Secondo un’indagine internazionale, una persona su due in buona salute del nostro Paese ancora non conosce la pericolosità dell’Herpes Zoster (noto come Fuoco di Sant’Antonio) e soprattutto fra i 50 ed i 60 anni ne sottovaluta i rischi. Oggi la prevenzione vaccinale è alla portata di tutti coloro che sono eleggibili. Il proprio medico di fiducia è la prima fonte di informazione e durante questa settimana dedicata alla conoscenza del Fuoco di Sant’Antonio è possibile ricevere i consigli degli esperti.

 

 

Davide, nonostante i suoi 61 anni, è un uomo forte e in perfetta forma fisica, grazie anche al suo quotidiano impegno in palestra.

Per questo, nell’ultimo mese, la sua assenza prolungata agli allenamenti è sembrata insolita: “ho avuto il Fuoco di Sant’Antonio”, confida al suo ritorno allo spogliatoio.

“Dolori fortissimi che mi hanno impedito di venire e di fare la mia solita routine”, aggiunge poi. “Questa malattia, non lo sapevo, è dovuta al virus della varicella, che avevo fatto da bambino”.

Un’altra cosa che Davide non sa è che avrebbe potuto evitare l’herpes zoster – questo il nome scientifico della malattia – perché il vaccino contro il Fuoco di Sant’Antonio è fornito gratuitamente agli over 65 e per gli adulti con più di 18 anni soggetti a particolari fragilità.

Ma Davide non è il solo a ignorare che è possibile prevenire l’herpes zoster.

Stando ad un sondaggio condotto da Ipsos Healthcare, per conto di GSK, su 8.400 cittadini di 9 Paesi (Cina, Brasile, Italia, Giappone, Germania, Irlanda, India, Portogallo, Stati Uniti), tra i 50 ed i 60 anni (1000 gli Italiani considerati) in molti hanno ancora le idee confuse su questa infezione.

In occasione della Settimana della Prevenzione dal Fuoco di Sant’Antonio, in programma dal 24 febbraio al 2 marzo, gli esperti raccomandano pertanto alle persone di informarsi.

Sia che si tratti di uomini e donne in buona salute sia che invece presentino patologie concomitanti.

Dei soggetti in buona salute in Italia, solo il 52% ha una vaga idea di cosa sia l’Herpes Zoster e come possa rappresentare un rischio o addirittura non ne ha sentito parlare.

La maggioranza degli intervistati su scala internazionale in questa decade si sente più giovane di quanto dice l’anagrafe e di conseguenza a minor rischio.

Per questo è ancor più importante conoscere il rischio di sviluppare l’Herpes Zoster e puntare sulla prevenzione, nell’ottica sia della salute del singolo sia della sostenibilità del Servizio sanitario, limitando le spese per diagnosi e cura.

Dall’indagine Ipsos emerge che i pazienti con malattie cardiovascolari e respiratorie sono quelli maggiormente informati sul rischio di sviluppare Herpes Zoster, mentre le persone con nefropatie risultano essere le meno informate.

Seguono, sempre in termini di consapevolezza del rischio, i pazienti con diabete e gli immunosoppressi.

In generale, tuttavia, il “non mi riguarda” è piuttosto diffuso, come se esistesse una discrepanza netta tra il rischio percepito e le reali implicazioni sfavorevoli in cui potrebbero incorrere queste categorie di pazienti.

Nel nostro Paese la situazione è allineata al quadro generale.

Nel caso del diabete, ad esempio, il 61% degli intervistati in Italia è consapevole dell’elevato rischio che corre nel contrarre la patologia da Herpes Zoster, ma non ne sa abbastanza o pensa che non lo riguardi.

Esistono, invece, precise evidenze cliniche che mostrano come la presenza di diabete aumenti il rischio, sia di sviluppare l’infezione da Herpes Zoster, sia di incorrere in complicanze (come ad esempio la nevralgia post-erpetica).

Una ricerca condotta negli USA che ha valutato i risultati di 62 studi clinici mostra come i pazienti diabetici presentano un rischio più alto del 30% di sviluppare l’infezione da Herpes Zoster.

Per quanto riguarda l’immunodeficienza legata a malattie o terapie, in Italia, il 65% degli intervistati con problematiche legate all’immunodepressione è consapevole dell’elevato rischio che corre nel contrarre le manifestazioni dello Zoster.

Ma anche in questo caso i soggetti non ne sanno abbastanza o pensano che non li riguardi.

“L’’Herpes Zoster è una malattia invalidante come le sue conseguenze, come la nevralgia post-erpetica, caratterizzata da forti dolori che possono continuare anche per settimane o mesi dopo la scomparsa dei principali sintomi della malattia”, spiega Enrico Di Rosa, direttore del Servizio “Igiene e Sanità Pubblica” della ASL Roma 1, e presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI).

“O altre conseguenze come ad esempio seri problemi alla salute oculare per l’interessamento del nervo trigemino. Nel nostro Paese abbiamo circa 200 mila nuovi casi ogni anno negli over 65: quando il sistema immunitario è compromesso, per esempio per l’assunzione di particolari farmaci o perché le difese si abbassano, il virus della varicella riprende vita e per il 20% delle persone colpite le conseguenze rimangono per lungo tempo”.

“Ecco perché la vaccinazione in età adulta e avanzata rappresenta una strategia di sanità pubblica fondamentale per il singolo e per la comunità: bisogna favorire la consapevolezza che da due anni la profilassi è offerta gratuitamente dal SSN per i soggetti con età superiore ai 65 anni”.

La presenza di alcune situazioni molto diffuse (stiamo parlando ad esempio di diabete, malattie reumatologiche o di condizioni che comportano uno stato di immunodepressione come le terapie per patologie onco-ematologiche) possa rappresentare di per sé un fattore di rischio, a prescindere dall’età.

Eppure dal sondaggio Ipsos, considerando chi appunto soffre di cronicità di questo tipo, emerge addirittura un livello di conoscenza più basso rispetto all’intera popolazione dei sani: siamo al 49% di persone che non conoscono l’Herpes Zoster o hanno solo qualche vaga informazione al riguardo.

Insomma, in Italia come negli altri Paesi circa la metà della popolazione ignora che le cronicità come diabete, malattie respiratorie e malattia renale cronica nonché le patologie reumatologiche ed onco-ematologiche possono indebolire il sistema immunitario e quindi aumentare i rischi di sviluppare lo Zoster.

“Nel paziente diabetico l’herpes zoster può causare molto più dolore, con strascichi che possono durare anni o addirittura per tutta la vita”, afferma Tecla Mastronuzzi, Medico di Medicina Generale di Bari, responsabile nazionale della Macroarea Prevenzione della SIMG.

“Solo in Umbria registriamo più di 700 ricoveri l’anno e in tutta Italia un recente studio – prosegue la dott.ssa Mastronuzzi – indica che dal 2003 al 2018 l’HZ ha rappresentato la causa di 11 ospedalizzazione ogni 100.000 pazienti/anno”.

“Il tasso di incidenza di ospedalizzazioni per Zoster è 20 volte maggiore negli over 79 e 11 volte maggiore nei soggetti tra i 70 e i 79 anni, rispetto a quelli che hanno meno di 50 anni. Senza dimenticare che lo stesso studio parla di una incidenza di mortalità pari all’1,7% durante il ricovero, con il rischio di complicanze cardiovascolari e ictus che perdura dopo per molto tempo”.

“È importante promuovere la vaccinazione nei pazienti oncologici, che a causa della chemio e della chirurgia sono in condizione di immunodeficienza”, spiega Sandro Pignata, Direttore dell’Oncologia Medica presso l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione G. Pascale di Napoli e responsabile scientifico della Rete Oncologica Campana (ROC).

“Ma gli oncologi spesso fanno scelte di priorità e deferiscono la vaccinazione, che invece andrebbe fatta all’inizio dell’iter terapeutico”.

“Le stesse linee guida AIOM raccomandano fortemente la vaccinazione contro l’Herpes Zoster. In chi si trova ad affrontare un tumore solido del sistema nervoso centrale o in generale un cancro gastrico, colorettale, polmonare, mammario, ovarico, prostatico, renale e vescicale, si calcola sia associato un aumento del rischio di infezione da Herpes Zoster tra il 10-50%”.

“Per quanto riguarda la popolazione dei pazienti reumatologici, il rischio di contrarre l’herpes zoster è molto maggiore rispetto alla popolazione generale”, commenta Andrea Doria, professore di Reumatologia presso il Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Reumatologia presso l’azienda Ospedale-Università di Padova e presidente SIR.

“Mentre per le malattie degenerative il rischio è pressoché identico, per quelle immunomediate esso è due volte superiore, a causa della riduzione delle difese immunitarie, anche nei giovani, perché hanno un sistema immunitario senescente come quello di persone di età avanzata”.

in caso di lupus eritematoso sistemico (LES), il rischio di Herpes Zoster aumenta del 150% rispetto alla popolazione di confronto.

“Per quanto riguarda l’artrite reumatoide, due studi che hanno coinvolto oltre 160.000 pazienti dimostrano che il rischio è quasi doppio rispetto alla popolazione generale”.

“Anche i farmaci necessari per il trattamento delle malattie reumatologiche – cortisone, immunosoppresori, farmaci biologici e JAK inibitori – possono influire sul rischio”.

Ad oggi, i dati indicano un’efficacia del vaccino ancora dell’87% dopo 11 anni, da quando sono iniziati gli studi, ma il dato potrà salire ulteriormente con il passare del tempo.