative case-control. In pratica, si confrontano gli anziani ricoverati perché positivi all’RSV con altri anziani ricoverati per sintomi simili, ma risultati negativi all’RSV e ad altri virus contro cui esistono vaccini (influenza, SARS-CoV-2) e positivi invece a un altro agente, come rinovirus o adenovirus.
Poi si guarda quanti, in ciascun gruppo, erano vaccinati. Se tra i malati di RSV i vaccinati sono molto meno, il vaccino sta funzionando.
Il campione era composto da persone fragili: età mediana intorno ai 78 anni e, in oltre il 90% dei casi, almeno una patologia cronica ad alto rischio. Circa una su cinque era immunocompromessa.
Il vaccino ha mostrato 80% di efficacia nella prima stagione dopo la vaccinazione, 70% nella seconda, 51% nella terza e 73% considerando le tre stagioni insieme.
Per la malattia respiratoria acuta in senso più ampio, le stime sono 81%, 64% e 60%, con un 73% complessivo.
Significa che, tra i vaccinati, il rischio di finire in ospedale o al pronto soccorso per RSV è stato ridotto di circa tre quarti rispetto ai non vaccinati.
Tra gli anziani ricoverati per RSV, solo il 6% circa era vaccinato. Tra quelli ricoverati per altri agenti, la quota saliva a circa il 25%.
Nelle persone non immunocompromesse le stime sono risultate più alte di 4-7 punti percentuali rispetto al dato complessivo. Il calo nel tempo c’è, ma è graduale: gli autori parlano di una perdita “modesta”.
Per le malattie delle basse vie respiratorie, l’intervallo di confidenza della terza stagione va da –12% a 78%.
L’intervallo di confidenza relativo al primo dato è ampio e comprende lo zero perché nella terza stagione si sono verificati meno eventi disponibili per l’analisi, con una conseguente minore precisione statistica.
Per questo, il dato combinato sulle tre stagioni, basato su un numero maggiore di eventi, rappresenta la stima più stabile.
Per la malattia respiratoria acuta, invece, l’intervallo (15-81%) è più definito, e la coerenza tra i due esiti è un elemento a favore della tenuta del risultato.
Un’analisi di sensibilità con un metodo di calcolo diverso ha dato stime identiche per le prime due stagioni e leggermente più basse per la terza (per esempio 52% invece di 60% per la malattia respiratoria acuta). Per gli immunocompromessi, il dato della terza stagione era troppo impreciso per essere pubblicato.
Il messaggio dello studio è che la protezione dal vaccino sembra durare a lungo. Resta da capire dopo quanto tempo, e per chi, un eventuale richiamo sia davvero utile: gli autori stessi affermano che servono altri dati, soprattutto sugli immunocompromessi, per definire intervalli di rivaccinazione. Lo studio è ancora in corso e verrà aggiornato con le prossime stagioni.
