Sempre più evidenze scientifiche confermano il ruolo dell’attività fisica a supporto di chi affronta un tumore; ad oggi però solo il 7% dei pazienti oncologici la pratica regolarmente. È online Be Active Lab, portale informativo di Amgen sviluppato con un board multidisciplinare di esperti, per supportare pazienti, caregiver e medici nel percorso di cura.
Muoversi fa bene. Anche per i malati oncologici: contrariamente a quanto verrebbe istintivamente da pensare, l’attività fisica è un’alleata delle cure farmacologiche.
Esistono infatti evidenze scientifiche molto forti, maturate soprattutto negli ultimi anni, che rovesciano il paradigma secondo cui il paziente oncologico dovrebbe stare a riposo assoluto, come afferma Fotios Loupakis, Oncologo, Ricercatore e Presidente Associazione KISS.
Mantenersi attivi aiuta sotto molteplici aspetti, contribuendo a migliorare la qualità di vita e il benessere psicofisico del paziente, a ridurre ansia e depressione , a contrastare gli eventi avversi legati ai trattamenti come fatigue, anemia e neuropatie.
L’esercizio fisico può incidere anche sugli esiti clinici, migliorando l’efficacia delle terapie, riducendo il rischio di recidiva e aumentando le probabilità di sopravvivenza.
“L’attività fisica non è solo indicata nella prevenzione dei tumori: l’exercise oncology, una disciplina relativamente recente, è un intervento integrato prima, durante e dopo il trattamento e il percorso di cure”, spiega Alice Avancini, Ricercatrice e chinesiologa del dipartimento di Neuroscienze Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona, sezione di scienze motorie e oncologia.
“L’esercizio, infatti ha un impatto sul microambiente tumorale, come è emerso dagli studi effettuati negli ultimi due anni”, conferma Francesca Lanfranconi, Medico dello sport, Presidente Associazione Medico Sportiva di Lecco, Ricercatrice in fisiologia dell’uomo.
Ma quali sono i benefici dell’attività fisica? Risponde Loupakis: “le terapie oncologiche si devono effettuare con cicli regolari, che a volte saltano per via dell’indisposizione del paziente dovuta agli effetti collaterali dei farmaci; l’esercizio riduce proprio questi effetti avversi, consentendo di mantenere la regolarità delle cure e quindi la loro maggiore efficacia”.
Ecco un esempio reale di vita vissuta. Facciamo un salto indietro al 2015: siamo alla quinta tappa del Tour de France e Ivan Basso, ora ex campione di ciclismo e vincitore del Giro d’Italia 2006 e 2010, cade e si infortuna a un testicolo.
Successivi esami evidenziano che proprio dove si è fatto male c’è un tumore: Ivan abbandona il Tour e la sua carriera ciclistica, concentrandosi sulle cure per la patologia oncologica.
Ma non smette di fare attività fisica: “però in una forma diversa: camminate in montagna, corsa, tennis e, solo più tardi, la bicicletta, quando i tempi tecnici me lo permisero. È stato un ritorno graduale, ma decisivo per ritrovare equilibrio, forza e fiducia. L’attività fisica quotidiana può essere infatti un indicatore straordinario dello stato di salute”.
Torniamo alle evidenze scientifiche: Avancini sottolinea come “l’attività fisica adattata induce alterazioni biologiche nel corpo, che contrastano la malattia”.
“Significa riduzione dei livelli di infiammazione, rafforzamento del sistema immunitario e più ossigenazione, quest’ultima importante per quei tumori che vivono in assenza di ossigeno”.
“A Verona, è stato eseguito lo studio CHALLENGE, pubblicato su Nejm a fine 2025, che per la prima volta ha valutato gli effetti di un programma strutturato di esercizio fisico nei pazienti con tumore del colon: i risultati hanno mostrato una riduzione del 37% del rischio di morte e del 28% del rischio di recidiva”.
“In un’altra analisi, si è visto che 30-40 minuti di corsa hanno rallentato, nei pazienti con cancro prostatico, la crescita del tumore del 40%“.
Loupakis cita un altro studio australiano-canadese, su pazienti a cui era stato asportato un pezzo di colon: in questo trial clinico i partecipanti sono stati divisi in due gruppi: in uno è stata prescritta solo un po’ di attività fisica, nell’atro un programma specifico con attività fisica adattata.
“Adattata vuol dire semplicemente che è personalizzata anche per quei pazienti che sono profondamente provati dalla terapia farmacologica: e nel gruppo con questa indicazione si è evidenziata una riduzione molto elevata del rischio di recidiva”.
Ci sono effetti collaterali? “Sì: maggiori casi di distorsioni, strappi muscolari, abrasioni: il paziente si muove, dopotutto!”, dice Loupakis, “ma volete mettere questi micro infortuni con una malattia oncologica? Cosa preferireste voi, una caviglia slogata o combattere un tumore?”
“ESMO, la Società Europea di Oncologia, ha messo l’attività fisica nelle sue linee guida, cosi come ASCO, quella statunitense”.
Esse recitano: evitare sedentarietà; fare attività fisica aerobica 3-5 volte a settimana per un totale di 150 minuti; aggiungere esercizi di rafforzamento muscolare.
L’attività aerobica agisce sul sistema cardiocircolatorio e l’altra sull’ipertrofia e sistema neuromuscolare.
“Per i pazienti anziani o fragili o con metastasi ossee, la quantità di esercizio non cambia, ma va personalizzata, perché una intensità troppo bassa non porta benefici”, conclude Loupakis.
Veniamo alla domanda che tutti si pongono: per quali tipi di tumore è indicata?
Un’altra recente analisi su sette diversi tipi di tumore (vescica, rene, cavità orale, polmone, retto, endometrio e ovaio) ha evidenziato come le persone fisicamente più attive, sia prima sia dopo la diagnosi, presentino un rischio significativamente più basso di mortalità.
Ulteriori evidenze indicano inoltre un effetto positivo sulla risposta immunitaria nel tumore al seno, contribuendo a migliorare il controllo sulla malattia, e sulla tollerabilità delle terapie, con miglioramenti della funzionalità fisica e della qualità di vita anche nei tumori ematologici come i linfomi e nei tumori metastatici.
Ma come valutare quali e quanti esercizi sono adatti alla propria condizione fisica e alla malattia?
Per saperne di più, è online Be Active Lab, piattaforma digitale realizzata da Amgen insieme a un board multidisciplinare di oncologi, ematologi, medici dello sport e chinesiologi, per offrire contenuti informativi e programmi di esercizio personalizzati lungo tutto il percorso di cura.
Il portale Be Active Lab, disponibile al link https://www.beactivelab.it mette a disposizione dei pazienti contenuti informativi ed educativi sui benefici dell’attività fisica e dello stile di vita sano, attraverso una user experience intuitiva e facilmente navigabile sia da desktop che da mobile.
È disponibile anche una ricca raccolta di circa 70 video-esercizi dedicati a forza, mobilità e respirazione, ideati e guidati da scienziati del movimento, medici dello sport e chinesiologi, adattabili a diversi livelli di intensità e facilmente eseguibili anche a casa, dopo aver valutato con il proprio medico quali siano i più adeguati alla propria condizione clinica e aver definito il limite massimo di attività fisica raggiungibile.
Ogni esercizio è disponibile in formato video ed è accompagnato da una trascrizione scritta, per garantire un’elevata accessibilità dei contenuti, che possono essere facilmente filtrati per distretto corporeo e categoria (riscaldamento, potenziamento muscolare, equilibrio e stretching).
Inoltre, per ciascun esercizio è disponibile una versione adattata, pensata per chi presenta difficoltà fisiche nell’esecuzione di particolari movimenti.
“Le evidenze più recenti confermano che i percorsi di cura sono processi complessi, il cui successo dipende, oltre che dalle terapie più innovative, anche da una pluralità di fattori. Tra questi, l’esercizio fisico riveste un ruolo essenziale” – dichiara Alessandra Brescianini, Medical Director Amgen Italia.
“Questa iniziativa, in linea con la visione che Amgen ha della cura, si fonda su un’esperienza maturata in molti anni di ricerca sui pazienti oncologici. Innovare il patient journey significa non solo rendere le strategie terapeutiche sempre più mirate, efficaci e tollerabili, ma anche contribuire ad una visione olistica, supportando la comunità scientifica nell’evoluzione dei modelli assistenziali”.
