BPCO, il Covid ha fatto alzare la guardia: pazienti più attenti ai primi sintomi. Boom di prime visite. Un’indagine di Doxa Pharma su 100 pneumologi ha evidenziato che nel post emergenza il 41% degli specialisti ha visto aumentare gli accessi in ambulatorio. Secondo il 46% degli intervistati a spingere le persone a chiedere una visita è la maggiore consapevolezza della patologia. Nel 20% la paura delle complicanze. Sono le donne, che rappresentano il 35% dei pazienti, le più attente: si presentano in ambulatorio ai primi sintomi, seguono i consigli del medico e si curano meglio. La BPCO (3,3 milioni di persone affette in Italia) non è più una malattia da vecchi. L’abitudine al fumo – fuma 1 persona su 4, percentuale mai così alta dal 2006 – è una delle cause dell’abbassamento dell’età della diagnosi, che oggi è di 50 anni. Cosa serve? Otto pneumologi su dieci auspicano una rete assistenziale che veda la stretta collaborazione della sanità territoriale con quella ospedaliera.

 

 

La pandemia da Sars-CoV2 ha messo in evidenza la nostra vulnerabilità sulla salute con un focus sulla respirazione. Oggi tutti i pazienti sanno che respirare è un’attività naturale ma non scontata.

Un’indagine condotta do Doxa Pharma su 100 pneumologi per GSK ha evidenziato una maggiore attenzione da parte dei pazienti ai sintomi, con un 41 per cento di accessi in più agli ambulatori di pneumologia.

Le donne sono particolarmente attente, si presentano dallo specialista ai primi sintomi e seguono le indicazioni del medico con maggiore aderenza: sono, per usare un termine tecnico, più “complianti”.

“Dalla nostra survey è emerso” afferma il dottor Gadi Schoenheit vicepresidente di Doxa Pharma “che dopo la pandemia gli specialisti pneumologi hanno percepito una maggiore sensibilità da parte dei pazienti verso i disturbi respiratori; quasi la metà dei pazienti con i primi disturbi salta la visita dal medico di base e contatta direttamente lo specialista. Si rileva anche una differenza di genere, con un aumento percentuale delle donne tra i pazienti in prima visita. Le donne, inoltre, seguono meglio le prescrizioni e qualche volta riescono a smettere di fumare”.

Le malattie respiratorie sono molto diffuse e la BPCO, che è direttamente collegata all’abitudine del fumo, non è più una “malattia da vecchi” e la diagnosi si è abbassata all’età di 50 anni.

In Italia, i pazienti interessati dalla BPCO sono oltre 3 milioni e secondo i dati del Rapporto sul fumo in Italia dell’Istituto Superiore di Sanità del 2022, quasi 1 italiano su 4 è un fumatore: una percentuale molto elevata e che non si registrava dal 2008.

I pazienti più gravi sono solitamente uomini, per la maggiore abitudine al fumo e la minore aderenza alle prescrizioni e ai consigli dei curanti.

“La BPCO è una malattia con cure molto efficaci” afferma il dottor Pierachille Santus, Direttore della Pneumologia all’Ospedale Sacco di Milano.

“Sarebbe molto utile che il paziente si rivolgesse, ai primi sintomi, al medico di famiglia per effettuare le prime indagini (una semplice spirometria) e la terapia adatta; solo in un secondo momento dovrebbe essere previsto l’approfondimento con lo specialista. Questo percorso potrebbe forse ridurre le liste d’attesa e velocizzare il processo terapeutico”.

Un’altra opzione per individuare i pazienti con i primi sintomi è la telemedicina, che in futuro potrebbe risultare molto utile per la presa in carico dei pazienti meno gravi.

Le riacutizzazioni sono uno spartiacque decisivo nel declino della capacità respiratoria. Tanto che le raccomandazioni internazionali GOLD 2023 suggeriscono addirittura la necessità di prescrivere la terapia massima, la triplice, già dopo il primo episodio.

L’altro dato su cui vale la pena puntare subito i riflettori è la differenza di genere.

Le donne (35% delle pazienti vs 65% di maschi) hanno una storia di malattia inferiore: 9 anni rispetto a 12. Presentano una condizione e comorbidità meno gravi: disturbi dell’umore e osteoporosi, mentre gli uomini soffrono soprattutto di patologie cardiovascolari e di diabete.

A fare la differenza è che le donne si preoccupano ai primi sintomi (41% contro l’11% degli uomini); sono più attente alla propria salute (qui il gap è più marcato: 62% vs 22%); alle prescrizioni e ai consigli del medico (39% rispetto al 21%), si curano meglio (39% – 24%).

A questo punto però facciamo un passo indietro e inquadriamo il problema. Nel mondo più di mezzo miliardo di persone convive con malattie respiratorie croniche come l’asma, la BPCO, la bronchiectasia e altre gravi patologie.

In Italia, sono 2,6 milioni quelle che soffrono di asma, 3,3 milioni di BPCO, più di 50 mila presentano infezioni delle basse vie respiratorie e oltre 60 mila sono malate di cancro ai polmoni.

Mettendo insieme tutto ciò siamo di fronte alla terza causa di morte sul pianeta, con una stima di più di 50 mila decessi l’anno.

Che equivale, anche se è brutto dirlo, a costi diretti e indiretti pari a 45,7 miliardi di euro (assistenza medica, perdita di giornate lavorative, diminuzione della produttività e consumo di farmaci e ossigeno).

Numeri che peraltro sono in aumento, a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione e, come si diceva prima, all’aumento dei fumatori.

La BPCO, come tutte le malattie respiratorie croniche, vive il paradosso di essere tra quelle con le cure più efficaci. Peccato che vengono ignorate dagli interessati: assunte spesso al bisogno, per poi essere lasciate nei momenti di tregua dei sintomi. La pandemia ha dunque risvegliato una certa attenzione.

E questo è sicuramente un bene. Ma il quadro che mostra Doxa Pharma presenta ampie sfumature di grigio. Riprendiamo il racconto.

Otto pneumologi su 10 confermano che il Covid ha indotto un cambiamento sulla gestione e sul trattamento dei pazienti con BPCO.

I problemi maggiori sono. il follow up (57%); l’invio pazienti alla loro attenzione (42%); la diagnosi (28%). La maggior consapevolezza o l’apprensione ha di contro modificato il rapporto medico-paziente per il 40% degli intervistati.

Paziente che in primo luogo chiede di essere rassicurato: lo dice il 23% dei clinici; si sottopone a controlli più di frequante (10%); anche attraverso la telemedicina (13%).

Per 6 pneumologi su 10 le note più negative arrivano dal patient journey. A fronte di una maggiore richiesta di esami diagnostici (18%), ci sono da registrare ancora tempi di attesa lunghi (38%) e difficoltà nell’accedere alla spirometria (18%).

Ed è su questo che si registrano le richieste dei malati: riduzione delle liste d’attesa (42%), ripresa di un follow un adeguato (21%), l’eterno tema della diagnosi precoce (15%).

Per gli specialisti la priorità è di aumentare il monitoraggio (35%), la spirometria prima di tutto, ma anche altri esami; ridurre i tempi di attesa per le visite (30%).

Da evidenziare l’auspicio del 16% di un più centrale del medico di medicina generale.

Cosa c’è ancora da fare? Il 79% ritiene che sia necessario strutturare una rete assistenziale che veda la stretta collaborazione della sanità territoriale con quella ospedaliera.

La stessa percentuale, coerentemente, pensa che sia un bene ripensare la sanità del territorio e le relative modalità di presa in carico dei pazienti con BPCO. Uno su due guarda inoltre agli strumenti digitali e ad infrastrutture adeguate per poter dare supporto e risposte adeguate ai pazienti.

Una curiosità per chiudere, anche in questo caso in linea con quanto descritto sopra.  Le donne sono prevalentementa in terapia con la doppia broncodilatazione (LABA+LAMA), gli uomini con la triplice (ICS+LABA+LAMA).