L’evoluzione del virus, della malattia, delle cure e dei vaccini per la pandemia che ha sconvolto il mondo.

 

 

Si è svolto settimana scorsa il corso Dalla pandemia al “new normal”: tra Covid e Long Covid, organizzato da HC Training con il contributo non condizionante di Pfizer, rivolto ai professionisti dell’informazione, un’occasione per fare il punto sulla pandemia che ha sconvolto il mondo per più di due anni.

Cosa sappiamo, oggi, dell’infezione Sars-CoV-2, dopo questi anni così travagliati? “L’ontologia è ancora incerta” ha detto il professor Marco Falcone, dell’Università di Pisa e Presidente Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali.

“Pandemie di coronavirus hanno interessato l’umanità millenni fa” ha aggiunto il professor Pierluigi Lopalco, dell’Università del Salento, “ma non siamo in grado di tracciare il percorso che ha portato al salto di specie di questo coronavirus dall’animale all’uomo”.

“Non sappiamo quindi l’origine del virus, ma abbiamo tracciato la sua evoluzione: se con la variante ancestrale una persona ne infettava altre tre, con la alfa siamo passati a quattro, sei con la delta e infine a quattordici con la omicron, una trasmissibilità paragonabile a quella del morbillo” ha proseguito Falcone.

“Sappiamo anche che gli uomini sono più a rischio delle donne di progressione della malattia” ha proseguito il professore “e neanche l’immunità naturale riesce a impedire la reinfezione dalla stessa variante“.

“Vale a dire che per la variante BA.1, ad esempio, solo il 40% dei soggetti che l’ha avuta è protetto da una nuova infezione della stessa”.

 

Cosa si prevede per il futuro

“Dalla pandemia siamo passati a una situazione di endemicità, cioè la malattia non segue un ciclo stagionale ma rimane costante nel tempo”.

“Questo significa che ci saranno delle mini ondate di infezione, micro epidemie locali, ma non saranno in grado di mandare in crash il sistema sanitario e far collassare gli ospedali come è successo all’inizio”.

“Endemicità non significa sicurezza, ma equilibrio” specifica Lopalco, “a differenza dal disequilibrio tra l’immunità della popolazione e il virus che si verifica nell’epidemia/pandemia”.

“Ci sono poi i periodi inter-epidemici, che possono avere durata di due o tre anni, come nel caso del morbillo, o di qualche mese, come per l’influenza, la cui immunità non è duratura a causa delle mutazioni del virus”.

“Ma per il Covid non possiamo fare previsioni”.

Chi sarà a rischio? “Soprattutto anziani e pazienti onco ematologici e immunodepressi, soggetti con psoriasi e altre malattie come il morbo di Crohn” afferma Falcone.

“Gli anticorpi monoclonali hanno perso efficacia nel combattere l’infezione, mentre  sono più efficaci gli antivirali perché non agiscono sulla proteina spike e quindi non influenzati dalle varianti”.

E i vaccini? Secondo Lopalco “sarà impossibile fare le vaccinazioni Covid due volte l’anno come accaduto in pandemia: già una volta l’anno con l’antinfluenzale si crea un problema per la sanità pubblica”.

“La FDA americana pensa a una vaccinazione stagionale per coprire il periodo autunno-inverso, quello più favorevole alla trasmissione dei virus, ma sarebbe opportuno che i soggetti a rischio provvedessero in autonomia a farsi vaccinare anche in primavera”.

 

Long Covid: una patologia dai mille sintomi e spesso sottovalutata

Sono tante, tantissime le persone che dopo essersi ammalate di Covid hanno avuto per mesi i postumi della malattia: anzi, una vera e propria nuova patologia, chiamata Long Covid.

“Parestesie agli arti, problemi intestinali, alla tiroide, dolori articolari, pericardite, miocardite, nebbia mentale, perdita de senso del gusto e dell’olfatto, sono solo alcuni dei sintomi più frequenti del Long Covid” afferma Morena Colombi, dell’Associazione Italiana Long Covid, il cui gruppo Facebook ha raccolto finora ben 40mila iscritti: questo per dare un’idea della dimensione del problema.

“Ma sono oltre duemila i sintomi riportati” spiega M.M. Caruson, consulente dell’Associazione e fondatore di Mama Health.

“Il problema è che molti medici non riconoscono il Long Covid” dice Colombi. Che cos’è, dunque, questa patologia e come si può affrontare?

Risponde Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale vicario  e segretario provinciale di Roma FIMMG.

“La terminologia da utilizzare per definire le fasi che seguono la malattia acuta da SARS-CoV -2 è:

Malattia COVID -19 sintomatica persistente: segni e sintomi attribuibili al 19 sintomatica persistente attribuibili al COVID -19 di durata compresa tra 4 e 12 settimane dopo l’evento acuto; 

Malattia Post COVID -19: segni e sintomi che si sono sviluppati durante o dopo un’infezione compatibile con il COVID, presenti per più di 12 19 settimane dopo l’evento acuto e non spiegabili con diagnosi alternative.  

Il Long -COVID comprende sia la forma sintomatica persistente che comprende sia la malattia post-COVID. Questa condizione è quindi caratterizzata da segni e sintomi causati dall’infezione da SARS-CoV-2 che continuano o si sviluppano dopo 4 settimane da una infezione acuta.

Ogni giorno vediamo sintomi a volte significativi a volte evanescenti di permanenza del virus e dei suoi danni: un aumento impressionante delle interstiziopatie polmonari, stati di astenia che i pazienti definiscono come un senso di fatica e spossamento invalidante, episodi di tachiaritmie, senso di confusione e perdita memoria anche in soggetti giovani, peggioramento del Diabete mellito, 
disturbi vaghi gastrointestinali.

In sintesi, il Long Covid è una sindrome riconosciuta, ma poco conosciuta e sulla quale sono necessari ulteriori conosciuta e sulla quale sono necessari ulteriori approfondimenti”.

“Abbiamo però farmaci per diminuire l’incidenza del Long Covid: gli antivirali, gli anticorpi monoclonali e il Paxlovid, i cui studi preliminari hanno mostrato col suo impiego un’associazione con una riduzione del 26% della malattia”.

“La svolta per le persone immunodepresse affette da Long Covid è arrivata con questi farmaci” afferma Alessandro Segato, Presidente Associazione Immunodeficienze Primitive, “ma alcuni medici sono restii a prescriverli per l’alto costo che hanno sul Sistema Sanitario Nazionale”.